L’ex pm Donato Ceglie si dimette dalla magistratura

Rosaria Capacchione*

La parabola di Donato Ceglie si chiude con la discesa vertiginosa verso l’uscita dalla magistratura, con una sentenza di condanna per abuso d’ufficio, una prescrizione per concorso esterno, un processo per concussione che in appello rischia di scivolare verso una conclusione diversa da quella di primo grado, l’assoluzione. L’uomo che fu il pm di punta della Procura di Santa Maria Capua Vetere negli anni d’oro della battaglia contro le ecomafie, ha chiesto di lasciare l’ordine giudiziario. Lo ha fatto il 5 febbraio scorso, con dimissioni irrevocabili. Lo ha ribadito il 12 marzo e poi il 13 aprile, sollecitando il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, per una rapida trattazione del fascicolo. Che, sinora, non è ancora in calendario. Verrà prima l’udienza del 4 giugno, quando Palazzo dei Marescialli dovrà decidere su un nuovo procedimento disciplinare, incardinato poche settimane fa. E, probabilmente, solo allora si saprà se le dimissioni saranno accolte o se , invece, alla sospensione da funzione e stipendio, decisa il 4 marzo del 2016 in sede cautelare, si aggiungerà un’altra sanzione. L’uscita definitiva dalla scena chiuderebbe per sempre la partita, eliminando il rischio di una possibile e ignominiosa rimozione dai ranghi della magistratura.

La parabola si chiude, dicevamo, nella maniera peggiore. Lasciando l’amaro in bocca e tante ombre, mai diradate, sui rapporti tra il magistrato napoletano e imprenditori dei rifiuti, condannati per contiguità con il clan dei Casalesi: Cipriano Chianese prima, i fratelli Michele e Sergio Orsi poi. Rapporti che sono stati stati esplicitamente ammessi da Sergio Orsi (il fratello Michele è stato ucciso dieci anni fa a Casal di Principe dagli uomini di Giuseppe Setola ma non si sa ancora con il mandato di chi) a dibattimento, o documentati altrimenti. Rapporti che il magistrato manteneva in costanza delle sue indagini sulle ecomafie e che nascono una ventina di anni fa, quando indagava proprio sulle discariche di Chianese. Scoperti (e denunciati) tra il 1994 e il 1996 da uno sconcertato Roberto Mancini, l’ispettore della Criminalpol ucciso dalla leucemia. Ma diventati di dominio pubblico solo quando Donato Ceglie era ormai finito in disgrazia, travolto da un’indagine per concussione sessuale poi conclusasi con la sua assoluzione.

Di tutto questo c’è qualche riferimento nelle motivazioni della sentenza con la quale il 13 novembre dello scorso anno il Tribunale di Roma (presidente Paola Roja, a latere Maria Teresa Cialoni e Paola Della Vecchia), lo condannava per abuso d’ufficio in merito alle consulenze mai autorizzate fatte alla Coldiretti nazionale per il Rapporto Agromafie ma fatturate (75mila euro in quattordici mesi) a un consulente. Sentenza che accerta anche la responsabilità penale del magistrato in merito a un altro capo d’imputazione: la trattazione “privata” di una querela presentata da una donna contro l’ex marito e da lui contro di lei. Una donna, Sara Fusco, che nel frattempo era diventata la sua amante. Ma il fatto è stato dichiarato non punibile per intervenuta prescrizione. Lei, in aula, ha smentito la relazione ma per questo ora è indagata per falsa testimonianza. Stessa sorte per il direttore di Coldiretti, che pure aveva cercato di ridimensionare il ruolo del magistrato e di smentire i rapporti economici.

I giudici romani, in sessanta pagine, hanno riassunto una parte tutto sommato marginale delle molteplici attività del collega samaritano. E non potevano fare altrimenti, visto che si trovavano a giudicare solo una parte residuale dell’imponente materiale investigativo raccolto dalla pm antimafia Barbara Sargenti, passata dalla Dda di Roma alla Direzione nazionale antimafia. Materiale che è a fondamento della sospensione da funzione e stipendio decisa dal Csm, sul quale è intervenuta la prescrizione a cui Ceglie non ha inteso rinunciare e sul quale, dunque, non è stato possibile alcun approfondimento processuale. Sono contenuti in quegli atti, composti da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, di testimoni e di intercettazioni telefoniche, i dubbi e le ombre sull’intera attività giudiziaria del magistrato, che nel privato appare uomo completamente diverso da quanto sembrava in pubblico. Apparenza che gli era valsa la consulenza in commissione Antimafia, in commissione sulle Ecomafie, all’università “Luigi Vanvitelli” (all’epoca Sun) dove aveva conosciuto molte delle ragazza poi passate per l’appartamentino sammaritano che utilizzava come garçonniere e come studio privato, messo a disposizione dal consulente (poi diventato uno dei suoi accusatori più importanti) e dove i carabinieri di Caserta trovarono un quadro regalato da un  uomo di Casal di Principe, che si è scoperto essere un fiancheggiatore del clan Zagaria, che gestiva un deposito di mezzi sequestrati e che talvolta gli faceva da autista. La buona fama di Ceglie era sopravvissuta anche al primo processo, quello per la concussione sessuale, e al trasferimento d’ufficio. Per due volte, nel 2014 e nel 2015, era stato chiamato in commissione Ambiente, al Senato, per dire la sua sulle norme in via di approvazione.

Poi la caduta, precipitosa e ingloriosa. Con la condanna anche al risarcimento di sessantamila euro e altre azioni di rivalsa in sede civile in via di fissazione. E la prospettiva della decadenza: con essa, anche delle possibilità future, come ha scritto al Csm sollecitando la ratifica delle sue dimissioni, di un nuovo lavoro.

pubblicato su Fanpage.it il 22 maggio 2018

https://napoli.fanpage.it/dopo-accuse-e-condanne-il-pm-donato-ceglie-si-dimette-dalla-magistratura/

 

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Quando il clan dei Casalesi iniziò a morire

Rosaria Capacchione*

Era di maggio quando il clan dei Casalesi iniziò a morire. Un maggio caldo e afoso, come quello siciliano del 1992. Era il 16 di maggio, dieci anni fa, quando Mimmo Noviello, imprenditore di Casal di Principe e proprietario di un’autoscuola, salutò per l’ultima volta la famiglia e fu ammazzato sull’asfalto di Baia Verde, a due passi dall’ufficio. Era stato coraggioso quando non era facile fidarsi dello Stato, non aveva tutela, forse aveva anche smesso di avere paura. Morì e quel giorno si capì – non tutti, non tutti subito – che era finita l’epoca delle ammazzatine di camorra e che si era precipitati in un’era nuova e luttuosa: quella delle rappresaglie e delle stragi. Fu quel giorno che i più attenti misero in fila i fatti strani che erano accaduti nelle due settimane precedenti: l’omicidio di Umberto Bidognetti, un brav’uomo padre di un camorrista poi diventato collaboratore di giustizia; l’incendio della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente dell’associazione antiracket di Santa Maria Capua Vetere; le telefonate anonime al centralino del Tribunale. I Casalesi avevano cambiato strategia e si erano affidati a un’avanguardia militare, a un manipolo di assassini cocainomani convinti di poter ripristinare la “regola” a colpi di Kalashnikov e di bombe.

Il via libera due mesi prima, durante le discussioni difensive dell’appello del processo Spartacus, quando i detenuti compresero che gli ergastoli sarebbero stati confermati in blocco. Chi aveva promesso aiuto e clemenza non aveva potuto mantenere la parola. Non restava che la vendetta. La scelta cadde su Giuseppe Setola, fortunato beneficiario di arresti domiciliari per ragioni di salute. Un emissario andò a trovarlo e lo investì dell’incarico. Toccava a lui seminare il terrore colpendo tutti nemici del clan: collaboratori di giustizia e loro familiari, imprenditori coraggiosi, magistrati, poliziotti, carabinieri, scrittori e giornalisti. 

Il primo a morire fu Umberto Bidognetti: il figlio Mimì aveva da pochi giorni invitato la sua gente a deporre le armi e cambiare vita. Il 16 maggio fu la volta di Domenico Noviello. Il 30 maggio per un caso non morirono la sorella e la nipote di Anna Carrino, la donna che era stata per un quarto di secolo la compagna di uno dei capi del clan Francesco Bidognetti, e che pure si era consegnata alla Procura antimafia. Il primo giugno toccò a Michele Orsi, imprenditore a mezza strada, che pure aveva timidamente iniziato a collaborare con la giustizia. E poi, in un crescendo, altri morti, altri agguati. E bombe e raffiche di mitra contro vetrine di negozi, camion, concessionarie di auto. Fino alla strage degli africani, il 18 settembre. Fino ai due omicidi di Giugliano e Casal di Principe, ai primi di ottobre. Fino all’agguato del 12 dicembre, registrato in presa diretta attraverso una microspia installata sull’auto degli assassini. Alla fine si conteranno diciotto molti, diciotto feriti, centinaia di attentati in mezza provincia di Caserta.

Durò un mese ancora, fino al 14 gennaio del 2009. Giuseppe Setola aveva perso quasi tutti i compagni di viaggio, arrestati dopo la strage di settembre e molti passati nelle file dei pentiti. I suoi mentori e capi lo avevano mollato, perché con lo sterminio degli africani aveva esagerato. Era nato il “modello Caserta” e la vita per i latitanti era diventata più complicata. Gli fecero l’ultimo regalo. Lo affidarono alle cure del cugino di Antonio Iovine, che doveva accompagnarlo per l’ultimo miglio prima di abbandonarlo a se stesso. Li presero tutti, e anche i più ostinati sostenitori dell’autonomia setoliana dovettero capitolare. La scelta stragista era stata una scelta del clan intero.

Nei due anni e undici mesi successivi si è compiuto il destino di tutti i capi: mentre diventavano definitivi gli ergastoli del processo Spartacus, Nicola Schiavone, Antonio Iovine, Michele Zagaria sono stati via via arrestati. Setola ha provato con scarsa fortuna a “buttarsi pentito”, poi ha nuovamente usato l’arma della malattia. Iovine collabora con la giustizia. Della famiglia Schiavone in libertà non è rimasto nessuno, così come di Bidognetti. Michele Zagaria manda messaggi in codice dal 41 bis. Dei fratelli due sono stati scarcerati, un altro è prossimo a riacquistare la libertà.

Oggi, 16 maggio 2018, dieci anni dopo, a Castelvolturno si è commemorata la morte di Mimmo Noviello: una corona alla lapide di Baia Verde, un convegno sul ruolo dell’antiracket nella sede del Fai, a Ischitella. Un occasione per rinverdire le prospettive dell’azione di denuncia collettiva, e di farlo anche oggi che non è più tempo di emergenza.

Ma è davvero finito il tempo dell’emergenza?

Una domanda destinata a non avere risposta, almeno per ora. Di quella stagione si conoscono molte cose ma non tutte. Per esempio, in nessun processo è stato mai certificato il mandato collettivo conferito a Setola dallo stato maggiore del clan dei Casalesi. Per esempio, non si conosce ancora il nome di chi ordinò l’omicidio più inquietante, quello di Michele Orsi, uomo di raccordo tra politica, impresa e camorra. Per esempio, nessuno ha mai spiegato come e quando fu deciso di bruciare il cugino di Antonio Iovine, affidandogli le cure di Setola. E se è vero che in quei giorni si consumò la frattura al vertice del clan, con Zagaria che voleva uccidere Nicola Schiavone (figlio di Francesco-Sandokan) e con le delazioni incrociate che portarono alle successive catture di Iovine prima, di Zagaria un anno dopo.

E’ certo che quel che rimane è il simulacro del clan che fu. Oggi ha ramificato e strutturato l’ala imprenditoriale e rafforzato la cassaforte segreta. Qualcosa è stato trovato in Romania (ed è stato arrestato Nicola Inquieto), molto altro è altrove (in Spagna?), probabilmente al sicuro. Per sempre. O almeno in attesa di tempi migliori.

*pubblicato su Fanpage.it il 16 maggio 2018

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Nicola Inquieto scarcerato, Pitești in festa

Rosaria Capacchione*

Libero, almeno fino a quando non sarà discussa la causa di estradizione. Ma libero. Solo due settimane di carcere per Nicola Inquieto, l’uomo mandato in Romania dal capo dei Casalesi, Michele Zagaria, e che a Pitești ha costruito un impero fatto di mattoni, piscine, impianti sportivi: in pratica, tutta la zona residenziale della città, una sorta di new Casapesenna fatta di cristalli e calcestruzzo. È tornato a casa, nella villa su tre piani che divide con la giovane moglie Ioana Petrescu e la figlioletta, nella serata di ieri. Ed è stata festa grande, come ancora si usa in Italia, nei quartieri di mafia e camorra, quando viene scarcerato un pezzo da Novanta. Una decisione a sorpresa, quella dell’Alta Corte di giustizia rumena, rimbalzata in Italia in mattinata. Inaspettata per la Dia e anche per la polizia rumena, che al momento si è vista confermare solo il sequestro preventivo dei beni di Inquieto (la stima è di 12 milioni di euro per i soli fabbricati), sempre in attesa del giudizio definitivo.

Nicola Inquieto era stato,arrestato il 12 aprile con l’accusa di associazione camorristica (il fratello Giuseppe, con la stessa imputazione, è detenuto in Italia) e ritenuto il prestanome di Zagaria, era in custodia preventiva sulla base di un mandato di cattura europeo. Titolo cautelare valido solo trenta giorni, in attesa dell’estradizione. La cui udienza è stata rinviata a una data non ancora stabilita. L’Alta Corte di Cassazione e di Giustizia ha esaminato ieri il ricorso presentato dai difensori di Inquieto e deciso la sua liberazione fino “alla risoluzione definitiva delle cause che hanno giustificato il rinvio del mandato di estradizione”. Ha comunque deciso di confermare “le altre disposizioni del provvedimento impugnato”. Spese legali a carico dello Stato, compreso l’onorario del difensore d’ufficio (60 dollari).

S’immagina, ora, una lunga e complicata battaglia legale nella quale si fronteggeranno le disposizioni antimafia vigenti in Italia e il diritto penale rumeno, che non prevede la sovrapposizione totale tra il 416 bis e l’associazione a delinquere prevista in quell’ordinamento. Problemi in vista anche per i sequestri. Nel caso in cui il tesoro di Inquieto dovesse passare alla Romania, non sarebbe infatti difficile per Inquieto (o per qualcuno in sua vece), tornarne in possesso. Il sequestro, infatti, in quel Paese è solo una custodia temporanea finalizzata alla vendita. Lo Stato incassa i soldi ma i beni vengono immediatamente venduti senza particolari cautele. Il rischio che le ricchezze rumene del clan siano state blindate è, dunque, altissimo.

Ma la vicenda processuale di Nicola Inquieto si incrocia, ora, con quella del fratello Giuseppe e con i retroscena mai chiariti della cattura di Michele Zagaria, arrestato il 7 dicembre 2011 in casa di un altro fratello, Vincenzo. Un filone d’indagine che la Dda di Napoli non ha mai chiuso e, in queste settimane, tornato in primo piano. Spunti investigativi ritenuti molto interessanti sono contenuti, infatti, in altri processi in corso: quello per il reimpiego di capitali nel centro commerciale Jambo, a Trentola Ducenta; quello per i lavori in somma urgenza appaltati dalla Regione Campania per la manutenzione delle condotte idriche; quello per il giro di soldi gestito da un cugino del boss, Francesco Zagaria, attraverso una bisca clandestina, un caseificio e un paio di imprese edili. Affari a metà con la famiglia di Francesco Schiavone-Sandokan, almeno fino all’arresto di uno dei figli, Carmine, a gennaio del 2013.

*pubblicato su fanpage.it il 27 aprile 2018

 

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Pitești, Romania: benvenuti alla fiera dell’Est dei Casalesi

Rosaria Capacchione*

Anno 2002. Il clan dei Casalesi è controllato dal solito quadrumvirato – Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti in carcere, Michele Zagaria e Antonio Iovine latitanti da sette anni – e sta per abbandonare la veste classica del monolite per diventare un cartello di famiglie mafiose. Il processo Spartacus non è ancora concluso, gli ergastoli sono di là da venire, dietro la porta la possibilità di una scarcerazione fortunosa (come per poco non accade tra quel dicembre e il marzo del 2003 a Schiavone). Una traccia porta i carabinieri a Casapesenna, alla casa dei coniugi Vincenzo Inquieto e Maria Rosaria Massa, lui idraulico senza risorse, lei maestra di danza. La perquisizione si rivela infruttuosa.

Anno 2004. Il 13 gennaio i carabinieri controllano l’abitazione di un fratello di Vincenzo, Nicola, a San Cipriano d’Aversa. Trovano il padrone di casa, la moglie rumena (la prima, Simona Ileana) e Carmine Zagaria. Nicola Inquieto e il fratello del boss avevano cercato di evitare gli investigatori scappando attraverso una botola. Che aveva ospitato, in tempi precedenti, un latitante di cui vengono trovate alcune tracce. Stesso anno, la cattura di Antonio Iovine sembra cosa quasi fatta (passeranno, invece, altri sei anni prima di consegnarlo al carcere). La Procura antimafia di Napoli sta iniziando a ricostruire la rete di parentele, di rapporti, di amici e di fiancheggiatori. Un’indagine che, quattro anni dopo, porterà all’arresto di tutta la galassia del “Ninno bello” di San Cipriano, che dieci anni dopo inizierà a collaborare con la giustizia. Nell’agro aversano dilaniato dagli omicidi le voci rimbalzano nell’etere e nelle auto imbottite di microspie. Due uomini ridacchiano, parlano (in codice) delle donne che aiutano i latitanti. E accennano a “quella della Clio”, Maria Rosaria Massa.

Due cose appartengono a quel tempo: la prima emergenza rifiuti in Campania e la nascita dell’impero economico di Michele Zagaria in Romania. Della genesi della prima sappiamo molto ma non ancora tutto. Dell’altra abbiamo letto nelle carte dell’inchiesta della Dia di Napoli che, qualche giorno fa, ha portato all’arresto di Nicola Inquieto e di un altro fratello Giuseppe. Molto era reperibile anche su Facebook – dove è stato possibile seguire in presa diretta la fine del secondo matrimonio, la nascita del nuovo amore con la bellissima venticinquenne Ioana Petrescu, l’ingresso nella casa sfarzosissima, il matrimonio, l’arrivo (un anno fa) della figlia – e su fonti aperte della rete. Per esempio, sul sito istituzionale della Italy Constructii, la società capofila dell’impero costruito a Pitești dall’ex venditore di Cd taroccati, Nicola Inquieto, è pubblicato per scopi pubblicitari il bilancio della società con l’andamento dei profitti e delle perdite.

Il grafico mostra una situazione incerta fino al 2009, un balzo notevole tra il 2010 e il 2011, la caduta verticale e poi, di recente, la nuova ripresa. Michele Zagaria viene arrestato a dicembre del 2011, il fratello Carmine viene scarcerato a marzo del 2017. La ricchezza apparente di Nicola Inquieto, testa di legno di Michele Zagaria, è fatta di mattoni, terreni e piscine, oltre che di due società immobiliari: la già citata Italy Constructii e la gemella Daniela Constructii. Daniela Inquieto è la nipote di Nicola, la ragazzina che chiamava “zio” il boss latitante e sua prediletta.

La IC e la DC posseggono 15 fabbricati, 151 terreni, 57 appartamenti, 16 garage, 2 aree di parcheggio, 5 spazi commerciali, un deposito. In pratica, l’intero quartiere di New Gavana, la periferia residenziale di Pitești dove Nicola Inquieto e la moglie Ioana avevano aperto tre mesi fa un lussuosissimo centro benessere, il Vitality . Ma la ricchezza di Michele Zagaria non è (non è solo) quella visibile nei filmati. Il suo tesoro, gelosamente protetto, è la rete di contatti altissimi che gli hanno garantito per sedici anni una comoda latitanza e la costruzione di una ricchezza smisurata. Riguardiamo le date indicate in apertura: 2002, 2004 e, poi ancora, 2010 e 2011, quando il capoclan viene individuato e la sua staffetta seguita. La cattura salta, esattamente come saltò quella di Bernardo Provenzano. La traccia era sempre la stessa, una costante (e questa è la prima inspiegabile anomalia) la presenza nella sua vita della famiglia Inquieto. Va a vuoto anche nel novembre del 2010, tre giorni dopo l’arresto di Antonio Iovine: ad Aversa, in piazza Magenta, la Squadra Mobile di Napoli smantella l’outlet gestito da un altro fratello Inquieto, Giuseppe, pure arrestato la settimana scorsa. Michele Zagaria non viene trovato anche se più di uno tra i curiosi che assistevano alle operazioni di scavo si disse sicuro di averlo visto andare via, confondendosi tra la folla. I danni provocati dagli scavi vengono risarciti dallo Stato.
E questa è un’altra stranezza.

Tempo dopo, Maria Rosaria Massa parlando con la figlia Daniela, le rivela il suo sospetto che, l’anno successivo, sia stato proprio Giuseppe a consegnare il boss alla polizia. Dicevamo della perquisizione nel 2002, poi di quella del 2004, i collaboratori di giustizia parlano della seconda. L’altra è affidata alla memoria degli investigatori che la eseguirono e che cercarono invano il bunker sotterraneo, in vico Mascagni, che probabilmente però a quell’epoca ancora non era stato costruito.

“Il loro rapporto – racconta Antonio Iovine – risale addirittura al 1997-1998 data dalla quale Michele Zagaria ha usufruito dell’appoggio della famiglia Inquieto. Infatti si è anche servito del fratello Nicola, acquistando a suo nome una casa a San Cipriano, dove poi fu rinvenuto il fratello di Zagaria, Carmine, e dove fu scoperto un nascondiglio. Dopo il rinvenimento, per allentare la tensione delle forze dell’ordine, Zagaria Michele allontanò Inquieto Nicola mandandolo in Romania così affidandosi nuovamente al fratello Inquieto Vincenzo”. Confermano Massimiliano Caterino, Attilio Pellegrino, Generoso Restina (che parla anche di un incontro tra Michele Zagaria e il senatore Luigi Cesaro), Michele Barone. Perché, dunque, il prudentissimo Michele Zagaria ha continuato a fidarsi di persone “bruciate”? E perché quelle tracce sono state seguite solo saltuariamente?

Nicola Inquieto a Pitești, la città dei tulipani gemellata a Caserta dal 1972 e ormai piccola colonia italiana. Il fratello Vincenzo a Casapesenna, nel ruolo di semplice vivandiere. In Romania vanno i soldi incassati in Italia, ma incassati da quale affare? Certamente il traffico di rifiuti e lo smaltimento, durante le due emergenza campane; attività “protetta” da uomini degli apparati di sicurezza interessati a risolvere il problema anche a costo di trattare con la camorra e garantire la libertà a chi poteva fornire mezzi e terreni, garantendo la pace sociale e smorzando le proteste di chi non voleva i veleni napoletani nelle sue campagne. A qualcuno, a quel tempo (tra il 2003 e il 2010) sarà sembrato un prezzo congruo. E poi ci sono i centri commerciali: il Jambo, sequestrato a Trentola Ducenta un paio di anni fa, ma non solo il Jambo.

Un investimento, pare di capire dai messaggi in codice mandati da Michele Zagaria ad Antonio Iovine il 10 febbraio scorso, e annotati da un agente della polizia penitenziaria, che i due avrebbero avviato insieme prima che la loro latitanza si concludesse. Potrebbe essere questo il riferimento al “bar di Antonio che lavora molto ed è sempre pieno di clienti che vengono appositamente da Caserta tutte le mattine” contenuto nella lettera misteriosa e mai decifrata inviata a Michele Zagaria ad aprile del 2012. Una rassicurazione sul buon andamento degli affari comuni. Ma questo è un altro capitolo della storia.

*pubblicato su Fanpage.it del 19 aprile 2018

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Il ritorno delle lucciole

Rosaria Capacchione*

Qualche giorno fa sono tornata a Casal di Principe. Avevo voglia di fare una passeggiata nei luoghi di oltre trent’anni di lavoro, di esercitare lo sguardo della giornalista, di riappropriarmi di strade, case, colori, odori, finestre aperte o chiuse, insegne nuove o vecchie. Stavo cercando i segnali di quella cosa nuova che è la mafia dopo i Casalesi, le tracce lasciate dalle famiglie di camorra e dai ragazzi cresciuti dopo la morte di don Peppe Diana. Ho incontrato Renato, naturalmente. Il sindaco Renato Natale, eletto dopo che tutto si era già consumato e che quattro anni fa aveva scommesso sulla ricostruzione possibile del suo complicato paese. Mi ha parlato con orgoglio dei progetti realizzati, di quelli in cantiere, della scuola materna costruita in una palazzina confiscata alla camorra. Ma arrivato a questo punto del racconto si è accorto che mi ero distratta.

Stavo inseguendo uno spezzone del suo discorso, un frammento -una parentesi- caduto tra una parola e l’altra: la piazza Vittorio Emanuele, quella conosciuta come piazza Mercato, da qualche tempo è diventata wifi-free. Proprio così. Nella piazza che ospitò l’invettiva di Roberto Saviano contro i boss latitanti (era il 2006) Michele Zagaria e Antonio Iovine e, l’anno dopo, gli insulti del padre del capomafia ergastolano Francesco Schiavone-Sandokan, è arrivata la libertà di connessione con il resto del mondo. E anche a piazza Villa -quella dell’omicidio dei fratelli Martire e delle scorribande armate che partivano dal club Napoli- la navigazione sulla rete è aperta a tutti.

È arrivata la modernità, è arrivata a Casal di Principe e non a Caserta o Aversa, e con essa la comunicazione globale di chi non ha più paura di essere intercettato. “Renato, ma questa è una bella cosa. Vale di più della scuola materna…”. Sulle prime mi ha guardato un po’ perplesso, poi si è agganciato al filo silenzioso del mio ragionamento e mi ha detto: “Guarda che abbiamo anche illuminato con i led le strisce pedonali di via Vaticale e della Circumvallazione”.

Ora, ci sarebbe da fare un discorso lungo e complicato sulla vivibilità sostenibile e sui costi irrisori di queste piccole comodità urbane. Anche sulla singolare circostanza dell’esclusione sistematica delle ditte che le propongono come miglioria gratuita quando c’è da appaltare un’opera pubblica, e che si vedono scavalcare da chi invece non ha niente da offrire per il benessere comune (e questa sarebbe materia per una bella indagine su come si manovrano le gare e si aprono le buste delle offerte).

Ma a me, invece, è venuto in mente Pasolini. E il suo discorso sulla scomparsa delle lucciole. Ne aveva scritto sul Corriere della Sera il 10 febbraio del 1975, in un articolo intitolato “Il vuoto del potere in Italia“. Parlava della Democrazia Cristiana e dei disastri provocati dal Palazzo. Scriveva: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, sopratutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.) Quel ‘qualcosa’ che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque ‘scomparsa delle lucciole'”.

In quello stesso tempo a Casal di Principe e dintorni pure accadeva “qualcosa” e il Palazzo cominciava a essere l’emblema del potere mafioso. Più tardi, a causa dell’inquinamento dell’acqua, sono scomparse le lucciole ma anche tante vite, inghiottite dalle malattie più devastanti e dolorose. lo chiamano biocidio, e lo associano ai guasti terribili provocati dalla mano dell’uomo che ha sotterrato in campagna, avvelenando gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti, gli scarti velenosi delle industrie.

Mi sono sembrate un bel presagio, le lucine a led che illuminano le strisce pedonali di Casal di Principe. Non producono consenso elettorale ma lasciano sperare che, nel Palazzo spogliato del potere camorrista, anche le lucciole possano tornare.

*pubblicato su Huffingtonpost.it il 16 aprile 2018

 

La rotta dei rifiuti: così è nata Gomorra

di Rosaria Capacchione*
La differenza l’ha fatta il Fattore C. Ma l’origine è la stessa. Coincide, la genesi dell’emergenza, con la crisi dell’apparato industriale che aveva assicurato lo smaltimento dei rifiuti organici e industriali. In Lombardia e in Toscana il corto circuito fu provocato dalla diossina e dalla progressiva, ma velocissima, chiusura delle grandi discariche che erano state al servizio delle fabbriche e delle concerie. In Campania, dieci anni dopo, dal riempimento dei grandi fossi comunali che avrebbero dovuto assicurare una discreta autonomia per un altro ventennio ma che invece furono colmati prima del tempo proprio dalle scorie che arrivavano dal Nord.
La differenza, dicevamo, l’ha fatta la camorra, che in Campania ha rallentato e poi bloccato la soluzione strutturale del problema che altrove è stato, invece, governato e irregimentato in appena cinque anni: dal 1985 al 1990. Cinque anni che hanno segnato irreparabilmente il destino ambientale delle province di Napoli e Caserta, raccontati da un imprenditore napoletano, Pietro Colucci, parte offesa e testimone in un processo – che va sotto il nome di «Operazione Artemide» – che si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati.
Il racconto, marginale nell’economia del procedimento, è contenuto nelle motivazioni della sentenza. E ricostruisce, in maniera originale rispetto al punto di vista dei collaboratori di giustizia, la nascita delle ecomafie. Lui, che aveva ereditato dal padre l’azienda che raccoglieva i rifiuti tra Mondragone e Sessa Aurunca, nel 1984 aveva subito un’estorsione dal capozona mondragonese. Rinunciò all’appalto in quel comune, conservò Sessa Aurunca ma poi, dieci anni dopo, lasciò anche quella zona. Al suo posto entrarono altri due imprenditori, Sarnataro e Barbieri, imposti dal capoclan Augusto La Torre. E furono questi ultimi a fare da apripista, qualche tempo dopo, alla Ecoquattro dei fratelli Michele e Sergio Orsi.
La storia di Pietro Colucci, dunque, è il prequel dello scandalo dei consorzi e dell’affare che ha travolto l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, l’ex ministro Mario Landolfi e uno stuolo di amministratori locali che avevano trasformato il consorzio di bacino Ce4 in un carrozzone dispensatore di soldi e di assunzioni, a beneficio della camorra e della politica. E vi compare un personaggio, Giacomo Diana (morto durante il dibattimento), che ha fatto da sponda necessaria e indispensabile ai trafficanti di veleni della prima ora. Gestiva, Diana, la discarica Bortolotto, a Castelvolturno: una montagna di spazzatura en plein air, naturalmente abusiva, che nelle sue viscere ha nascosto tonnellate di bidoni pieni di scarti di lavorazione delle concerie toscane.
È l’epoca in cui i Casalesi – Francesco Schiavone, Antonio Iovine, Francesco Bidognetti – entravano nell’affare in prima persona. La loro società, con sede in Toscana, si chiamava Ecologia 89. E in cui Nunzio Perrella, camorrista della zona flegrea, scopriva che il traffico di rifiuti era più redditizio del traffico di droga, stringendo un patto d’affari con Cipriano Chianese, avvocato con le entrature giuste in Regione e dei Servizi.
Colucci racconta il passaggio dalla fase artigianale a quella industriale della raccolta e dello smaltimento, transizione segnata da contenziosi amministrativi e proteste di piazze: perché in quei mesi erano iniziate anche le lunghe code di camion che arrivavano da mezza Italia e che lasciavano cadere immondizia e percolato in strada. Proteste che in tempi più recenti – l’emergenza del 2007/2008 – i Casalesi hanno addomesticato per proprio tornaconto, assicurando la pax sociale in cambio del monopolio dei trasporti e dello stoccaggio delle ecoballe.
«Per un lungo periodo c’è stata una discarica a Sessa che non mi ricordo da chi fosse gestita, ma era una discarica della città, quindi i camion sversavano in città. Questa discarica fu chiusa, perché nella fase di emergenza nazionale di Lombardia e Toscana, quando cominciarono a chiudere tutti gli inceneritori perché producevano diossina e quelle regioni non erano organizzate per ricevere i propri rifiuti, cominciarono a portare i rifiuti al sud. Cominciò in quella fase l’area della criminalità organizzata legata al trasporto di rifiuti, trasporto talvolta lecito, talvolta illecito, che ha fatto storia, purtroppo. E quella discarica fu chiusa non perché avesse smaltito illecitamente, ma perché accettava rifiuti da fuori regione». Quindi, lo sversamento necessario nell’impianto di Diana. Aggiunge Colucci:«L’emergenza nazionale che ha riguardato tutto il comparto, dalla Lombardia alla Toscana comincia nell’85/86 e dura fino al 1990, quando poi quelle regioni si organizzarono in proprio con impianti». E commenta: «Fu uno scandalo nazionale perché prima invasero il Lazio, poi la Campania, poi andarono in Puglia lecitamente. In Calabria, invece, ci sono andati sempre, anche illecitamente. Lo ricordo perché come associazione (Assoambiente, che riunisce le imprese private aderenti a Confindustria che si occupano dell’igiene urbana, ndr) abbiamo studiato il fenomeno, ormai agli atti parlamentari della commissione di inchiesta sull’ecomafia. Questa vicenda ha coinvolto la Campania dall’86 al 1990, dal punto di vista ufficiale. Ufficioso, i rifiuti sono sempre arrivati, purtroppo, e le autorità hanno fatto di tutto per bloccarli, ma non sempre ci sono riusciti con celerità».
* pubblicato su Il Mattino, agosto 2012

A proposito di FanPage, di rifiuti e di camorra

Rosaria Capacchione

Riavvolgiamo il nastro e torniamo ai blocchi di partenza, depurando la storia da influenze (e violenze) della campagna elettorale, da eccessi caratteriali, da gelosie professionali, da timori per le conseguenze dell’inchiesta. Anzi, delle inchieste: quella giornalistica e quella giudiziaria. Torniamo indietro e stiamo ai fatti, che sono molto più semplici e brutali di quanto appaia. Quella narrata dai filmati di FanPage e dai decreti di perquisizione della Procura di Napoli è storia di camorra, di camorra che non spara ma potrebbe farlo ma che innanzitutto pensa agli affari. Camorra di nuova generazione? Niente affatto, è la stessa che si agita sul campo da quando ha scoperto, grazie al terremoto del 1980, che l’impresa e gli appalti pagano più delle normali estorsioni: è sufficiente la corruzione E’ la stessa che scoprì, come scriveva il sociologo Amato Lamberti dopo il sequestro di Ciro Cirillo (1981), che molto più redditizio del crimine tradizionale è gestire “un vero e proprio sistema di imprese economiche finalizzate all’accumulazione in termini capitalistici […] nello stesso momento in cui si insedia su un territorio, tende ad occupare contemporaneamente mercato criminale e mercato legale. Solo che, mentre sul mercato (criminale) ci si muove con la logica del monopolio e dell’allargamento continuo, su quello legale tende a privilegiare solo quei settori di attività che o consentono un’elevatissima redditività o consentono l’acquisizione e il drenaggio del denaro pubblico”. A quel tempo erano soprattutto i fondi della ricostruzione post-terremoto, un’emergenza durata trent’anni. Ma già s’intravedeva quella successiva, tutta legata all’ambiente e allo smaltimento dei rifiuti.
Nunzio Perrella, camorrista napoletano e imprenditore del settore, veniva arrestato nel 1991, mentre lo storico Nicola Tranfaglia dava alle stampe il saggio “La mafia come metodo” che citava, a proposito della camorra, proprio le parole di Lamberti. E raccontava, Perrella, che l’oro della camorra era l’immondizia che lui stesso aveva portato a spasso per l’Italia, su e giù dal Nord al Sud. Al Sud, ha raccontato nel libro “Oltre Gomorra” scritto assieme al giornalista Paolo Coltro e pubblicato tredici mesi fa, quando al Nord avevano riempito tutti i fossi e le discariche disponibili.
Nunzio Perrella, dunque, dopo il pentimento – datato 1992 – e la lunga detenzione, ricampare sulla scena più di un anno fa, esattamente il 19 gennaio 2017, alla presentazione del libro. Dice subito che ha ancora molto da raccontare e far scoprire e che vorrebbe collaborare ancora con la magistratura. Per ritrovato senso civico? Per calcolo? Per riguadagnarsi lo stipendio da pentito? Non lo sappiamo e non ha neppure molta importanza: prima di lui lo hanno fatto in tanti, e da sempre. La pubblicistica sulla mafia è ricchissima di testi scritti a quattro mani con collaboratori di giustizia, a partire dalle confessioni di Tommaso Buscetta affidate alla penna di Enzo Biagi (Il boss è solo, 1987). Documenti preziosissimi che hanno contribuito, e non poco, alla nascita di una diffusa coscienza antimafia.
Ritroviamo Perrella in un video di FanPage diffuso ad agosto dello scorso anno, sei mesi fa. Accompagna Sacha Biazzo, il giornalista che ha firmato anche “Bloody Money”, in alcune vecchie discariche di Ferrara e fa ritrovare immondizia e amianto sepolti sotto campi di grano.
E ora eccolo di nuovo, nella veste del se stesso di un tempo: cioè, di un imprenditore dei rifiuti, senza scrupoli e disponibile a pagare per arrivare agli appalti. Che in giro per l’Italia si fa accompagnare da un giornalista, però, perché è con lui che sta collaborando. L’appalto più ghiotto riguarda lo smaltimento delle ecoballe, oltre mezzo miliardo di euro disponile per svuotare il sito di Taverna del Re. Sacha Biazzo lo accompagna perché vuole ricostruire e documentare il sistema che fa girare la macchina delle bonifiche e che sovrintende alla sempiterna emergenza dei rifiuti. I protagonisti sono quelli di sempre: mediatori, faccendieri, funzionari pubblici, politici. E’ lo stesso schema dell’operazione Adelphi (1993), l’indagine ispirata da Nunzio Perrella, che individuò verticinque anni fa la catena di montaggio delle collusioni, sopravvissuta però ai processi e rimasta in funzione fino alle due grandi emergenze del 2003 e del 2008. Fino a un nuovo pentimento: quello di Gaetano Vassallo, pure lui imprenditore dei rifiuti e pure lui vicino alla famiglia Bidognetti: “Sono stato sempre assolto – disse – ma ero sempre colpevole”.

FanPage e Perrella girano i video che la testata web sta pubblicando a puntate; la Procura di Napoli indaga sullo stesso segmento che porta alla Sma, la società regionale che si occupa di rifiuti. Ed ecco che, leggendo i decreti di perquisizione, si definisce meglio il quadro d’insieme: gli uomini di Sma che compaiono nei filmati di FanPage sono solo alcuni di quelli monitorati dai magistrati napoletani. Ci sono, tra gli altri, Luciano Passariello e Roberto De Luca, ma anche il dirigente della Regione Campania Lucio Varriale, il dipendente della Sma distaccato alla segreteria di Passariello Agostino Chiatto; Andrea Basile, ritenuto l’attuale reggente del clan Cimmino; gli imprenditori Salvatore Porro, Abramo Maione, Vincenzo Riccio, Antonio Cristofaro e Giovanni Caruson interessati a un appalto per lo smaltimento di fanghi. Nella geografia criminale campana Caruson è collocato dalle parti del clan Cimmino del Vomero; Cristofaro da quelle del gruppo casalese della famiglia Bidognetti. E’ lo stesso Bidognetti, ergastolano e detenuto al 41 bis, condannato anche per disastro ambientale nel processo per la discarica Resit di Giugliano e storico alleato dei Cimmino: coinvolti in un duplice omicidio (per il quale è stato condannato all’ergastolo lo zio dell’imprenditore Cristofaro) e in un processo per una perizia “aggiustata”.
Questo filone d’indagine non ha niente a che vedere con l’inchiesta giornalistica di FanPage: Luciano Passariello, è, infatti, destinatario di due distinti decreti di perquisizione, l’altro assieme al direttore generale di Sma, Lorenzo Di Domenico, che si è dimesso dall’incarico.
Incrociando tutto il materiale disponibile emerge con evidenza un dato: il sistema criminale dei rifiuti è rimasto uguale a se stesso, ed è gestito dagli uomini di sempre. La ricostruzione giornalistica ha documentato in presa diretta il metodo; la Procura sta autonomamente verificando l’esistenza di reati gravissimi. Due piani differenti e che s’incrociano solo parzialmente.
Il primo filmato messo in rete, e il cui impatto devastante è stato assorbito dalla polemica politica successiva al coinvolgimento di Roberto De Luca, riguarda invece lo smaltimento di rifiuti industriali nelle condotte dei depuratori: trentamila euro per far sparire in mare e nelle fogne il contenuto di un’autobotte di veleno. Accordo in presa diretta, rischio elevatissimo per i giornalisti che hanno documentato la trattativa. Rischio che il disvelamento della stessa non ha ridotto, anzi ha aumentato. In un passaggio, l’uomo che ha fatto i prezzi parla anche di tecniche per ripulire le acque. E scopre un altro nervo scoperto: l’inchiesta incompiuta sull’accaparramento, da parte di uomini del clan dei Casalesi, di brevetti per la depurazione dei rifiuti industriali. Fatti raccontati marginalmente nel processo per le misure di prevenzione a carico dell’avvocato Michele Santonastaso, recentemente condannato anche in appello per associazione camorristica, difensore storico di Francesco Bidognetti e dell’altro capo casalese, Antonio Iovine, da quattro anni collaboratore di giustizia. In quel procedimento, la ricostruzione della nascita di Eco.Art, una società che all’epoca dei fatti (2013) era in fase di accreditamento alla Regione Campania, attraverso una costellazione di imprese e di uomini vicini al clan: Pasquale Pirolo, che fu l’uomo di fiducia di Antonio Bardellino; Cipriano Caterino, Gaetano Del Vecchio, Giovanni Ricciardi. L’indagine su Eco.Art e sulle bonifiche si arenò a causa del quasi contestuale trasferimento di investigatori e magistrati ma avrebbe meritato ben altri approfondimenti. Al momento si ignora, per esempio, se le stesse persone siano ancora sulla piazza, magari sotto lo schermo di una nuova società. O se l’affare sia passato di mano.
E’ certo, comunque, che i lavori dell’ultima commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti si siano conclusi segnalando numerose criticità in Campania. Alcune riguardano l’incendio dei siti di stoccaggio (come l’Ilside di Bellona) di rifiuti pericolosi. Un altro comparto nel quale è ben visibile la manina dei soliti noti. E che meriterebbe un’altra inchiesta.