Il perché del sì al ddl abbattimenti

Intervento in Aula del 22 gennaio 2014.

“Il paesaggio è il grande malato d’Italia. Basta affacciarsi alla finestra: vedremo villette a schiera dove ieri c’erano dune, spiagge e pinete, vedremo mansarde malamente appollaiate su tetti un giorno armoniosi, su terrazzi già ariosi e fioriti. Vedremo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condominî, vedremo coste luminose e verdissime colline divorate da case incongrue e “palazzi” senz’anima, vedremo gru levarsi minacciose per ogni dove. Vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento». Salvatore Settis, autore di un saggio sulla necessità di salvaguardare l’ambiente da una concezione speculativa del concetto di paesaggio, non si riferiva a uno specifico territorio italiano  ma all’Italia nella sua interezza: a quelle città-fantasma che erano state Campomarino e l’Idroscalo di Ostia, a quella che ancora oggi sono Pinetamare o il litorale laziale e calabrese. Il saggio risale a quattro anni fa, quando i dati sull’abusivismo edilizio segnalavo almeno 570mila nuovi casi dopo il condono del 1985, con i picchi più significativi in Sicilia e Campania.

Ebbene,  quando, dieci anni fa, la Regione Campania – unica in Italia – non intese attuare la legge sul condono edilizio, lo fece tenendo ben presenti le condizioni di quel territorio: fortemente antropizzato, devastato dalle speculazioni dei decenni precedenti, disordinato a causa della mancanza di strumenti urbanistici e di una gestione criminale delle aree urbane, in tanti casi amministrate da politica e burocrazia colluse. Ritenne, come più tardi ha scritto Settis, che il paesaggio, specchio della società in cui viviamo, era stato consumato da quell’1 per cento della popolazione che continuava a distruggere; restava fuori il 99 per cento che aveva invece il dovere di preservare quello stesso paesaggio. La Regione si sostituì, dunque, a quella maggioranza silenziosa ma imponente che chiedeva rispetto per le proprie città e, in ultima analisi, per le proprie vite. Si limitò, la Regione Campania, a consentire dei condoni minimi, marginali, che non intaccavano il già traballante sistema urbano. La Consulta ritenne, invece, quegli indici tanto bassi da essere incongrui rispetto al dettato della legge. E non approvò le tabelle.

Storia vecchia, si dirà. Che nulla aggiunge alla necessità di regolare il consumo del territorio in un’area che deve alla conformazione morfologica del suolo una buona parte dei suoi problemi idrogeologici e che vive sotto la cappa di un grave rischio vulcanico e sismico. Storia vecchia che però ha prodotto ulteriori danni e problemi: il censimento degli abusi edilizi supera quota duecentomila, con quasi settantamila sentenze di abbattimento già pronte per essere eseguite. Complessivamente, in prospettiva, oltre un milione di persone che perderanno la casa  anche in presenza di violazioni minime. Abbattimenti di non facile esecuzione, visti i vincoli di bilancio dei Comuni, tanto che da cinque anni a questa parte ne sono stati effettuati alcune centinaia all’anno: una goccia nel mare, incapace di ripristinare il paesaggio ma strumento di contrattazioni clientelari soprattutto in prossimità del voto, quando la promessa, pur inevasa, di concessioni in sanatoria diventa strumento di consenso.

E’ per questa ragione, consapevoli di dover gestire un fenomeno macroscopico secondo le regole non dell’eccezionalità ma dei grandi numeri,  che alcuni uffici di Procura – Napoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere –  forti dell’esperienza positiva fatta  da alcune province siciliane, si sono dotati di un regolamento interno che fissa i criteri per le priorità degli abbattimenti: prima quelli degli immobili pericolanti o che insistono su aree gravemente compromesse dal dissesto idrogeologico, poi quelle di esponenti della criminalità organizzata, poi tutte le altre.

Ma non tutte le Procura della Repubblica, nonostante le sollecitazioni in tal senso giunte anche dal Consiglio Superiore della Magistratura,  si sono regolate alla stessa maniera. Non lo ha fatto, per esempio, la Procura generale di Napoli competente per l’esecuzione delle sentenze riformate dalla Corte di Appello; non lo ha fatto Napoli Nord, da cui dipende una fetta di territorio che fino al 13 settembre scorso era regolata dal protocollo tra Procura e Prefettura di Caserta. Si è creata, così, una ulteriore disparità tra disuguali, con situazioni paradossali. Per case costruite sullo stesso lotto ci sono soluzioni differenti: una va giù, perché la sentenza è stata riformata; quella accanto invece no, perché a decidere sulla tempistica degli abbattimenti è un altro ufficio. Paradosso nel paradosso, i soli abbattimenti sinora disposti ed eseguiti hanno riguardato le case monofamiliari di persone prive di reddito o con reddito esiguo, quasi tutte con un convivente disabile a carico. Persone che non hanno avuto neppure la possibilità economica di impugnare i provvedimenti dinanzi al Tribunale amministrativo.

Non un albergo, non un capannone che ospita le imprese che alimentano il ciclo illegale dei rifiuti, non una casa per le vacanze, non una villa, non un centro commerciale, non le centinaia di sottotetti trasformati in mansarde, non una sola abitazione di un camorrista, non una lottizzazione, non i quartieri costruiti sulla sabbia e ancora oggi privi di servizi e sottoservizi: niente di tutto questo è stato abbattuto, oggi come allora ammassi di cemento che  sono monumenti all’arroganza del potere criminale che ha impedito, e ancora impedisce, il normale e legale sviluppo del territorio. Un esempio per tutti: Casapesenna, il paese del capo dei Casalesi Michele Zagaria, sciolto per la prima volta a causa delle infiltrazioni mafiose nel Comune nel 1991; nella relazione allegata al decreto si fa espresso riferimento all’altissimo tasso di abusivismo edilizio determinato appunto dal controllo del clan su quel comparto; ebbene, in quel comune è stata abbattuta solo la casa di un operaio emigrato in Germania, tutt’intorno le decine di ville del boss dei suoi familiari, dei suoi amici, dei suoi protetti.

Non basta: il criterio cronologico adottato dalle Procure che non hanno firmato protocolli o non si sono dotate di regolamenti, aldilà dell’apparente terzietà, si è rivelato un ulteriore strumento di abusi e corruzioni, in qualche caso addirittura criminogeno. Ne fa fede la recentissima indagine della Procura della Repubblica di Napoli che ha portato all’arresto di alcuni addetti alle cancellerie che, in cambio di soldi, alteravano la cronologia delle sentenze nascondendo o distruggendo i fascicoli processuali.

Inserendo nel testo unico della legge per l’edilizia i criteri di abbattimento – inserimento avvenuto attraverso l’emendamento del relatore Caliendo che ha sintetizzato l’ampio e approfondito dibattito che si è svolto in commissione giustizia, partendo dal disegno di legge 580 poi radicalmente modificato – si è inteso, dunque, rispristinare un principio di uguaglianza tra tutti i cittadini italiani, sottraendo alla discrezionalità l’esecuzione di provvedimenti fortemente invasivi. Criteri mutuati integralmente dai regolamenti delle Procure secondo criteri di priorità da quegli uffici già applicati da tempo e lasciando ad esse la facoltà, motivata, di modificarli.

Criteri esemplari, che serviranno ad allontanare per sempre l’illusione di poter ancora scambiare consenso con  la cecità degli organismi di controllo territoriale  e  di  rendere più accettabile l’abbattimento della casa del più umile avendo questi assistito, prima che arrivi il suo turno,  a quello di immobili costruiti da speculatori e da camorristi. E in una parte del Paese dove la democrazia è ancora incompiuta, dove lo Stato troppo spesso ha avuto la stessa faccia della mafia,  dove i segni e gli esempi sono sostanza, sarà un modo per affermare che la legge è uguale per tutti e che non sarà mai più il più ricco e il più potente a poterla aggirare impunemente aspettando tempi migliori.

E per questo, onorevoli colleghi, che chiedo l’approvazione del provvedimento.

Abbattimenti, con ddl approvato si salvaguardano le famiglie disagiate.

Con l’approvazione del ddl abbattimenti finalmente, con un atto concreto frutto della collaborazione dei senatori campani della commissione Giustizia, ripristiniamo un po’ di equità in territori nei quali  la scelta di quali edifici abusivi abbattere è sempre stata oggetto di discussione, senza regole certe. Da oggi, sarà obbligatorio stilare dei cronoprogrammi che prevedano ai primi posti l’abbattimento delle costruzioni che hanno provocato più danni alla collettività. Un gesto di giustizia sostanziale che riteniamo sia anche portatore di significati simbolici molto forti.
Con il disegno di legge sugli abbattimenti di manufatti abusivi, sintetizzato dall’emendamento di Giacomo Caliendo (Pdl) al ddl Falanga, al quale ho dato il mio contributo, approvato in commissione Giustizia del Senato, abbiamo voluto determinare per legge il cronoprogramma degli interventi preservando le famiglie piu’ povere e disagiate. Al termine dei lavori ha prevalso il buon senso, frutto della conoscenza del territorio e dei suoi problemi, senza demagogiche e infruttuose differenze politiche. In questo modo abbiamo dato forza di legge ai regolamenti adottati da alcune Procure, con l’intento di preservare la povera gente da sfratti forzati, gente abbandonata in strada nonostante la presenza del nucleo familiare di anziani, disabili e minori. E’ un primo passo importa che tutela gli ultimi e impone, invece, che i programmi di abbattimento partano innanzitutto con le sanzioni in danno di chi ha procurato la lesione più grave agli interessi della collettività: chi espone la vita propria e altrui a rischi gravi, chi ha costruito in aree vincolati, chi dell’abuso edilizio ha fatto speculazione economica al solo fine di accrescere la propria ricchezza.