Il pentimento del boss: imputato Iovine, ora confessi

Rosaria Capacchione*
Dunque, signor Iovine, ora ci dica come andò. Ci racconti lei, che nel clan dei Casalesi è entrato dal portone principale, come quel manipolo di delinquenti da strada è riuscito a trasformarsi in consorteria mafiosa, con quali complicità, con quali coperture. Parta dalla fine della storia, e non dall’inizio. E da quel «bar che lavora molto ed è sempre pieno di clienti» che vogliono «sfogliatelle fresche» sfornate a Caserta tutte le mattine. Non ci basterà leggere i retroscena di omicidi efferati, non ci soddisferà la ricostruzione dell’ennesima epopea camorristica fatta di piombo e sangue. Le basti sapere che noi sappiamo che Terra di Lavoro, grazie a lei e ai suoi amici, è diventata – ed è ancora – una sorta di Poisonville e che noi, noi cittadini testimoni di quasi trent’anni di gesta criminali, siamo pronti ad assistere all’ultimo atto di una lunghissima partita a scacchi, torneo in cui lo Stato è stato spesso sul punto di compiere mosse sbagliate, talvolta fatali, riuscendo però sempre a salvare la partita.
Dunque, signor Iovine, lei ha perso. Da giocatore, da scommettitore su scala industriale, potrebbe ancora accarezzare l’idea di tentare di strappare una patta, ma non ci provi. Perché tanto di lei si sa e tantissimo altro si vuole ancora sapere. Dicevamo del bar. Sì, proprio il bar di cui si parlava nella lettera anonima inviata a Michele Zagaria due anni fa, quella missiva in codice con il report di aggiornamento sui nuovi equilibri raggiunti dopo l’arresto del suo complice e sodale. Ci sembrò che l’Antonio citato fosse lei e che si parlasse di affari: investimenti commerciali, soprattutto, i soli che in tempi di stagnazione continuavano stranamente a funzionare. Negozi? Oppure l’inesauribile fila di clienti è quella, invece, degli imprenditori ancora in cerca di appalti? Di certo c’è la necessità urgente di sapere dove ha conservato i suoi soldi. E dov’è il forziere, mai trovato, del suo amico Francesco Schiavone. E dove gli investimenti della famiglia Zagaria. Non parliamo (non parliamo soltanto) di ville e villaggi turistici, come quelli sequestrati in Puglia qualche tempo fa, ma di soldi, di denaro contante, quello che è servito – per esempio – per pagare le vacanze a Montecarlo, a Parigi, sulle montagne dell’Alsazia e della Lorena. Quello accumulato durante gli anni della bella vita romana. A proposito di Roma: non sarebbe male se ci parlasse dei tempi di Gilda, e di come sia riuscito a mettere le mani sulla discoteca più famosa della Capitale strappandola alla Banda della Magliana. Amici suoi? Soci occasionali? È grazie a loro che aveva messo le mani anche sulle slot, sulla linea più redditizia dei Monopoli? È con loro che suo cugino Mario aveva aperto i caseifici sul litorale di Ostia? Ci parli di Gilda, di chi la frequentava, di chi la gestiva. E ci dica se davvero era affidato alle cure di suo cugino Riccardo, quello che coprì l’ultimo tratto della latitanza di Setola lo stragista.
Ma queste, signor Iovine, sono ancora piccolezze. Perché lei certamente conosce alcuni dei misteri di questa dolorante parte d’Italia. I rifiuti, per esempio, e le coperture che hanno consentito vent’anni e più di emergenza. Lei, signor Iovine, compirà cinquant’anni tra qualche mese. Ne aveva venticinque quando diventò socio di Ecologia 89, la ditta che faceva da stazione appaltante per la raccolta illegale dei rifiuti sull’asse nord-sud. Poco più di un ragazzo, ma già nell’affare del secolo. Per la verità era ancora più giovane quando partecipò (così si racconta) al suo primo omicidio importante, quello di Ciro Nuvoletta. Era il 1984 e a quel tempo si disse che accanto ad Antonio Bardellino e Mario Iovine c’era pure ’o ninno, quel ninno bello (il bel ragazzino, il ragazzino dalla faccia d’angelo) così iniziato ai rituali di camorra. A proposito di Bardellino: ce ne parli, signor Iovine. Ci dica come andò veramente la storia e, soprattutto, ci dica chi oggi conserva la sua eredità: soldi, aziende, immobili che nessuno, proprio nessuno, ha mai cercato ma che hanno arricchito all’improvviso oscuri cottimisti, piccoli faccendieri, forse lo stesso patron delle ecomafie, Cipriano Chianese.
Parlavamo dei rifiuti. Ecco, non sarebbe male capire una volta e per tutte come, da Ecologia 89, si è potuti arrivare alle piazzole di cemento armato su cui sono accatastate le ecoballe, quelle per le quali i fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico sono sotto processo per aver favorito il clan dei Casalesi. Anzi, proprio lei, signor Antonio Iovine. Ne aveva altre di piazzole? E quali sono, signor Iovine? E se tanto era riuscito a fare, non ci nasconda allora chi sono gli uomini politici che in questi lunghissimi anni l’hanno aiutata a crescere e a diventare uno dei capi dei Casalesi. E chi ha lusingato fornendo appoggio elettorale. Solo sindaci e consiglieri comunali del suo paese, oggi ancora commissariato? Sarebbe assai strano, anche se il suo paese, San Cipriano d’Aversa, è lo stesso di Bardellino. E a Napoli? E a Roma? Non poteva bastarle un piccolo consigliere comunale per manovrare in Regione o per controllare appalti e forniture nell’Azienda ospedaliera di Caserta. Il servizio mensa, per esempio, sul quale i camorristi di Marcianise non potevano chiedere tangenti perché era roba che apparteneva a lei. E le nomine nella stessa azienda, tutte decise a Napoli o ancora più su, pure (almeno in parte) controllate da lei. Fu in quell’ospedale che morì suo padre Oreste, lo ricorda? A quel tempo era latitante (chi l’avvertiva, signor Iovine, quando riusciva miracolosamente a scappare?). Così, per curiosità, andò a salutarlo prima dell’ultima ora?
A lei, signor Iovine, piace il mondo della sanità. Lo avevamo capito tantissimi anni fa, quando dalle parti di Frignano – dove lei fu arrestato per l’ultima volta prima della lunghissima latitanza seguita all’inchiesta Spartacus – ogni tanto veniva trovato qualche deposito clandestino di medicinali. Poi ha fatto il salto di qualità, e ha acquistato qualche grande farmacia destinata, almeno in apparenza, a sua figlia Filomena: che ha studiato, è andata all’università, si è laureata appunto in farmacia. Sa nulla, signor Iovine, del grande affare dei farmaci ospedalieri? E delle forniture in nero alle cliniche private? Ci spieghi, signor Iovine, perché alla gente le questioni di salute interessano assai più degli omicidi di mafia. Però le tocca parlare anche di questi, di quelli mai scoperti e di quelli di cui si sa tutto. Per esempio, di quelli della stagione del terrore setoliano. E del via libera che arrivò in un’aula di tribunale attraverso un proclama che portava anche la sua firma. Ce lo dica ora o mai più: perché il piombo e il sangue hanno sempre una ragione ma i tempi lunghi della giustizia hanno significato solo se sono l’anticamera della verità. Non siamo in un hard boiled, signor Iovine. Non c’è un altro Dashiell Hammett a scrivere il lieto fine di un’enclave mafiosa e purulenta. Ma sappia che di verità questo pezzo d’Italia ha urgente bisogno. Per ricominciare.

*pubblicato su Il Mattino del 24 maggio 2014

Con la norma approvata oggi la lotta alla mafia è più efficace

Oggi il Senato ha approvato in via definitiva il ddl sullo scambio politico mafioso. Si tratta di un momento che il Paese aspettava da 30 anni. Grazie a questa norma, già dalle prossime elezioni europee del 25 maggio, sarà possibile punire il voto di scambio non solo quando questo avviene con il pagamento in denaro. Fino ad oggi infatti, il nostro ordinamento non considerava scambio politico mafioso quello per cui il voto viene dato in cambio di altre utilità se non quelle in denaro.

Grazie alla norma che il parlamento ha finalmente approvato, chiesta tra l’altro da quasi mezzo milione di cittadini che hanno posto il loro nome a sostegno della petizione di Libera e Gruppo Abele, si potrà perseguire in maniera più efficace il voto di scambio in qualsiasi modo esso avvenga. In questi giorni qualcuno ha sbraitato contro questo provvedimento, addirittura dichiarando che la mafia s’è impossessata dello Stato e si fa le leggi da sola. In un giorno come questo, abbiamo il dovere di ricordare che questa norma viene da lontano, da una lotta alla mafia che ha visto cadere uomini retti e coraggiosi.

Questa norma rende giustizia ai tanti che si sono battuti in nome di un Paese migliore. Ed è importante che già con le elezioni del 25 maggio sarà in vigore. Oltre le urla inconcludenti di molti, è sicuramente un segnale chiaro che il parlamento italiano da alle mafie.

Il contesto: il caso Cosentino e tutti gli altri. Ecco cosa frena lo sviluppo del Sud

Rosaria Capacchione*

Un metodo. Un sistema rodato e funzionante, che ha trasformato Cosa Nostra, la camorra e la ‘ndrangheta in holding affaristiche e interi settori (il calcestruzzo, il movimento terra, la logistica, la distribuzione delle derrate alimentari) dell’economia italiana in comparti para-mafiosi. E’ il tavolino a tre gambe descritto da Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, che la famiglia Zagaria ha successivamente raffinato fino a riassumere in una sola persona tutti i perni della stessa piattaforma. E’ lo schema che è possibile riconoscere negli atti d’indagine che hanno portato in carcere Nicola, Giovanni e Antonio Cosentino. Inchiesta in cui la contiguità con i Casalesi fa da sfondo ma che racconta, al di là delle contestazioni del giudice e i risvolti processuali, un sistema finanziario e politico che ha impedito e ancora impedisce il normale sviluppo economico del Mezzogiorno d’Italia. E’ un sistema talmente vantaggioso per chi lo adotta e ne fa parte da essere diventato contagioso, espandendosi in altre parti del Paese: in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna, in Toscana, nella Lombardia che si appresta a rilanciare il prodotto Italia con Expo 2015. Ma è nel Sud, per la precisione alla periferia dell’area metropolitana di Napoli, che il tavolino a tre gambe (l’accordo tra politica, impresa e mafia) ha dato i suoi frutti più proficui. La sintesi è racchiusa nelle parole di Giovanni Cosentino, il più grande dei fratelli, il vero erede della fortuna accumulata dal padre Silvio nel dopoguerra con il commercio del carburante: “Chi ha più forza quello spara”…“Dove ci vuole la politica c’è mio fratello Nicola; dove ci vogliono i soldi ci sto io e dove ci vuole la forza c’è pure la forza”. Che l’abbia usata oppure no non ha alcuna importanza, perché in questa parte d’Italia a democrazia dimezzata è sufficiente sapere che l’uso della forza non è affatto monopolio dello Stato; e che tra i parenti e affini dell’interlocutore c’è effettivamente qualcuno che potrebbe usare la forza delle armi.
E’ impressionante vedere come il metodo mafioso del controllo del territorio sia stato applicato dall’Aversana Petroli al controllo della distribuzione del carburante. Non un solo impianto doveva e poteva sfuggire alla ditta. E non solo a Casal di Principe, dove poteva valere una sorta di tutela dell’onore, di lesa maestà di confine. No, la regola valeva per tutta la provincia, anche alle porte di Caserta, senza nessuna effettiva ragione commerciale, con il ricorso sistematico a prestanome: a Casagiove come a Casapesenna, dimostrando così una notevole sensibilità ai mutevoli equilibri della camorra che spara. In questo contesto il ruolo di Nicola Cosentino, il politico, appare servente rispetto all’impresa di famiglia. Se non ci fosse stato lui, ne sarebbe stato trovato un altro altrettanto disponibile a fornire gli stessi servigi.
Ma fa impressione anche un altro dato, che definisce il limite di tanto strapotere: l’incapacità di pensare in grande, nonostante l’interlocuzione quotidiana e la familiarità con i vertici delle grandi compagnie petrolifere e del comparto energetico italiano. Guardiamo, per esempio, all’evoluzione dei grandi capitali in America, soprattutto a quelli di origine dubbia: alle seconde e alle terze generazioni è toccato il compito di riscattare, almeno in parte, le ambiguità dei genitori restituendo alle università, alle fondazioni, alle organizzazioni benefiche, una quota del maltolto. Quei capitali si sono moltiplicati anche in virtù del consenso sociale guadagnato attraverso la distribuzione (non clientelare) di posti di lavoro o di assistenza. Ebbene, nel nostro caso nulla di tanto è all’orizzonte. Anzi. Nel sistema del tavolino a tre gambe non c’è spazio per chi non fa parte della stessa cordata: appalti, forniture, benefici, licenze, posti di lavoro sono le briciole riservate clientelarmente a chi partecipa all’affare e lo agevola. Tutti gli altri sono esclusi, emarginati, messi nell’angolo, costretti a difendersi in tribunale da denuncie strumentali, attaccati da giornali locali (emblematica la cena tra Giovanni Cosentino e l’allora direttore di un quotidiano casertano) che dello scandalo hanno fatto la loro ragion d’essere.
Il Far West? Qualcosa di molto simile. In realtà una terra di camorra è fatta proprio così, per quanto ostico possa sembrare ammetterlo. E in una terra così è molto più facile adeguarsi che combattere. Vale anche per i pezzi dello Stato che per lunghissimi anni hanno fatto finta di non vedere e di non capire cosa si nascondeva dietro alcuni potentati economici che hanno dominato a lungo tra Napoli e Caserta nei comparti dell’edilizia, della sanità, dei rifiuti, dei trasporti, dell’energia (come in questo caso); dietro il trasferimento o l’isolamento di poliziotti e di carabinieri; dietro l’inutile rincorrere carte altrettanto inutili; dietro gli infiniti depistaggi di denunce posticce. Potentati che hanno mosso molto denaro senza produrre vera ricchezza. Leonardo Sciascia ne ha fatto capolavori, di storie così. Lo ha fatto, talvolta, senza mai nominare la parola mafia ma di mafia, indubbiamente, parlando.

*intervento pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – ed. Napoli il 5 aprile 2014

Don Diana, attenti a cosa si nasconde nel vuoto

Rosaria Capacchione*
Vent’anni fa, il meteo segnalava temperatura primaverile e una pesante cappa di umidità, con qualche schizzo di pioggia. Un millimetro, per la precisione. L’area era pesante, il cielo grigio, conforme all’atmosfera plumbea di Casal di Principe che già sapeva – il tam tam delle voci di strada era assai più veloce della rete, che allora non esisteva – dell’oltraggio estremo, della morte violenta di don Peppe Diana. Vent’anni dopo, lo stesso cielo, la stessa umidità, che più tardi è stata spazzata via dal sole quasi estivo e dall’atmosfera di festa che ha accompagnato il lungo corteo. Non è la stessa Casale di allora, non è ancora quella nuova. In mezzo, nello spazio non solo temporale tra l’omicidio e l’anniversario, il vuoto desolante lasciato dalla lunga guerra tra lo Stato e il suo contraltare: le macerie non rimosse, lo zoccolo duro di chi ancora crede nella primazia della camorra e si attrezza per riconquistare la ribalta politica, l’indifferenza di tutti gli altri ad eccezione di quell’avanguardia, a dire il vero più numerosa e riconoscibile, che già a quel tempo sapeva da che parte stare e che aveva scelto di stare con don Peppe e con la sua coraggiosa normalità.
Molto è cambiato da quel giorno. Per esempio, non c’è più – e se c’è se ne sta ben nascosta – la manovalanza armata dei due clan in eterno conflitto. Niente staffette in motorino anche se agli angoli delle strade sono comparsi, a intervalli regolari, ragazzini con la divisa solita della paranza della famiglia Schiavone. Si sono affacciati per guardare: qualcuno con disprezzo, qualche altro con curiosità, per sapere chi c’era e chi era rimasto a casa. Un passo avanti, un bel passo avanti. Ma è ancora troppo poco se lungo il percorso del corteo, che ha attraversato l’intero paese, non c’erano i lenzuoli bianchi – pure preannunciati – di chi dichiara la sua distanza dalle mafie e neppure uomini e donne affacciati a balconi e finestre. Chi voleva guardare, e c’era certamente chi guardava, lo ha fatto senza farsi vedere: lasciando le imposte aperte ma rimanendo all’interno delle stanze. Negli occhi di una ragazzina, ferma sull’uscio di casa, non era difficile leggere la voglia di mischiarsi tra gli altri, e di cantare o anche solo di camminare a braccetto con gli studenti arrivati da mezza Campania. Ma più forte è stato lo sguardo di sfida dei due coetanei – i fratelli? – che l’hanno trattenuta, senza parlare, in quell’angolo. 
Assenze e silenzi, soprattutto le assenze, sono il segno di quanto ancora c’è da fare. Il corteo è diventato una sorta di metafora dell’agenda degli impegni prossimi venturi ai quali nessuno potrà sottrarsi, pena la consegna definitiva dell’intera comunità al modello di società che la repressione dello Stato ha spazzato. Per esempio, la costruzione di una comunità vera, autentica, fondata sul modello democratico dettato dalla Costituzione. Ruolo che potrebbe (e dovrebbe) spettare di diritto (e di dovere, aggiungo) innanzitutto a chi pratica l’antimafia sociale, deputata per sua stessa funzione a riempire quei vuoti che le istituzioni non riescono a colmare compiutamente. Una sorta di surroga ma con obiettivi ben precisi, con il reclutamento di anime nuove pescate anche nel serbatoio di chi ha aderito, per scelta o per mancanza di consapevolezza, a un modello criminale di società. È un bacino pari ad almeno un terzo della popolazione di Casal di Principe, composto dai familiari e dagli amici di quanti, negli ultimi vent’anni, hanno conosciuto il carcere per fatti di mafia e che dalla camorra hanno ricevuto stipendio, welfare, apparenza di diritti. Poi il lavoro, anzi occasioni di lavoro, e una scuola sempre aperta, capace di trasmettere cultura e capacità autonoma di pensiero. Solo così ci si potrà lasciare alle spalle quasi un quarto di secolo di ripetuti commissariamenti del consiglio comunale, solo così si potrà avere una competizione elettorale autenticamente libera da condizionamenti. Ma anche su questo punto la strada da percorrere è ancora lunga e non certo in discesa. Perché la lezione di don Peppe non è servita a tutti. Perché, oggi, proprio in queste ore, c’è ancora qualcuno che sta progettando l’occupazione di quello stesso spazio vuoto riaprendo le porte a quanti, faticosamente, lo Stato ha scacciato.
*pubblicato su Il Mattino del 20 marzo 2014
 

Emergenza rifiuti, ormai è certa la trattativa Stato-camorra sulla gestione dell’emergenza

Un accordo non scritto, prova logica della trattativa tra pezzi delle istituzioni e i Casalesi del gruppo Zagaria per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania del 2007/2008. E’ quanto emerge dalla prima lettura degli atti dell’inchiesta della Dda di Napoli sulla discarica di Chiaiano che ha portato all’arresto di 16 persone collegate al fratello del capo clan di Casapesenna; inchiesta strettamente collegata a quella che un anno e mezzo fa portò alla scoperta dell’antefatto della stessa vicenda, con l’arresto e la condanna dell’intermediario tra il proprietario della cava e la camorra casalese e di Pasquale Zagaria. L’indagine, che abbraccia un arco temporale che va dal 2008 al dicembre scorso, evidenzia anche i rapporti organici, strutturali, di cartello tra la potentissima holding criminale del Casertano egli alleati Mallardo e Polverino.

La vicenda della discarica di Chiaiano, la cui bonifica era stata contrattualmente prevista e presuntivamente eseguita nel 2008 da due imprese, poi risultate in rapporti d`affari con il clan Mallardo di Giugliano e con il gruppo Zagaria appartenente al clan dei Casalesi, è dunque paradigmatica del sistema che ha governato l’intero comparto del trasporto e dello smaltimento dei rifiuti in Campania, con il rapporto stretto tra la componente mafiosa, quella imprenditoriale collusa e quella istituzionale (Fibe-Fisia). Capofila è la famiglia di Giuseppe Carandente Tartaglia, che ha gestito il trasporto dei rifiuti – anche quelli stoccati ad Acerra – attraverso il consorzio Cgte, sede legale a Caserta e diramazioni in tutta la Campania. La proprietà del Cgte è costituita da quattro imprese: Ecosistem 2001, Educar di Franco Carandente Tartaglia &C., Educar e Cete, che a sua volta raccoglie una trentina di ditte, buona parte delle quali inserite nella black list della Procura antimafia. Dell`elenco fa parte la Over Line, impresa da dodici milioni di euro sequestrata ai fratelli Paolo, Raffaele e Antonio Fontana, uomini di Casapesenna legati a filo doppio alla famiglia Zagaria, condannati recentemente proprio per questa vicenda. La ditta Fontana,priva del nulla osta antimafia, nel 2008 era entrata nel Consorzio Universal 2,che operava con la missione tecnico-operativa di Guido Bertolaso.

L’operazione di oggi, dunque, segna un punto fermo nella ricostruzione di una delle più inquietanti vicende che hanno riguardato la Regione Campania e il comparto della Protezione civile nell’amministrazione straordinaria della grandi emergenze, con il ricorso sistematico alla doppia morale e al cinico accordo con la camorra, sola entità in grado di garantire a tutte le componenti ingentissimi guadagni e il sostanziale controllo del territorio. Ma non tutto è stato ancora giudiziariamente accertato. A partire dai rapporti obliqui con apparati di sicurezza, la cui presenza si manifesta inquietante in numerosi atti investigativi. Rapporti sui quali va fatta chiarezza al più presto, prima comunque che partano gli appalti per le bonifiche dei siti inquinati.

Rifiuti, i fuochi fatui e la fabbrica del silenzio

Rosaria Capacchione*
La prima montagna di rifiuti, accatastati alla rinfusa su un fondo agricolo, senza ordine e senza tutela alcuna per l’ambiente e per l’uomo, iniziò a crescere venticinque anni fa. Un mostro alto duecento metri che si materializzò nel mezzo della piana dei Mazzoni, tra Napoli e Caserta, zona d’elezione per la produzione della mozzarella di bufala, una delle eccellenze agroalimentari italiane. Via via quella montagna si è moltiplicata: da una parte i rifiuti smaltiti illegalmente, dall’altro le migliaia di ecoballe prodotte durante le emergenze del 2003 e del 2008. E sotto terra, percolato prodotto dagli scarti industriali, poi precipitato nella falda; fusti pieni di liquidi tossici; fanghi dei depuratori distribuiti nei fondi agricoli. E intorno, tonnellate e tonnellate di carta, plastica, pellame, collanti.
E’ questo l’humus, il contesto, il combustibile dei fuochi fatui che infiammano le notti e i giorni di centinaia di miglia di cittadini, intossicati dai fumi neri degli incendi. Ed è questo il quadro in cui la camorra, la malapolitica, la massoneria, hanno lucrato per un quarto di secolo. Il decreto che oggi si appresta a diventare legge offre un significativo e fondamentale contributo alla soluzione del più visibile di questi problemi: i roghi, con le ricadute che essi hanno sulla salute dei cittadini. Decreto al quale, a causa dei tempi strettissimi di conversione, è mancato il contributo che questa camera sarebbe stata ben lieta di offrire in forza dell’ultraventennale conoscenza di territorio e fenomeno di alcuni di noi e degli approfondimenti fatti, anche con ispezioni in Campania, dalla commissione ambiente del Senato e della commissione antimafia. Prendiamo atto con favore, comunque, che sia stata recepita una proposta partita proprio da quest’aula alla fine di settembre, e cioè l’impiego per le bonifiche di una parte dei fondi del Fondo unico per la giustizia, confiscati agli ecomafiosi campani. E confidiamo che i controlli sul territorio delegati ai militari riescano a fermare i roghi di rifiuti abbandonati.
Ma restano aperte ancora alcune questioni che, ovviamente, non potevano essere affrontate in un decreto ma che attengono a una più generale e complessa opera di prevenzione: culturale ma anche di polizia. Prendiamo, per esempio, il combustibile dei roghi, fatto di scarti di lavorazione di prodotti industriali che derivano dal mercato del falso, il cui valore è stimato in mezzo miliardo di euro all’anno: capi di abbigliamento, cd e dvd, giocattoli, occhiali, profumi e, soprattutto, scarpe, che pesano il venti per cento dell’intero fatturato del falso. La produzione è concentrata in Campania, tra le province di Napoli e Caserta; regione che è al terzo posto in Italia anche per propensione al consumo di beni contraffatti. Eppure, la confezione di milioni e milioni di pezzi, assemblati nelle fabbrichette di Arzano, Casoria, Grumo Nevano, Frattamaggiore, Aversa, ufficialmente non produce neppure un etto di scarto di lavorazione, neppure una tomaia da buttare, neppure un litro di collante da smaltire. Possibile? La ragione e la logica dicono di no, le statistiche invece danno forma al paradosso: la produzione di rifiuti industriali in Campania è sostanzialmente inesistente. La realtà, testimoniata dai roghi quotidiani nella «terra dei fuochi» o dall’incendio doloso di migliaia di ecoballe, dà ragione alla logica. E conferma le stime dell’Ispra, l’istituto per la protezione ambientale, rielaborate da Legambiente: in un anno/campione (quello preso in considerazione è il 2009) in Campania viene prodotto illegalmente oltre un milione di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Per l’esattezza, un milione e 39.312 tonnellate, e cioè il 26 per cento della produzione regionale di rifiuti (4 milioni e 989.258 tonnellate). Il 12,60 per cento deriva da attività sommersa criminale, e cioè (in prevalenza) dalla contraffazione, dall’edilizia abusiva, dalla rottamazione illegale; il 18,50 per cento da attività sommersa fiscale. Stessa percentuali su base nazionale, con una produzione complessiva di quasi quaranta milioni di tonnellate di rifiuti industriali provenienti da attività criminali o da aziende che realizzano una percentuale di produzione in nero, con il fine di evadere il fisco.
L’Istituto indica, inoltre, nella gestione dei rifiuti speciali l’emergenza nazionale di domani perché se sinora il fenomeno dello smaltimento illecito è stato proprio delle regioni a tradizionale presenza mafiosa, tra le quali la Campania è sempre stata in testa, oggi si è esteso a tutta l’Italia. Ebbene, in questo contesto sarebbe opportuno e urgente il censimento – delegato alle forze dell’ordine – delle fabbriche del falso o delle produzioni in regime di evasione fiscale, per individuare e colpire i produttori di materiale di scarto che, essendo illegale, non può essere smaltito legalmente.
E non basta. In vista delle imminenti bonifiche, è necessaria una particolarissima attenzione alle ditte che parteciperanno ai lavori. Il decreto legge già offre paletti e misure di salvaguardia che vanno in questa direzione, mutuando i severissimi protocolli già adottati per impedire infiltrazioni mafiose nei lavori dell’Expo. Ma per evitare che la storia, anche recentissima, si ripeta domani mattina è indispensabile accertare una volta e per sempre chi e che cosa ha consentito il disastro ambientale della Campania. Disastro conosciuto da oltre vent’anni, documentato dalle relazioni parlamentari della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e da atti d’indagine che precedono di molto le dichiarazioni dell’allora collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, oggi strumentalmente utilizzate per individuare un qualunque colpevole a prescindere dalla sua effettiva conoscenza di quegli atti. Disastro raccontato in un’inchiesta i cui atti sono pubblici dal 1993 e in una informativa depositata nel 1996, finita in una sorta di fascicolo virtuale, dimenticata e ritrovata solo quattro anni fa. Ebbene, è compito di questo parlamento chiedere la verità su quegli anni e sulle complicità che favorirono la nascita e la crescita delle ecomafie – il primo atto è stato la richiesta di desecratazione di verbali ancora coperti da segreto funzionale o investigativo presentata alla presidenza del Senato ai primi di dicembre -. E di farlo con forza, perché il rischio di altre collusioni e compromissioni anche questa volta è dietro l’angolo.
*intervento in Senato durante il dibattito per la conversione del decreto sulla terra dei fuochi

Il voto e la mafia, democrazia in vendita

Rosaria Capacchione*

Tutto è in vendita, nel mondo globale. Anche la democrazia. Con una gradualità nella sua progressiva compromissione, nella corrosione del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, nel tradimento dei valori repubblicani contenuti nella Costituzione. Una gradualità che inizia con l’accettazione di piccoli favori, preferiti  ai diritti, e che via via diventa reciproca convenienza alla corruzione e a una gestione particolare, privata, della cosa pubblica. Gestione che in terre di mafia diventa essa stessa carattere distintivo della mafia.

E’ il voto lo strumento dello scambio: il voto amministrativo e il voto politico, passando per le elezioni di organismi di categoria e financo per le primarie. La libera espressione del proprio consenso barattato con la promessa di favori o di protezione, coartata attraverso la ricerca di procacciatori di voti capaci di imporre, in virtù del proprio potere, una preferenza piuttosto che un altra, un candidato (o un partito) al posto dell’altro.

Se c’è una patologia che ha dissanguato la nostra democrazia è da ricercare appunto nei meccanismi del consenso: nelle regioni meridionali, dove tradizionalmente sono insediate le organizzazioni mafiose, e poi via via – seguendo la linea della palma, salita ben più dei 500 metri all’anno ottimisticamente indicati da Leonardo Sciascia più di 50 anni fa e arrivata ormai  alle Alpi – in quelle del Nord, che la vulgata voleva esenti da infiltrazioni della criminalità organizzata. Le ultime inchieste giudiziarie che hanno riguardato la Lombardia, il Piemonte, la Ligura, hanno definitivamente spazzato ogni residua illusione sulla immunità di quelle regioni  nelle quali, anzi, più evidente si è rivelata la ricerca da parte del candidato di quel consenso acquistabile da soggetti collegati alla ndrangheta. Voti comprati con denaro contante ma più ancora con la promessa di futuri favori o di una più generica, e insidiosa, messa a disposizione della propria amicizia e disponibilità.

Nei confronti della mafia  e della politica c’è bisogno, dunque, di una profonda bonifica sociale. E in questa direzione va la modifica dell’articolo 416 ter del codice penale, che punisce il voto di scambio politico-mafioso. Reato che nella formulazione in vigore è stato scarsamente applicato, vista la quasi impossibilità di dimostrare la compravendita del consenso attraverso la dazione di denaro, essendo piuttosto altre utilità – appalti, servizi, pubbliche forniture, assunzioni nelle partecipate – la moneta utilizzata dalla parte politica per ricompensare il procacciatore mafioso di consensi.  Nella formulazione licenziata dalla Camera, così come abbiamo evidenziato sin dal primo momento in commissione giustizia, il reato continuava a essere destinato alla non applicazione. Aveva sì esteso l’oggetto dello scambio aggiungendo le “altre utilità” già così indicate – per esempio – nell’articolato degli articoli 318 e 319 del codice penale che puniscono la corruzione; ma aveva introdotto altri termini, come il procacciamento o la consapevolezza della metodologia mafiosa utilizzata dal venditore di voti, che avrebbe obbligato il giudice a dimostrare l’effettività del procacciamento con l’uso delle armi o altri sistemi intimidatori, imponendo di fatto una probatio diabolica. Ancora, lasciava nel limbo dell’impunità quei comportamenti preparatori allo scambio e, ovviamente, l’accordo tra il politico e il mafioso, a prescindere dall’esito dello stesso. Accordo, vale la pena di ricordare, che rappresenta il vero vulnus, il momento di caduta verticale delle regole democratiche a vantaggio di quelle mafiose, e che presuppone la messa a disposizione del soggetto mafioso di beni che appartengono alla collettività.

Inchieste sempre più numerose della magistratura dimostrano che il voto di scambio diventa sempre più decisivo nel determinare gli equilibri della politica italiana. Ha assunto, inoltre, modalità e proporzioni sistematiche grazie alla mediazione assicurata dalla criminalità organizzata. Oggi non è più solo il singolo uomo politico a promettere qualcosa in cambio di un voto al singolo elettore: interi blocchi di voti, in alcuni casi decine di migliaia, sono venduti al miglior offerente dai clan mafiosi.

Chi si occupa quotidianamente di indagini sulla criminalità organizzata stima che l’incidenza del voto di scambio di matrice mafiosa sia quantificabile in un 5 per cento delle prefernze nelle regioni del nord. Sa anche che il il potere economico (ancor prima che militare) della criminalità organizzata sta proprio lì dove manca quello dello Stato, incapace di offrirsi come alternativa appetibile alla mafia ancor prima che di contrastarla efficacemente. Anche perché, come ha sostenuto Salvatore Lupo, c’è una “richiesta di mafia” in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico che ancora pretende di essere soddisfatto.

Le inchieste degli ultimi anni sono un segnale inequivocabile della necessità immediata di agire per contrastare il voto di scambio. Il compiuto esercizio del diritto di voto è possibile solo se la competizione elettorale si svolge nel pieno della legalità: obiettivo che nel contesto italiano passa necessariamente dal deciso contrasto della criminalità organizzata che con questo provvedimento avrà incassato un significativa e durevole sconfitta.

*intervento in Senato durante la discussione generale sulla modifica del 416 ter del codice penale

 

Il perché del sì al ddl abbattimenti

Intervento in Aula del 22 gennaio 2014.

“Il paesaggio è il grande malato d’Italia. Basta affacciarsi alla finestra: vedremo villette a schiera dove ieri c’erano dune, spiagge e pinete, vedremo mansarde malamente appollaiate su tetti un giorno armoniosi, su terrazzi già ariosi e fioriti. Vedremo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condominî, vedremo coste luminose e verdissime colline divorate da case incongrue e “palazzi” senz’anima, vedremo gru levarsi minacciose per ogni dove. Vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento». Salvatore Settis, autore di un saggio sulla necessità di salvaguardare l’ambiente da una concezione speculativa del concetto di paesaggio, non si riferiva a uno specifico territorio italiano  ma all’Italia nella sua interezza: a quelle città-fantasma che erano state Campomarino e l’Idroscalo di Ostia, a quella che ancora oggi sono Pinetamare o il litorale laziale e calabrese. Il saggio risale a quattro anni fa, quando i dati sull’abusivismo edilizio segnalavo almeno 570mila nuovi casi dopo il condono del 1985, con i picchi più significativi in Sicilia e Campania.

Ebbene,  quando, dieci anni fa, la Regione Campania – unica in Italia – non intese attuare la legge sul condono edilizio, lo fece tenendo ben presenti le condizioni di quel territorio: fortemente antropizzato, devastato dalle speculazioni dei decenni precedenti, disordinato a causa della mancanza di strumenti urbanistici e di una gestione criminale delle aree urbane, in tanti casi amministrate da politica e burocrazia colluse. Ritenne, come più tardi ha scritto Settis, che il paesaggio, specchio della società in cui viviamo, era stato consumato da quell’1 per cento della popolazione che continuava a distruggere; restava fuori il 99 per cento che aveva invece il dovere di preservare quello stesso paesaggio. La Regione si sostituì, dunque, a quella maggioranza silenziosa ma imponente che chiedeva rispetto per le proprie città e, in ultima analisi, per le proprie vite. Si limitò, la Regione Campania, a consentire dei condoni minimi, marginali, che non intaccavano il già traballante sistema urbano. La Consulta ritenne, invece, quegli indici tanto bassi da essere incongrui rispetto al dettato della legge. E non approvò le tabelle.

Storia vecchia, si dirà. Che nulla aggiunge alla necessità di regolare il consumo del territorio in un’area che deve alla conformazione morfologica del suolo una buona parte dei suoi problemi idrogeologici e che vive sotto la cappa di un grave rischio vulcanico e sismico. Storia vecchia che però ha prodotto ulteriori danni e problemi: il censimento degli abusi edilizi supera quota duecentomila, con quasi settantamila sentenze di abbattimento già pronte per essere eseguite. Complessivamente, in prospettiva, oltre un milione di persone che perderanno la casa  anche in presenza di violazioni minime. Abbattimenti di non facile esecuzione, visti i vincoli di bilancio dei Comuni, tanto che da cinque anni a questa parte ne sono stati effettuati alcune centinaia all’anno: una goccia nel mare, incapace di ripristinare il paesaggio ma strumento di contrattazioni clientelari soprattutto in prossimità del voto, quando la promessa, pur inevasa, di concessioni in sanatoria diventa strumento di consenso.

E’ per questa ragione, consapevoli di dover gestire un fenomeno macroscopico secondo le regole non dell’eccezionalità ma dei grandi numeri,  che alcuni uffici di Procura – Napoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere –  forti dell’esperienza positiva fatta  da alcune province siciliane, si sono dotati di un regolamento interno che fissa i criteri per le priorità degli abbattimenti: prima quelli degli immobili pericolanti o che insistono su aree gravemente compromesse dal dissesto idrogeologico, poi quelle di esponenti della criminalità organizzata, poi tutte le altre.

Ma non tutte le Procura della Repubblica, nonostante le sollecitazioni in tal senso giunte anche dal Consiglio Superiore della Magistratura,  si sono regolate alla stessa maniera. Non lo ha fatto, per esempio, la Procura generale di Napoli competente per l’esecuzione delle sentenze riformate dalla Corte di Appello; non lo ha fatto Napoli Nord, da cui dipende una fetta di territorio che fino al 13 settembre scorso era regolata dal protocollo tra Procura e Prefettura di Caserta. Si è creata, così, una ulteriore disparità tra disuguali, con situazioni paradossali. Per case costruite sullo stesso lotto ci sono soluzioni differenti: una va giù, perché la sentenza è stata riformata; quella accanto invece no, perché a decidere sulla tempistica degli abbattimenti è un altro ufficio. Paradosso nel paradosso, i soli abbattimenti sinora disposti ed eseguiti hanno riguardato le case monofamiliari di persone prive di reddito o con reddito esiguo, quasi tutte con un convivente disabile a carico. Persone che non hanno avuto neppure la possibilità economica di impugnare i provvedimenti dinanzi al Tribunale amministrativo.

Non un albergo, non un capannone che ospita le imprese che alimentano il ciclo illegale dei rifiuti, non una casa per le vacanze, non una villa, non un centro commerciale, non le centinaia di sottotetti trasformati in mansarde, non una sola abitazione di un camorrista, non una lottizzazione, non i quartieri costruiti sulla sabbia e ancora oggi privi di servizi e sottoservizi: niente di tutto questo è stato abbattuto, oggi come allora ammassi di cemento che  sono monumenti all’arroganza del potere criminale che ha impedito, e ancora impedisce, il normale e legale sviluppo del territorio. Un esempio per tutti: Casapesenna, il paese del capo dei Casalesi Michele Zagaria, sciolto per la prima volta a causa delle infiltrazioni mafiose nel Comune nel 1991; nella relazione allegata al decreto si fa espresso riferimento all’altissimo tasso di abusivismo edilizio determinato appunto dal controllo del clan su quel comparto; ebbene, in quel comune è stata abbattuta solo la casa di un operaio emigrato in Germania, tutt’intorno le decine di ville del boss dei suoi familiari, dei suoi amici, dei suoi protetti.

Non basta: il criterio cronologico adottato dalle Procure che non hanno firmato protocolli o non si sono dotate di regolamenti, aldilà dell’apparente terzietà, si è rivelato un ulteriore strumento di abusi e corruzioni, in qualche caso addirittura criminogeno. Ne fa fede la recentissima indagine della Procura della Repubblica di Napoli che ha portato all’arresto di alcuni addetti alle cancellerie che, in cambio di soldi, alteravano la cronologia delle sentenze nascondendo o distruggendo i fascicoli processuali.

Inserendo nel testo unico della legge per l’edilizia i criteri di abbattimento – inserimento avvenuto attraverso l’emendamento del relatore Caliendo che ha sintetizzato l’ampio e approfondito dibattito che si è svolto in commissione giustizia, partendo dal disegno di legge 580 poi radicalmente modificato – si è inteso, dunque, rispristinare un principio di uguaglianza tra tutti i cittadini italiani, sottraendo alla discrezionalità l’esecuzione di provvedimenti fortemente invasivi. Criteri mutuati integralmente dai regolamenti delle Procure secondo criteri di priorità da quegli uffici già applicati da tempo e lasciando ad esse la facoltà, motivata, di modificarli.

Criteri esemplari, che serviranno ad allontanare per sempre l’illusione di poter ancora scambiare consenso con  la cecità degli organismi di controllo territoriale  e  di  rendere più accettabile l’abbattimento della casa del più umile avendo questi assistito, prima che arrivi il suo turno,  a quello di immobili costruiti da speculatori e da camorristi. E in una parte del Paese dove la democrazia è ancora incompiuta, dove lo Stato troppo spesso ha avuto la stessa faccia della mafia,  dove i segni e gli esempi sono sostanza, sarà un modo per affermare che la legge è uguale per tutti e che non sarà mai più il più ricco e il più potente a poterla aggirare impunemente aspettando tempi migliori.

E per questo, onorevoli colleghi, che chiedo l’approvazione del provvedimento.

Il ddl abusivismo accelera gli abbattimenti, chi sostiene il contrario fa solo propaganda

Sconcertanti e gravissime le dichiarazioni, che sto leggendo in queste ore, sul contenuto del ddl 580 che regolamenta gli abbattimenti. Lo sconcerto nasce dal fatto che il testo licenziato dal Senato non è altro che il regolamento già adottato da tempo da alcune Procure della Repubblica per cadenzare i pochissimi abbattimenti di immobili abusivi che vengono disposti ogni anno. Ma non mi risulta che vi siano mai state rimostranze contro quelle Procure, così come non mi risulta via sia mai stata una protesta contro i mancati abbattimenti di alberghi, lottizzazioni, centri commerciali, villaggi turistici, addirittura della cadente cittadella di Pinetamare – con milioni di metri cubi di cemento che ha occupato terreni demaniali e distrutto la pineta – la cui sistemazione è stata oggetto di un discutibilissimo e ancora inattuato accordo di programma che nulla ha sanato e sistemato e che invece le stesse voci, oggi critiche, ieri applaudirono come una svolta epocale nel ripristino della legalità. Mi sarei aspettata, invece,  ben altro intervento da chi opera sul territorio campano e che ben dovrebbe sapere che i criteri cronologici adottati da quelle Procure che non si sono dotate di regolamenti hanno ingenerato il vergognoso mercato della tempistica delle sentenze con l’alterazione fraudolenta della data della sentenza. Eppure le cronache giudiziarie ne hanno parlato appena tre mesi fa.  Il fatto vero è che questo provvedimento, mitigando le tensioni sociali, rende possibili e addirittura accelera gli abbattimenti di immobili figli della speculazione. Chi sostiene il contrario fa solo propaganda. E la propaganda serve ad alimentare il disordine e rendere sostanzialmente inattuabile il programma di abbattimento. Che, lo ricordo, prevede solo poco più di 50 interventi all’anno a fronte di 70mila sentenze esecutive e altre 200mila in via di definizione.