La memoria corta, l’elogio dell’insulto e la dittatura del web

Per trovarne le tracce, devi conoscere il nome esatto della località dove furono nascosti i fusti pieni di veleni. Devi sapere, per esempio, che si trova in contrada Purgatorio a Sant’Angelo in Formis, una frazione di Capua. Se per caso ricordi solo il nome della cava di sabbia, la cava Buonaurio, ecco che Google ti dice che ciò che stai cercando non esiste. Eppure io li vidi: era una mattina grigia e piovosa di quasi dieci anni fa e il fiume che si era ritirato dopo la piena aveva portato in superficie centinaia e centinaia di bidoni – alcuni sigillati, altri corrosi dalla ruggine – arrivati da chissà quale industria chimica e fatti sparire nel laghetto. Quella di Purgatorio è la discarica più grande di rifiuti tossici trovata nella terra dei veleni. Scorie chimiche nascoste dall’acqua del laghetto artificiale che si era formato dopo l’estrazione della sabbia. Dunque era vero che i bidoni che arrivavano dal Nord finivano nei laghetti, ma non in quelli di Mezzagni, a Castelvolturno, dove li avevano inutilmente cercati i sommozzatori nel 1991 e, molto tempo dopo, il sommergibile teleguidato – si chiamava Pluto – arrivato da Genova per riscontrare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, proprio quel Carmine Schiavone che oggi dichiara a mezzo mondo di aver inutilmente denunciato i siti trasformati in discarica abusiva. Quella volta Schiavone sbagliò, come ha ricordato il capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che a quel tempo coordinava le indagini sul clan dei Casalesi e che per primo – il 16 maggio del 1993 – aveva raccolto le accuse del primo pentito della potentissima organizzazione mafiosa campana.

Delle ricerche compiute dai sub nel 1991 c’è traccia in un filmato di Mixer, girato dopo il caso di Mario Tamburrino: era un autista di camion, lavorava per la Tanagro Trasporti. Uno dei due soci dell’azienda era anche proprietario di una cava di sabbia. Ebbene, nella notte del 4 febbraio di quell’anno si trovava sulla statale Domiziana con un carico di 571 fusti di rifiuti pericolosi affidati da aziende piemontesi a una ditta di Cuneo che avrebbe dovuto smaltirli in discariche autorizzate. Li scaricò, invece, lungo una traversa della statale, un contenitore si aprì e alcune gocce di quegli scarti chimici gli schizzarono in faccia. Era materiale altamente corrosivo, anche radioattivo. Tamburrino finì in ospedale e quel giorno iniziò la caccia ai nascondigli dei rifiuti. Di lui si è persa ogni traccia: forse morto, forse zittito con una manciata di denaro, forse entrambe le cose.

Ne sono stati trovati tanti di bidoni pieni di veleno: a Casal di Principe, sin dall’estate del 1988; a Villa di Briano, a Villa Literno, a Castelvolturno, a Grazzanise, a Santa Maria la Fossa, tra Marcianise e Maddaloni, nell’area industriale di Aversa e in quella di Pascarola – a pochi passi dalla parrocchia di don Maurizio Patriciello. Sono stati trovati anche nelle cave di tufo che costeggiano i tracciati dell’Asse di andata al lavoro e della superstrada Nola-Villa Literno. Una volta gli scarti di una conceria furono scaricati nella pozza d’acqua della falda, emersa durante gli scavi. La stessa pozza in cui morì annegato un bambino che era andato a pesca di rane. La stessa inquinata dai nitriti precipitati dai frutteti vicini, irrorati con sostanze velenose perché le percoche crescessero velocemente e, in apparenza, belle. Le stesse percoche che la vecchia contadina, in una scena magistrale del “Gomorra” di Matteo Garrone regala al cinico Toni Servillo e che lui butta via, sapendo che mangiarle significava morire.

Dunque, i fusti del 1988. Li trovarono in piena estate a pochi metri dai terreni di via Sondrio, a Casale, dove oggi si tiene il mercato e dove l’ultimo pentito – piccolo autotrasportatore al soldo dell’ultimo rampollo dei Casalesi – ha appena fatto ritrovare vecchi rottami di ferro che fu colorato di azzurro e scarti dei depuratori sepolti a dieci metri di profondità. Appartengono, quei terreni, all’Immobiliare Bellavista, quella sequestrata alla famiglia di Dante Passarelli – il re dello zucchero campano morto misteriosamente quasi nove anni fa – cassiere dei Casalesi e uomo di fiducia del clan Schiavone. Lo chiamavano “panzone” e cambiava assegni e anticipava i soldi che servivano ai soldati del boss chiamato Sandokan. Quando quei fusti spuntarono dalla terra Renato Natale, che allora era consigliere comunale, si preoccupò e chiese conto di quel ritrovamento al sindaco e alle autorità sanitarie. Non arrivarono risposte.

Proprio accanto al fondo della Immobiliare Bellavista c’è un altro suolo, di proprietà della Curia di Aversa, che negli anni passati – gli stessi – era nelle mani della famiglia di Carmine Schiavone, il pentito che dice di essere stato abbandonato dallo Stato. Un anno e mezzo fa anche da quella terra emersero altri fusti di rifiuti sepolti alla fine degli anni Ottanta, quando le ecomafie muovevano i primi passi.

Nei terreni adiacenti al campo sportivo, quello che negli anni d’oro del clan Schiavone aveva ospitato le gesta calcistiche (?) del fenomeno Albanova, finirono invece centinaia di tonnellate di pezze: quelle raccolte dalle associazioni umanitarie, quelle destinate ai mercati dell’usato, quelle vendute ai maceri, e invece abbandonate all’ingresso del paese, lì dove oggi campeggia il cartello intitolato a don Peppe Diana e al suo martirio.

Venticinque anni di cronaca e di storia maledetta, una lunghissima teoria di ricordi che testimoniano l’indifferenza dello Stato e il silenzio di quanti hanno visto, talvolta hanno subìto, molto più spesso hanno condiviso i lautissimi guadagni del traffico di rifiuti. Perché la verità scomoda che nessuno dice è che molti, se ancora vivi, sanno dove sono nascosti i fusti dei veleni perché hanno messo anche i propri terreni a disposizione incassando fino a cinque milioni di lire per ogni carico e costruendo su quelle scorie le case per se stessi e i propri figli. Anche questo dovrebbero sapere coloro che oggi urlano e insultano, rivendicando una ben misera primogenitura della denuncia e che allora lasciarono soli quanti si affannavano, nell’indifferenza generale, a segnalare il pericolo, le infiltrazioni mafiose nell’affare, i primi picchi sospetti di malattie linfatiche e tumorali.

Il primo ricordo è ancorato alla collina di immondizia che Giacomo Diana, gestore di discariche e uomo al soldo del clan La Torre, aveva fatto crescere nello spazio di un mese tra Cancello Arnone e Castelvolturno. Ai piedi di quel mostro sorvolato da migliaia di gabbiani  c’era la carcassa di una bufala, monumento alla morte prossima ventura di quel pezzo di litorale. Fu allora che conobbi Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie. Si presentò in redazione esibendo il suo titolo di avvocato e proponendosi come l’uomo della legalità. Mi accompagnò a visitare la sua discarica, che allora si chiamava Setri e che poi diventò Resit, vantandone l’alta qualità a dispetto di quella vicina, che apparteneva a Gaetano Vassallo. A me sembrarono uguali, due bocche smisurate che fagocitavano gli scarti di case e di fabbriche, migliaia di tonnellate di carta, rifiuti organici, scarti di cucina, vecchie suppellettili e chissà cos’altro ancora. Fece un errore, Chianese. Un errore grave. Mi invitò a pranzo alla Lanterna, un ristorante che alla cronista di nera diceva anche troppo e che rivelò poi il luogo delle riunioni di affari tra l’avvocato, i camorristi, i soci massoni con i quali  trattava lo smaltimento dei rifiuti industriali. Credo che fosse il 1989, lo stesso anno di nascita di Ecololgia 89, la società dei capiclan casalesi creata apposta per spartire tra le fazioni Schiavone, Bidognetti e Iovine i lautissimi guadagni del traffico di scorie velenose.

Si scoprì tutto qualche anno dopo, quando un tal Nunzio Perrella iniziò a collaborare con la giustizia e i carabinieri di Napoli disvelarono i primi intrecci tra camorra, politica e massoneria all’ombra dei rifiuti. Furono documentati i rapporti tra l’uomo di fiducia di Bidognetti, Gaetano Cerci, e il capo della P2 Licio Gelli. Si scoprì il ruolo di Chianese e poi quello di Vassallo. Si accertarono tangenti e coperture politiche. Era il 1992. Si arrivò alla sentenza di primo grado ma l’inchiesta fu uccisa dalla prescrizione. Per molti anni ancora Chianese e Vassallo saranno poi gli strateghi della malagestione dei rifiuti in Campania, i registi dell’eterna emergenza, i rastrellatori di centinaia di milioni di euro messi a disposizione da Regione e Governo fino al 2009. Erano uomini della camorra con solidi legami con gli apparati di sicurezza, anche questi documentati dalle indagini. Quelli di Chianese durati fino al suo arresto, a gennaio del 2006.

Ma qualcuno ha mantenuto quei contatti se poi uomini dei Servizi hanno potuto gestire la trattativa con il potentissimo capoclan casalese Michele Zagaria, rimasto latitante per sedici anni, che ha assicurato la pace sociale – e cioè il silenzio degli abitanti dei territori trasformati in discarica – in cambio di subappalti e di una sorta di  salvacondotto. Durante l’ultima emergenza, quella iniziata nel 2007 e finita nel 2009, lui o un suo rappresentante (un fratello?) ha incontrato in almeno due occasioni uomini degli apparati di sicurezza e delegati del Commissario straordinario. Due interrogazioni parlamentari presentate nel 2010 su questo tema sono ancora in attesa di risposta.

10 thoughts on “La memoria corta, l’elogio dell’insulto e la dittatura del web

  1. Quando in un territorio accadono cose estreme, talvolta quel territorio reagisce allevando persone di capacità altrettanto estrema, come Rosaria Capacchione. Ora però il Senato (e l’Italia, e l’Europa) devono capire che bonificare un’area vasta come decine di Seveso (solo quella di Giugliano misura sei volte la somma delle zone A e B di Seveso) è un dovere. Non basta raddrizzare la Concordia per sentirsi orgogliosi di essere italiani.

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