Con ddl abusivismo la legge torna uguale per tutti

Questo disegno di legge ripristina finalmente il principio dell’uguaglianza tra tutti i cittadini italiani, sottraendo alla discrezionalità l’esecuzione di provvedimenti fortemente invasivi in Campania. Inserisce, infatti, nel testo unico per l’edilizia i criteri di abbattimento mutuati in modo integrale dai regolamenti delle Procure, secondo criteri di priorità applicati da quegli uffici. Criteri esemplari, che serviranno ad allontanare per sempre l’illusione di poter ancora scambiare consenso con la cecità degli organismi di controllo territoriale e di rendere l’abbattimento della casa del più umile avendo questi assistito, prima che arrivi il suo turno, a quello di immobili costruiti da speculatori e camorristi. Come si ricorderà quando dieci anni fa la Regione Campania, unica in Italia, decise di non attuare la legge sul condono edilizio, lo fece tenendo ben presenti le condizioni di un paesaggio già molto antropizzato e si limitò a consentire delle sanatorie minime, marginali. Ma, come è noto, la Consulta ritenne invece quegli indici incongrui rispetto alla legge, perché troppo bassi. Da allora il censimento degli abusi edilizi supera quota 200 mila, con quasi 70 mila sentenze di abbattimento già pronte per essere eseguite nella nostra regione. Vuol dire 1 milione di persone che perderanno la casa, anche in presenza di violazioni minime. Di fronte a questo, alcune Procure si sono dotate di un regolamento interno che fissa criteri  per le priorità degli abbattimenti. Solo alcune Procure, però, e ad oggi la situazione è a macchia di leopardo e presenta fortissime disuguaglianze. Questo ddl riafferma che la legge è uguale per tutti e che non sarà mai più il più ricco e il più potente a poterla aggirare impunemente aspettando tempi migliori.

Il nazismo è qui tra noi

di Rosaria Capacchione*

Scriveva Primo Levi ne «L’asimmetria e la vita» che «Auschwitz e` fuori di noi, ma e` intorno a noi, e` nell’aria. La peste si e` spenta, ma l’infezione serpeggia», indicando i sintomi della malattia nel disconoscimento della solidarieta` umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorita`, e principalmente, alla radice di tutto, una marea «di vilta`, una vilta` abissale, in maschera di virtu` guerriera, di amor patrio e di fedelta` a un’idea».

Levi avrebbe trovato nelle cronache di queste ultime settimane la drammatica e amara conferma ai suoi convincimenti. Il testamento di Priebke, videoregistrato e diffuso dopo la sua morte; i disordini seguiti ai suoi funerali ad Albano alla vigilia del settantesimo anniversario del rastrellamento del Ghetto di Roma; e prima ancora l’esibizione pubblica di svastiche, la pianificazione di stupri, la distruzione di negozi alla maniera della Notte dei cristalli da parte di formazioni neonaziste che, sia pur in posizione minoritaria, stanno occupando posizioni nella platea rappresentativa italiana; ci dicono, questi fatti, che il pericolo non e` ancora passato e che teorie razziste e xenofobe, stanno conquistando dignita` di pensiero e programma politico: oggi, anche qui, e non soltanto nella Grecia di «Alba Dorata». Con il negazionismo del genocidio degli ebrei, spacciato per ordinario processo di revisione storica utile e necessario alla rivalutazione del nazismo e dell’operato di Hitler.

E` su questo presupposto, e non soltanto per onorare la memoria di quanti, per queste ragioni, si sono visti privare della dignita` e della vita, che uno dei primi atti di questa legislatura e` stato la riproposizione del disegno di legge che introduce il reato di negazionismo dei genocidi. A questo scopo, similmente a quanto hanno fatto molti altri Stati europei sin dal 1945, si era proposta l’introduzione, attraverso una modifica del- l’articolo 3, comma 1, della legge n. 654 del 1975, con la quale si ratifi- cava e si dava esecuzione alla Convenzione internazionale sull’elimina- zione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966, del reato di negazionismo, cioe` del divieto di porre in essere attivita` di apologia, negazione o minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanita` e dei crimini di guerra, ovvero di propaganda di superiorita` o odio razziale o incitamento a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Lo stesso testo, in sostanza, discusso nella XVI legislatura.

Alcune e significative disparita` di vedute circa la redazione del testo normativo condussero, in quella circostanza, prima alla remissione all’Aula e poi alla interruzione dell’esame quando erano gia` stati presentati gli emendamenti, per via dello scioglimento delle Camere.

Una sorte parzialmente analoga si e` registrata nel corso di questo inizio di legislatura, dal momento che il disegno di legge, da principio approvato in sede referente il 15 ottobre, e` stato in un primo tempo riassegnato in sede legislativa per poi essere nuovamente rimesso all’esame dell’Assemblea. I lavori preparatori hanno evidenziato perplessita` e criticita` ri spetto a quello che viene indicato come un reato di opinione e che potrebbe limitare gli ambiti della ricerca storica o anche della libera espressione di un pensiero, sia pur odioso e repellente. Dibattito di cui la Commissione giustizia ha tenuto conto, intervenendo radicalmente sul testo originario pur conservandone integri lo spirito e le finalita`.

Il testo che oggi viene portato all’attenzione dell’Assemblea introduce, infatti, modifiche all’articolo 414 del codice penale in materia di negazione di crimini di genocidio, crimini contro l’umanita` e crimini di guerra, nonche ́ di apologia di crimini di genocidio e crimini di guerra.

L’impianto del citato articolo 414 viene modificato mediante l’inserimento di uno specifico comma che incrimina la condotta di chi nega l’esistenza di tali crimini. Inoltre, viene prevista una circostanza aggravante che determina l’aumento della pena della meta` per chi compie istigazione o apologia dei crimini di genocidio o contro l’umanita`.

L’originaria disciplina recata dal disegno di legge n. 54 era alquanto differente, dal momento che faceva espresso richiamo alla definizione dei predetti reati prevista dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte pe- nale internazionale.

La Commissione ha invece ritenuto di approvare un emendamento in- teramente sostitutivo dell’unico articolo di cui e` costituito il disegno di legge e cio` per l’esigenza di meglio inserire nel tessuto del codice penale questa rilevante novita`, guardando comunque alla salvaguardia della liberta` di ricerca storica.

Utili indicazioni al dibattito d’Aula pervengono, peraltro, dai pareri espressi dalle Commissioni in sede consultiva. La Commissione affari esteri, per esempio, ha evidenziato l’opportunita` di evitare il ricorso a pre- supposti limitativi dell’applicazione della legge che facessero espresso ri- chiamo a singoli eventi storici; questi, se esplicitamente citati, potrebbero portare all’esclusione di altri accadimenti dallo spazio applicativo delle nuove norme penali. Del pari, il medesimo parere della 3a Commissione si sofferma sul delicato tema delle condotte volte a minimizzare i crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanita`. Di questi rilievi mi pare si debba tener conto per valutare la portata che queste norme potranno avere per il contrasto alla preoccupante diffusione del razzismo e dell’antisemi- tismo, nonche ́ contro la negazione di fatti storici ampiamente documentati.

Ma non si puo` non citare nuovamente la dimensione ben piu` ampia che investe queste tematiche, cioe` quella dei limiti alla liberta` di espressione tutelata dall’articolo 21 della Costituzione e ai rischi sempre connaturati in ogni tentativo di delineare fattispecie di reati d’opinione. Tali posizioni contrapposte sono ben riassunte, volendo rimanere in ambito letterario e filosofico, da Jean Paul Sartre e dal collettivo di scrittori Wu Ming: se il primo sosteneva che la liberta` di espressione non poteva essere utilizzata come strumento per argomentare l’odio contro le minoranze e la negazione della Shoah, l’altro ha recentemente criticato la legge Mancino in quanto ha conferito un’aura di martirio ai gruppi neonazisti, rilevando che la sanzione dovesse essere invece di carattere esclusivamente culturale.

Lo svolgimento dell’esame nell’alternanza tra la sede deliberante e quella referente non ha comunque precluso la possibilita` di ascoltare opinioni disparate e punti di vista che, in una materia delicata come questa, non possono che essere articolati e talvolta anche divergenti.

Alla luce di questi rilievi auspico che il passaggio in Assemblea possa consentire un dibattito ancora piu` ricco che, eventualmente, potra` condensarsi anche nell’approvazione di utili proposte emendative riferite al testo, tenendo comunque presente il monito di Albert Camus, il quale diceva che «il bacillo della peste non muore ne ́ scompare mai» e che per questo un topo morto non e` solo un topo morto ma il sintomo della malattia, il segnale dell’epidemia che cova e che puo` riesplodere all’improvviso, ancora piu` virulenta e mortale.

*Legge sul negazionismo, relazione al Senato

Balotelli e dintorni: lasciate che a cinguettare siano solo gli usignoli

di Rosaria Capacchione

Forse gliel’hanno chiesto per offrirgli la possibilità di cancellare il brutto incidente di Scampia, la gita tra le case di spaccio in compagnia di due uomini del clan. Oppure, perché una bella notizia meritava una corona ancora più bella, l’adesione di SuperMario alla causa del Quarto Calcio. Oppure ancora perché l’hanno chiesto a tutti, e come non farlo se la Nazionale di Cesare Prandelli si spostava su un campetto di periferia per gemellare la sua maglia azzurra con quella della squadra confiscata alla camorra? Lui, invece, ha snobbato l’offerta. E ci può anche stare che un giovanissimo calciatore non voglia diventare un simbolo della lotta al malaffare. L’ha snobbata, però, in maniera arrogante: diciotto caratteri, spazi compresi. “Questo lo dite voi” ha scritto SuperMario su Twitter, smentendo la Gazzetta dello Sport che in prima pagina lo aveva indicato tra i simboli dell’impegno contro la camorra, che poi è la ragione della trasferta flegrea dell’undici nazionale. Ha anche aggiunto: “Io vengo perché il calcio è bello, tutti devono giocarlo dove vogliono e poi c’è la partita».

Poteva risparmiarsela. Anzi, doveva risparmiarsela. Perché in tribuna, a Quarto, c’erano centinaia di ragazzi con le t-shirt di Libera e di Polis: tutti o quasi ad aspettare lui, con i palloncini rossi e tanta voglia di partecipare; tutti o quasi vittime degli effetti drammatici di oltre trent’anni di dominio mafioso. Sono, quei ragazzi, gli eredi di un territorio devastato dagli omicidi, dalle estorsioni, dalla rapina delle campagne e del mare, dall’uso scellerato delle discariche. Sono ragazzi che nello sport cercano una speranza e un sogno di riscatto e che all’avventura del Quarto Calcio stanno partecipando con l’entusiasmo della passione e della sfida.

Lui, invece, SuperMario, con il suo improvvido cinguettio, con le parole e con gli atti, si è mostrato “poco assennato”. Si è comportato  “scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo irritante”. A dirla con la Treccani, da imbecille.

Ora, ad eccezione di qualche tifoso milanista, sono tutti d’accordo sul fatto che Mario Balotelli sia generalmente senza garbo, sciocco, irritante. La sintesi  lapidaria che ne ho fatto è stata apprezzata da qualcuno in meno. Poco male. Più gravi e preoccupanti sono alcuni commenti alle mie dichiarazioni. Mi viene contestato: “Perché un calciatore dovrebbe diventare un simbolo anticamorra? Perché dovrebbe diventare un altro Saviano? Che c’entra il calcio con la lotta alla camorra, che compete a magistrati, poliziotti, carabinieri? Perché dovrebbe diventare il testimonial di qualcosa che non gli interessa e che neppure conosce? Perché non apprezzare la sua onestà intellettuale, per essersi saputo sottrarsi alla retorica?”.

Condivido qualcosa, dissento da tutto il resto. Il fatto che si finge di ignorare è che Balotelli, a prescindere dalla sua volontà, è un simbolo. Lo è perché è un grande campione, amato (e odiato) dai tifosi, personaggio pubblico in conseguenza delle sue prodezze (non solo positive) sul campo e della sua pubblicizzatissima vita privata. Lo è perché per tanti ragazzi è l’esempio vivente di come dal nulla si possa diventare un re, sia pure del pallone. Lo è perché indossa la maglia azzurra della Nazionale e negli schemi di gioco è l’uomo deputato a segnare e far vincere la squadra. Gli piaccia o no ha delle responsabilità. E il suo ruolo gli avrebbe imposto almeno di tacere. Invece non ha saputo resistere alla tentazione del cinguettio, ha imposto che si riparlasse del suo tour a Scampia e delle sue ambigue  (sia pur inconsapevoli) amicizie con camorristi e trafficanti di droga.

Si dirà: è solo un ragazzo. Credo che sia giunta l’ora che il ragazzo inizi a crescere, e non solo nella classifica dei marcatori. Altrimenti sarà costretto a tenersi le critiche, anche quelle più aspre, consolandosi con le parole che Mino Maccari scrisse quasi un secolo fa: “Lo sport è l’unica cosa intelligente che possono fare gli imbecilli”.

Femminicidio, oggi primo passo importante

Raccontare la violenza senza la violenza, con l’obiettivo di promuovere quelle azioni positive in favore della soggettività delle donne e contribuire, modificando l’atteggiamento culturale che tanto contribuisce alla drammatica crescita di episodi di violenza nei confronti di mogli, fidanzate, compagne, da parte dipartire sempre più giovani, spesso poco più che adolescenti. Sarà mio impegno, nel prosieguo dell’attività legislativa sul tema del femminicidio, che oggi ha segnato solo la prima, sia pur importante, tappa, fare in modo che anche il mondo dell’informazione possa dare il suo importante, talvolta determinante, contributo. E mio impegno sarà anche quello di far destinare alle case di fuga per le donne vittime di violenza gli immobili, lì dove presenti, confiscati alle organizzazioni mafiose.

Crimini di guerra, nota a margine (del dibattito al Senato)

di Rosaria Capacchione

C’è una data precisa che segnala la nascita della ribellione verso gli stupri etnici, verso la pubblica umiliazione delle donne delle popolazioni sconfitte dalla guerra, dell’estremo oltraggio ai loro uomini che si erano arresi alla forza delle armi. E’ il 7 febbraio 1963, giorno in cui Pablo Picasso terminò l’ultimo disegno della serie dedicata al “Ratto delle Sabine”, il più famoso stupro di guerra.

Nella sua rivisitazione dei grandi classici della  pittura, l’artista spagnolo aveva letto alla sua maniera, la stessa di Guernica, il dipinto di Nicolas Poussin, realizzato quattro secoli prima. Esposti insieme, uno accanto all’altro, nei saloni del Louvre, raccontano come nessuno scritto ha mai fatto, la trasformazione profonda della società e della percezione della violenza sessuale nella coscienza collettiva. Se Poussin aveva affidato agli stilemi del classicismo il sequestro delle donne della Sabina a opera dei soldati di Roma, così addolcendo e mitigando l’orrore della scena, Picasso ha messo in primo piano i volti deformati dallo stupro, dall’istinto bestiale di chi lo aveva compiuto, la forza crudele della sopraffazione dell’esercito vittorioso. In evidenza, per la prima volta, c’era un volto di donna orribilmente trasformato e trasfigurato dal dolore.

Se le marocchinate che hanno contrassegnato in negativo la storia della seconda guerra mondiale sono quasi sconosciute e comunque non ancora argomento di dibattito e di discussione è anche per questo: perché la vergogna per la violenza sessuale subita, e subita come conseguenza ineluttabile dell’essere donna in tempo di guerra, è stata per anni più forte dell’orrore dello stupro, accadimento che solo da pochissimi anni (per la precisione dal febbraio del 1996) ha smesso di essere un reato contro la morale per diventare, finalmente, reato contro la persona.

Un contributo notevole al nuovo approccio alla questione è stato dato anche dalla diffusione massiccia delle informazioni sugli stupri etnici nei Balcani, con la creazione dei campi di stupro (retaggio di una diffusa pratica nazista) nei quali far nascere bambini serbi da donne bosniache di religione musulmana. Fatti riconosciuti come crimini contro l’umanità e come violazioni delle convenzioni di Ginevra dal Tribunale Internazionale penale per l’ex Jugoslavia. Sentenza confermata nel 2001, appena dodici anni fa. 

(Intervento scritto per la tesi sulle marocchinate della giornalista Tina Palomba, discussa a luglio del 2013)

I rifiuti e il contrappasso

di Rosaria Capacchione

Il fuoco che trasforma in veleno gli scarti del benessere, l’acqua che incrementa la produzione di percolato cancerogeno, il vento che disperde nell’ aria per chilometri e chilometri particelle di diossina e fumi neri e maleodoranti. E’ Giugliano, il giorno dopo l’ennesimo rogo. E’ la Terra dei fuochi nella sua interezza. E’ quella che un tempo fu la Campania Felix e che oggi, in certi giorni sempre più numerosi e ravvicinati, assomiglia allo scenario della Gomorra biblica, spazzata via dalla dissolutezza della sua gente. Gomorra, appunto. Quella di Lot e della punizione divina, quella di Roberto Saviano e poi di Matteo Garrone, che per essere purificata e rinnovata aspetta che un’altra volta il contrappasso ristabilisca verità e giustizia. Nella proposta abbozzata lunedì mattina dal giudice Raffaele Cantone, durante il convegno che accompagnava il “ritorno” di Giancarlo Siani nella sua redazione di via Chiatamone, c’è tutto il senso di una riparazione anche simbolica, e non solo sostanziale, dei guasti provocati dalla camorra e da chi delle ecomafie ha fatto sistema: utilizzare per le bonifiche i soldi confiscati a quanti hanno pianificato la distruzione del territorio traendo da quello scempio ingentissimi guadagni.La proposta di Cantone è stata salutata da un coro di applausi non solo per la sua suggestione ma anche per la sua concretezza e fattibilità. Vediamo perché.

Nelle casse del Fug, il Fondo unico per la giustizia gestito da Equitalia Giustizia, tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre vent’anni. Denaro contante, che nel 2006 – data del primo sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli – era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z, accanto alla Resit e alle discariche di Vassallo. Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare – centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia – che pure è entrato nel provvedimento di confisca. Quei 14 milioni di euro rappresentano il quaranta per cento della somma (36 milioni) attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la caratterizzazione e la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. La sola messa in sicurezza di Resit, che pure apparteneva a Cipriano Chianese, costerà nove milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero manna dal cielo. Ma attualmente non è possibile disporne. Equitalia Giustizia destina, infatti, i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere. Affinché possano essere utilizzati per finalità diverse è necessaria una modifica normativa, possibilmente velocissima (non oltre l’approvazione della legge di stabilità), possibilmente a opera del Governo, che di questo sarà interessato nelle prossime ore,  perché questa sì che ha inequivocabile carattere di urgenza. Una decisione che restituirebbe alla legge sulle confische dei beni mafiosi il suo spirito originario e più autentico, con il ristoro tangibile ed efficace alle popolazioni di quei territori che dalle attività criminali degli ecomafiosi è stato gravemente e irrimediabilmente danneggiato.

(Articolo da Il Mattino del 25 settembre 2013)

La memoria corta, l’elogio dell’insulto e la dittatura del web

Per trovarne le tracce, devi conoscere il nome esatto della località dove furono nascosti i fusti pieni di veleni. Devi sapere, per esempio, che si trova in contrada Purgatorio a Sant’Angelo in Formis, una frazione di Capua. Se per caso ricordi solo il nome della cava di sabbia, la cava Buonaurio, ecco che Google ti dice che ciò che stai cercando non esiste. Eppure io li vidi: era una mattina grigia e piovosa di quasi dieci anni fa e il fiume che si era ritirato dopo la piena aveva portato in superficie centinaia e centinaia di bidoni – alcuni sigillati, altri corrosi dalla ruggine – arrivati da chissà quale industria chimica e fatti sparire nel laghetto. Quella di Purgatorio è la discarica più grande di rifiuti tossici trovata nella terra dei veleni. Scorie chimiche nascoste dall’acqua del laghetto artificiale che si era formato dopo l’estrazione della sabbia. Dunque era vero che i bidoni che arrivavano dal Nord finivano nei laghetti, ma non in quelli di Mezzagni, a Castelvolturno, dove li avevano inutilmente cercati i sommozzatori nel 1991 e, molto tempo dopo, il sommergibile teleguidato – si chiamava Pluto – arrivato da Genova per riscontrare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, proprio quel Carmine Schiavone che oggi dichiara a mezzo mondo di aver inutilmente denunciato i siti trasformati in discarica abusiva. Quella volta Schiavone sbagliò, come ha ricordato il capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che a quel tempo coordinava le indagini sul clan dei Casalesi e che per primo – il 16 maggio del 1993 – aveva raccolto le accuse del primo pentito della potentissima organizzazione mafiosa campana.

Delle ricerche compiute dai sub nel 1991 c’è traccia in un filmato di Mixer, girato dopo il caso di Mario Tamburrino: era un autista di camion, lavorava per la Tanagro Trasporti. Uno dei due soci dell’azienda era anche proprietario di una cava di sabbia. Ebbene, nella notte del 4 febbraio di quell’anno si trovava sulla statale Domiziana con un carico di 571 fusti di rifiuti pericolosi affidati da aziende piemontesi a una ditta di Cuneo che avrebbe dovuto smaltirli in discariche autorizzate. Li scaricò, invece, lungo una traversa della statale, un contenitore si aprì e alcune gocce di quegli scarti chimici gli schizzarono in faccia. Era materiale altamente corrosivo, anche radioattivo. Tamburrino finì in ospedale e quel giorno iniziò la caccia ai nascondigli dei rifiuti. Di lui si è persa ogni traccia: forse morto, forse zittito con una manciata di denaro, forse entrambe le cose.

Ne sono stati trovati tanti di bidoni pieni di veleno: a Casal di Principe, sin dall’estate del 1988; a Villa di Briano, a Villa Literno, a Castelvolturno, a Grazzanise, a Santa Maria la Fossa, tra Marcianise e Maddaloni, nell’area industriale di Aversa e in quella di Pascarola – a pochi passi dalla parrocchia di don Maurizio Patriciello. Sono stati trovati anche nelle cave di tufo che costeggiano i tracciati dell’Asse di andata al lavoro e della superstrada Nola-Villa Literno. Una volta gli scarti di una conceria furono scaricati nella pozza d’acqua della falda, emersa durante gli scavi. La stessa pozza in cui morì annegato un bambino che era andato a pesca di rane. La stessa inquinata dai nitriti precipitati dai frutteti vicini, irrorati con sostanze velenose perché le percoche crescessero velocemente e, in apparenza, belle. Le stesse percoche che la vecchia contadina, in una scena magistrale del “Gomorra” di Matteo Garrone regala al cinico Toni Servillo e che lui butta via, sapendo che mangiarle significava morire.

Dunque, i fusti del 1988. Li trovarono in piena estate a pochi metri dai terreni di via Sondrio, a Casale, dove oggi si tiene il mercato e dove l’ultimo pentito – piccolo autotrasportatore al soldo dell’ultimo rampollo dei Casalesi – ha appena fatto ritrovare vecchi rottami di ferro che fu colorato di azzurro e scarti dei depuratori sepolti a dieci metri di profondità. Appartengono, quei terreni, all’Immobiliare Bellavista, quella sequestrata alla famiglia di Dante Passarelli – il re dello zucchero campano morto misteriosamente quasi nove anni fa – cassiere dei Casalesi e uomo di fiducia del clan Schiavone. Lo chiamavano “panzone” e cambiava assegni e anticipava i soldi che servivano ai soldati del boss chiamato Sandokan. Quando quei fusti spuntarono dalla terra Renato Natale, che allora era consigliere comunale, si preoccupò e chiese conto di quel ritrovamento al sindaco e alle autorità sanitarie. Non arrivarono risposte.

Proprio accanto al fondo della Immobiliare Bellavista c’è un altro suolo, di proprietà della Curia di Aversa, che negli anni passati – gli stessi – era nelle mani della famiglia di Carmine Schiavone, il pentito che dice di essere stato abbandonato dallo Stato. Un anno e mezzo fa anche da quella terra emersero altri fusti di rifiuti sepolti alla fine degli anni Ottanta, quando le ecomafie muovevano i primi passi.

Nei terreni adiacenti al campo sportivo, quello che negli anni d’oro del clan Schiavone aveva ospitato le gesta calcistiche (?) del fenomeno Albanova, finirono invece centinaia di tonnellate di pezze: quelle raccolte dalle associazioni umanitarie, quelle destinate ai mercati dell’usato, quelle vendute ai maceri, e invece abbandonate all’ingresso del paese, lì dove oggi campeggia il cartello intitolato a don Peppe Diana e al suo martirio.

Venticinque anni di cronaca e di storia maledetta, una lunghissima teoria di ricordi che testimoniano l’indifferenza dello Stato e il silenzio di quanti hanno visto, talvolta hanno subìto, molto più spesso hanno condiviso i lautissimi guadagni del traffico di rifiuti. Perché la verità scomoda che nessuno dice è che molti, se ancora vivi, sanno dove sono nascosti i fusti dei veleni perché hanno messo anche i propri terreni a disposizione incassando fino a cinque milioni di lire per ogni carico e costruendo su quelle scorie le case per se stessi e i propri figli. Anche questo dovrebbero sapere coloro che oggi urlano e insultano, rivendicando una ben misera primogenitura della denuncia e che allora lasciarono soli quanti si affannavano, nell’indifferenza generale, a segnalare il pericolo, le infiltrazioni mafiose nell’affare, i primi picchi sospetti di malattie linfatiche e tumorali.

Il primo ricordo è ancorato alla collina di immondizia che Giacomo Diana, gestore di discariche e uomo al soldo del clan La Torre, aveva fatto crescere nello spazio di un mese tra Cancello Arnone e Castelvolturno. Ai piedi di quel mostro sorvolato da migliaia di gabbiani  c’era la carcassa di una bufala, monumento alla morte prossima ventura di quel pezzo di litorale. Fu allora che conobbi Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie. Si presentò in redazione esibendo il suo titolo di avvocato e proponendosi come l’uomo della legalità. Mi accompagnò a visitare la sua discarica, che allora si chiamava Setri e che poi diventò Resit, vantandone l’alta qualità a dispetto di quella vicina, che apparteneva a Gaetano Vassallo. A me sembrarono uguali, due bocche smisurate che fagocitavano gli scarti di case e di fabbriche, migliaia di tonnellate di carta, rifiuti organici, scarti di cucina, vecchie suppellettili e chissà cos’altro ancora. Fece un errore, Chianese. Un errore grave. Mi invitò a pranzo alla Lanterna, un ristorante che alla cronista di nera diceva anche troppo e che rivelò poi il luogo delle riunioni di affari tra l’avvocato, i camorristi, i soci massoni con i quali  trattava lo smaltimento dei rifiuti industriali. Credo che fosse il 1989, lo stesso anno di nascita di Ecololgia 89, la società dei capiclan casalesi creata apposta per spartire tra le fazioni Schiavone, Bidognetti e Iovine i lautissimi guadagni del traffico di scorie velenose.

Si scoprì tutto qualche anno dopo, quando un tal Nunzio Perrella iniziò a collaborare con la giustizia e i carabinieri di Napoli disvelarono i primi intrecci tra camorra, politica e massoneria all’ombra dei rifiuti. Furono documentati i rapporti tra l’uomo di fiducia di Bidognetti, Gaetano Cerci, e il capo della P2 Licio Gelli. Si scoprì il ruolo di Chianese e poi quello di Vassallo. Si accertarono tangenti e coperture politiche. Era il 1992. Si arrivò alla sentenza di primo grado ma l’inchiesta fu uccisa dalla prescrizione. Per molti anni ancora Chianese e Vassallo saranno poi gli strateghi della malagestione dei rifiuti in Campania, i registi dell’eterna emergenza, i rastrellatori di centinaia di milioni di euro messi a disposizione da Regione e Governo fino al 2009. Erano uomini della camorra con solidi legami con gli apparati di sicurezza, anche questi documentati dalle indagini. Quelli di Chianese durati fino al suo arresto, a gennaio del 2006.

Ma qualcuno ha mantenuto quei contatti se poi uomini dei Servizi hanno potuto gestire la trattativa con il potentissimo capoclan casalese Michele Zagaria, rimasto latitante per sedici anni, che ha assicurato la pace sociale – e cioè il silenzio degli abitanti dei territori trasformati in discarica – in cambio di subappalti e di una sorta di  salvacondotto. Durante l’ultima emergenza, quella iniziata nel 2007 e finita nel 2009, lui o un suo rappresentante (un fratello?) ha incontrato in almeno due occasioni uomini degli apparati di sicurezza e delegati del Commissario straordinario. Due interrogazioni parlamentari presentate nel 2010 su questo tema sono ancora in attesa di risposta.

Il governo riferisca su tutti i siti inquinati dalla camorra

Sin dal 1988 nei territori di Casal di Principe, Villa di Briano, Villa Literno, Castelvolturno, Villaricca, Frignano, Capua, sono stati rinvenuti fusti di rifiuti nocivi sotterrati nei terreni di aree destinate a coltivaziobni intensive. Dal 1992 abbiamo numerose dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che indicano i luoghi destinati all’interramento illecito di rifiuti, così come altri siti sono stati individuati nell’ambito di autonome indagini di polizia giudiziaria. Tra le zone di cui parliamo, c’è il cosiddetto “comprensorio delle discariche e delle ecoballe”, un’area di oltre trecento chilometri quadrati compresa tra la parte settentrionale della provincia di Napoli e l’agro aversano. 

Oggi, con la ripresa dei lavori del Senato, ho presentato un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia. Con questa interrogazione, presentata insieme ai senatori campani del Partito Democratico Enzo Cuomo, Angelica Saggese e Pasquale Sollo e firmata da molti senatori di diversi gruppi politici, si chiede di conoscere se risulta ultimata l’opera di monitoraggio delle aree inquinate; se è stato predisposto un adeguato programma di bonifica; se sono state attivate tutte le procedure per cinturare i fondi agricoli inquinati e trasformati in zone “no food”; e risultano intraprese e portate a termine tutte le verifiche e i riscontri di quanto dichiarato di quei collaboratori di giustizia che hanno partecipato a vario titolo al traffico di rifiuti tossici e nocivi; se risulta l’esistenza di altri verbali secretati, dai quali sia possibile venire a conoscenza di altri siti trasformati in discariche illegali.

Abbattimenti, con ddl approvato si salvaguardano le famiglie disagiate.

Con l’approvazione del ddl abbattimenti finalmente, con un atto concreto frutto della collaborazione dei senatori campani della commissione Giustizia, ripristiniamo un po’ di equità in territori nei quali  la scelta di quali edifici abusivi abbattere è sempre stata oggetto di discussione, senza regole certe. Da oggi, sarà obbligatorio stilare dei cronoprogrammi che prevedano ai primi posti l’abbattimento delle costruzioni che hanno provocato più danni alla collettività. Un gesto di giustizia sostanziale che riteniamo sia anche portatore di significati simbolici molto forti.
Con il disegno di legge sugli abbattimenti di manufatti abusivi, sintetizzato dall’emendamento di Giacomo Caliendo (Pdl) al ddl Falanga, al quale ho dato il mio contributo, approvato in commissione Giustizia del Senato, abbiamo voluto determinare per legge il cronoprogramma degli interventi preservando le famiglie piu’ povere e disagiate. Al termine dei lavori ha prevalso il buon senso, frutto della conoscenza del territorio e dei suoi problemi, senza demagogiche e infruttuose differenze politiche. In questo modo abbiamo dato forza di legge ai regolamenti adottati da alcune Procure, con l’intento di preservare la povera gente da sfratti forzati, gente abbandonata in strada nonostante la presenza del nucleo familiare di anziani, disabili e minori. E’ un primo passo importa che tutela gli ultimi e impone, invece, che i programmi di abbattimento partano innanzitutto con le sanzioni in danno di chi ha procurato la lesione più grave agli interessi della collettività: chi espone la vita propria e altrui a rischi gravi, chi ha costruito in aree vincolati, chi dell’abuso edilizio ha fatto speculazione economica al solo fine di accrescere la propria ricchezza.

SODDISFAZIONE PER LA NOMINA DI ROBERTI A PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA

Voglio esprimere grande soddisfazione per la nomina a procuratore nazionale antimafia di Franco Roberti. Roberti è uno dei massimi esperti di criminalità organizzata del nostro Paese, certamente un uomo dello Stato che ha dedicato la sua vita alla lotta alle mafie. Porgo i miei auguri a Roberti per la nomina appena ricevuta augurandogli buon lavoro.