Don Diana, attenti a cosa si nasconde nel vuoto

Rosaria Capacchione*
Vent’anni fa, il meteo segnalava temperatura primaverile e una pesante cappa di umidità, con qualche schizzo di pioggia. Un millimetro, per la precisione. L’area era pesante, il cielo grigio, conforme all’atmosfera plumbea di Casal di Principe che già sapeva – il tam tam delle voci di strada era assai più veloce della rete, che allora non esisteva – dell’oltraggio estremo, della morte violenta di don Peppe Diana. Vent’anni dopo, lo stesso cielo, la stessa umidità, che più tardi è stata spazzata via dal sole quasi estivo e dall’atmosfera di festa che ha accompagnato il lungo corteo. Non è la stessa Casale di allora, non è ancora quella nuova. In mezzo, nello spazio non solo temporale tra l’omicidio e l’anniversario, il vuoto desolante lasciato dalla lunga guerra tra lo Stato e il suo contraltare: le macerie non rimosse, lo zoccolo duro di chi ancora crede nella primazia della camorra e si attrezza per riconquistare la ribalta politica, l’indifferenza di tutti gli altri ad eccezione di quell’avanguardia, a dire il vero più numerosa e riconoscibile, che già a quel tempo sapeva da che parte stare e che aveva scelto di stare con don Peppe e con la sua coraggiosa normalità.
Molto è cambiato da quel giorno. Per esempio, non c’è più – e se c’è se ne sta ben nascosta – la manovalanza armata dei due clan in eterno conflitto. Niente staffette in motorino anche se agli angoli delle strade sono comparsi, a intervalli regolari, ragazzini con la divisa solita della paranza della famiglia Schiavone. Si sono affacciati per guardare: qualcuno con disprezzo, qualche altro con curiosità, per sapere chi c’era e chi era rimasto a casa. Un passo avanti, un bel passo avanti. Ma è ancora troppo poco se lungo il percorso del corteo, che ha attraversato l’intero paese, non c’erano i lenzuoli bianchi – pure preannunciati – di chi dichiara la sua distanza dalle mafie e neppure uomini e donne affacciati a balconi e finestre. Chi voleva guardare, e c’era certamente chi guardava, lo ha fatto senza farsi vedere: lasciando le imposte aperte ma rimanendo all’interno delle stanze. Negli occhi di una ragazzina, ferma sull’uscio di casa, non era difficile leggere la voglia di mischiarsi tra gli altri, e di cantare o anche solo di camminare a braccetto con gli studenti arrivati da mezza Campania. Ma più forte è stato lo sguardo di sfida dei due coetanei – i fratelli? – che l’hanno trattenuta, senza parlare, in quell’angolo. 
Assenze e silenzi, soprattutto le assenze, sono il segno di quanto ancora c’è da fare. Il corteo è diventato una sorta di metafora dell’agenda degli impegni prossimi venturi ai quali nessuno potrà sottrarsi, pena la consegna definitiva dell’intera comunità al modello di società che la repressione dello Stato ha spazzato. Per esempio, la costruzione di una comunità vera, autentica, fondata sul modello democratico dettato dalla Costituzione. Ruolo che potrebbe (e dovrebbe) spettare di diritto (e di dovere, aggiungo) innanzitutto a chi pratica l’antimafia sociale, deputata per sua stessa funzione a riempire quei vuoti che le istituzioni non riescono a colmare compiutamente. Una sorta di surroga ma con obiettivi ben precisi, con il reclutamento di anime nuove pescate anche nel serbatoio di chi ha aderito, per scelta o per mancanza di consapevolezza, a un modello criminale di società. È un bacino pari ad almeno un terzo della popolazione di Casal di Principe, composto dai familiari e dagli amici di quanti, negli ultimi vent’anni, hanno conosciuto il carcere per fatti di mafia e che dalla camorra hanno ricevuto stipendio, welfare, apparenza di diritti. Poi il lavoro, anzi occasioni di lavoro, e una scuola sempre aperta, capace di trasmettere cultura e capacità autonoma di pensiero. Solo così ci si potrà lasciare alle spalle quasi un quarto di secolo di ripetuti commissariamenti del consiglio comunale, solo così si potrà avere una competizione elettorale autenticamente libera da condizionamenti. Ma anche su questo punto la strada da percorrere è ancora lunga e non certo in discesa. Perché la lezione di don Peppe non è servita a tutti. Perché, oggi, proprio in queste ore, c’è ancora qualcuno che sta progettando l’occupazione di quello stesso spazio vuoto riaprendo le porte a quanti, faticosamente, lo Stato ha scacciato.
*pubblicato su Il Mattino del 20 marzo 2014
 
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