Le assoluzioni (sbagliate) e l’impunità dei Casalesi

Rosaria Capacchione*
Sì, lo so, ora diranno tutti che l’avevano capito. I più prudenti che l’avevano almeno sospettato. Ma quando accadde, non una ma una decina di volte, furono pochi a meravigliarsi in pubblico di quelle assoluzioni: pochi magistrati, pochissimi giornalisti. Tutti gli altri preferirono credere che quelle sentenze fossero solo la conseguenza di un eccesso di garantismo, del sistematico sminuzzamento del quadro indiziario che finiva per ridurre a zero il valore della prova, dell’ammissione di formidabili perizie foniche o balistiche che ribaltavano il quadro accusatorio. Forse è andata veramente così ma le parole di Antonio Iovine – parole come pietre, avrebbe detto Carlo Levi – danno invece sostanza all’ipotesi di compravendita della giustizia penale: l’assoluzione di un capoclan assassino in cambio di denaro. Mediatori, dice Iovine, alcuni avvocati appartenenti a una sorta di sistema specializzato nell’aggiustamento dei processi. Duecento milioni in un caso, duecentomila euro in un altro, pagati in due volte come nella migliore tradizione del voto di scambio: metà al momento dell’accordo, l’altra metà dopo il verdetto. Bugie di pentito? Millanterie di avvocato, magari più bravo o più fortunato dei colleghi? Oppure è vero, e dunque se il clan dei Casalesi è diventato mafia è stato perché della borghesia mafiosa hanno fatto parte anche alcuni magistrati?
L’unica cosa certa è che lo sapevano tutti che la IV Corte di Assise di Appello non credeva alla bontà delle dichiarazioni di Dario De Simone, il più preciso e pericoloso (per gli imputati) collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, il grande accusatore del processo Spartacus. Il presidente Pietro Lignola non gli credeva e lo metteva per iscritto, talvolta con una discreta dose di sarcasmo. Garantista con i Casalesi, giustizialista con i camorristi napoletani: evidentemente, suggerivano coloro che giuravano sulla sua buona fede, la qualità delle indagini sui “viddani” Casalesi lasciava molto a desiderare. Ma è un fatto che il sistematico scardinamento della credibilità di quello che era stato il numero tre del clan (e anche, a quel tempo, il più alto in grado dei pentiti) stava minando Spartacus nelle sue fondamenta. Per altro, su quel tema la IV Corte di Assise di Appello stava consolidando una corposa giurisprudenza di merito e proprio a quella sezione era destinato il maxiprocesso ai Casalesi.
Una volta, due volte, tre volte: Lignola aveva chiesto chiarimenti sull’isolamento disposto a carico di Francesco Schiavone-Sandokan, all’epoca (il 1998) capo dei Casalesi, che dal 41 bis era riuscito a far arrivare all’esterno lettere di minaccia. Aveva assolto tutti gli imputati dell’omicidio della psicologa formiana Paola Stroffolino e del suo amante Luigi Griffo, e cioè Michele e Vincenzo Zagaria, condannando il solo De Simone che pure aveva fatto trovare i cadaveri in una cisterna a mezza strada tra Parete e Giugliano, proprio di fronte al terreno sul quale oggi sono depositati alcuni milioni i tonnellate di ecoballe. Anche Antonio Iovine aveva beneficiato del garantismo dell’anziano giudice che compariva in aula indossando il tocco, impugnando un martelletto e lasciando in camera di consiglio il suo inseparabile cagnolino.
In tutti i casi la Corte di Assise di Santa Maria Capua aveva concluso l’istruttoria dibattimentale condannando quegli uomini, tutti pezzi da novanta del potentissimo e ferocissimo clan casertano.
Tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004 il primo incidente di percorso. Sulla scrivania del pm Francesco Curcio era arrivato un atto notarile trovato dalla Dia durante una perquisizione a Casapesenna. Documento trasmesso immediatamente al Csm con allegata una nota che segnalava la singolarità di alcune assoluzioni decise dalla IV Corte di Assise di Napoli e la possibile incompatibilità del suo presidente nel processo per il duplice omicidio Griffo-Stroffolino.
Nella relazione si riferiva che a dicembre del 1991 Lignola aveva venduto un appezzamento di terreno di due ettari, a Casapesenna, a una donna del posto, coltivatrice diretta. Quella donna era Maria Vicigrado, moglie di Domenico Zagaria, con il quale era in regime di comunione dei beni. Maria Vicigrado e Domenico Zagaria sono i genitori di Vincenzo Zagaria, boss dei Casalesi condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, all’epoca dei fatti già condannato, con sentenza passata in giudicato, per associazione camorristica nella qualità di appartenente al clan Bardellino. Opportunità avrebbe voluto, sottolineava la nota della Procura di Napoli, che il magistrato si fosse astenuto dalla trattazione del processo nel quale, ribaltando la decisione di primo grado, Zagaria era stato assolto.
Ad aprile del 2004 Napoli arrivarono gli ispettori del ministero della Giustizia: che acquisirono sentenze, ascoltarono testimonianze, tornarono a Roma senza decidere nulla ma invitando a una maggiore prudenza. Due anni e mezzo dopo, però, Vincenzo Zagaria era tornato di nuovo dinanzi al vecchio proprietario del terreno diventato dei suoi genitori. Era imputato, assieme al solito Dario De Simone, di uno degli omicidi più importanti della storia della camorra casalese: quello di Mario Iovine, braccio destro di Antonio Bardellino, ucciso in una cabina telefonica a Cascais.
Alla vigilia della decisione il parlamentare siciliano Beppe Lumia aveva chiesto al ministro Guardasigilli di accertare le ragioni della mancata astensione del giudice Lignola. Che quella volta fu costretto ad astenersi.
Il processo Spartacus, come da previsione, fu assegnato alla IV sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ma non al collegio del presidente Lignola. La credibilità di Dario De Simone non è stata più messa in discussione, gli ergastoli sono diventati definitivi.

*pubblicato su Il Mattino del19 giugno 2014

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