L’Antimafia decaduta

Rosaria Capacchione*

Il campanello d’allarme era suonato già da qualche anno. Magistrati in ordine sparso, nomi pesanti della prima antimafia, da tempo andavano dicendo – inascoltati o, peggio, liquidati come vecchi tromboni – che lo spirito della “Primavera di Palermo” si era ormai dissolto, sacrificato a logiche di opportunismo o di interesse personale. Anche investigatori che avevano partecipato alla cattura di latitanti si univano al coro, avvertendo che si respirava un’aria strana in “certa antimafia”. Pure la cronaca suggeriva prudenza: imprenditori doppiogiochisti in Sicilia e in Campania, amministratori pubblici in Calabria. Pesci piccoli, certo, nomi noti solo agli addetti ai lavori, ma poi è iniziata la valanga: Antonello Montante, Lorenzo Diana, Roberto Helg, la messe di imprenditori dell’agro aversano che, dopo aver contribuito alle fortune del capo dei Casalesi, ha cercato di rifarsi una verginità confluendo, all’indomani dell’arresto del camorrista, in una associazione. Poi il caso di Silvana Saguto e l’accusa di essere lei, la presidente della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il capo di una sorta di cupola affaristica specializzata nella gestione domestica dei patrimoni confiscati a Cosa Nostra. E con lei, indagata e rimossa dall’incarico, rischia di crollare l’intera impalcatura che ha sorretto per oltre vent’anni il contrasto alla criminalità organizzata. Un’impalcatura fatta di leggi, che si sono via via affinate, ma soprattutto di consenso sociale.

Il fatto è che l’antimafia dei patrimoni ha intaccato in maniera tangibile il potere delle mafie ma ne ha creato un altro: non ovunque, non sempre, ma in maniera strisciante in mezza Italia è nato un fronte intangibile, insospettabile a prescindere, per troppi anni inesplorabile perché troppo rischioso e deflagrante sarebbe stato approfondire quei dubbi e quelle chiacchiere che giravano intorno alla gestione delle immense ricchezze sottratte alla criminalità organizzata. Gestione che troppe volte si è preferito ammantare di un alone di santità, trasformando in maniera dogmatica l’opera di quella nuova élite in attività sacrale e per questo non criticabile. Operazione che ha fatto proseliti e tifosi, inconsapevoli e in perfetta buona fede, che hanno contribuito a radicalizzare le posizioni: per manifesto bisogno di giustizia soddisfatto troppo spesso da simboli, vessilli e da una qualsiasi verità, non dalla verità.

Se n’era accorto anche don Luigi Ciotti, che l’antimafia sociale ha inventato: “L’antimafia è ormai una carta d’identità, non un fatto di coscienza. Se la eliminassimo, forse sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione”. Eppure si è preferito non guardare, girare la testa dall’altra parte. Nella migliore delle ipotesi, immaginare che le perplessità di taluni – è il caso del prefetto Caruso, durante la recente audizione in commissione antimafia, che aveva sollevato dubbi sugli incarichi conferiti dal giudice Saguto – potessero essere propedeutiche alla delegittimazione di personaggi molto esposti nel contrasto alla criminalità organizzata.

Ma il problema è un altro. Da qualche anno le organizzazioni mafiose hanno sostanzialmente deposto le armi, pur conservando integra la possibilità di tornare a sparare se e quando ne avranno voglia e convenienza. Hanno capito, infatti, che la mancanza di omicidi produce un progressivo abbassamento della tensione etica che si manifesta quando prevale l’orrore per la morte violenta e che, di conseguenza, si ingenera la convinzione diffusa che il pericolo sia passato. Hanno capito anche che la  crisi economica, alla lunga, avrebbe riportato sotto la propria amministrazione centinaia e centinaia di persone prive di lavoro, di denaro, di prospettive. Sanno di avere dalla loro il giustizialismo forcaiolo di quanti identificano l’antimafia con le politiche securitarie fatte di innalzamenti delle pene e di manette a ogni costo. E sanno pure che la generalizzazione populistica su ciò che è mafia finisce per produrre l’effetto contrario: se tutto è mafia niente più è mafia, e se diventa mafia anche ciò che mafia non è “allora sorge la pubblica protesta, ciascuno teme per sé”, scriveva Voltaire nel Trattato sulla tolleranza. Nulla ha insegnato la storia del secolo scorso, con gli interventi del prefetto Mori in Sicilia e del maggiore Anceschi in Campania: che misero nell’angolo Cosa Nostra e camorra salvo ritrovarsele più forti e pervasive di prima subito dopo la caduta del fascismo. Hanno capito, le mafie, prima ancora di tutti gli altri, che il tallone di Achille dello Stato era l’umana debolezza dei suoi rappresentanti, e che questo aveva al suo interno la proteina – sempre la stessa, la bramosia di denaro e di potere – che lo rendeva simile ai suoi antagonisti. Anche perché in buona parte del Paese lo Stato non è stato in grado di garantire quei servizi essenziali, e soprattutto il lavoro, capaci di restituire dignità ai singoli cittadini e di renderli, quindi, immuni dal contagio mafioso. Operazione economica ma anche culturale, che presuppone la consapevolezza – che dubito sia sufficientemente diffusa – di una mai superata questione meridionale.
Diceva Giovanni Falcone che la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano ma un organismo che «vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società». Aggiungeva che questo brodo di coltura comporta «implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione». Il consenso, appunto, che in quella parte di popolazione liberata dal dominio di Cosa Nostra e camorra ma non ancora libera, e che in Sicilia, Campania, Calabria non è mai venuto meno. Ora che tutti vediamo il re nudo sarebbe un errore tragico continuare a ignorare l’esistenza di una ancora diffusa empatia culturale verso il disegno eversivo della mafie, e l’esistenza di una parte di borghesia che impersona il «bisogno di mafia» di una parte del Paese. Ed è per questo che la verità, tutta e subito, su chi dell’antimafia ha fatto strame, è indispensabile: senza sconti e senza reticenze, ora più che mai intollerabili e pericolose.

*pubblicato su L’Unità del 26 ottobre 2015

Annunci

Con la norma approvata oggi la lotta alla mafia è più efficace

Oggi il Senato ha approvato in via definitiva il ddl sullo scambio politico mafioso. Si tratta di un momento che il Paese aspettava da 30 anni. Grazie a questa norma, già dalle prossime elezioni europee del 25 maggio, sarà possibile punire il voto di scambio non solo quando questo avviene con il pagamento in denaro. Fino ad oggi infatti, il nostro ordinamento non considerava scambio politico mafioso quello per cui il voto viene dato in cambio di altre utilità se non quelle in denaro.

Grazie alla norma che il parlamento ha finalmente approvato, chiesta tra l’altro da quasi mezzo milione di cittadini che hanno posto il loro nome a sostegno della petizione di Libera e Gruppo Abele, si potrà perseguire in maniera più efficace il voto di scambio in qualsiasi modo esso avvenga. In questi giorni qualcuno ha sbraitato contro questo provvedimento, addirittura dichiarando che la mafia s’è impossessata dello Stato e si fa le leggi da sola. In un giorno come questo, abbiamo il dovere di ricordare che questa norma viene da lontano, da una lotta alla mafia che ha visto cadere uomini retti e coraggiosi.

Questa norma rende giustizia ai tanti che si sono battuti in nome di un Paese migliore. Ed è importante che già con le elezioni del 25 maggio sarà in vigore. Oltre le urla inconcludenti di molti, è sicuramente un segnale chiaro che il parlamento italiano da alle mafie.

Il contesto: il caso Cosentino e tutti gli altri. Ecco cosa frena lo sviluppo del Sud

Rosaria Capacchione*

Un metodo. Un sistema rodato e funzionante, che ha trasformato Cosa Nostra, la camorra e la ‘ndrangheta in holding affaristiche e interi settori (il calcestruzzo, il movimento terra, la logistica, la distribuzione delle derrate alimentari) dell’economia italiana in comparti para-mafiosi. E’ il tavolino a tre gambe descritto da Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, che la famiglia Zagaria ha successivamente raffinato fino a riassumere in una sola persona tutti i perni della stessa piattaforma. E’ lo schema che è possibile riconoscere negli atti d’indagine che hanno portato in carcere Nicola, Giovanni e Antonio Cosentino. Inchiesta in cui la contiguità con i Casalesi fa da sfondo ma che racconta, al di là delle contestazioni del giudice e i risvolti processuali, un sistema finanziario e politico che ha impedito e ancora impedisce il normale sviluppo economico del Mezzogiorno d’Italia. E’ un sistema talmente vantaggioso per chi lo adotta e ne fa parte da essere diventato contagioso, espandendosi in altre parti del Paese: in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna, in Toscana, nella Lombardia che si appresta a rilanciare il prodotto Italia con Expo 2015. Ma è nel Sud, per la precisione alla periferia dell’area metropolitana di Napoli, che il tavolino a tre gambe (l’accordo tra politica, impresa e mafia) ha dato i suoi frutti più proficui. La sintesi è racchiusa nelle parole di Giovanni Cosentino, il più grande dei fratelli, il vero erede della fortuna accumulata dal padre Silvio nel dopoguerra con il commercio del carburante: “Chi ha più forza quello spara”…“Dove ci vuole la politica c’è mio fratello Nicola; dove ci vogliono i soldi ci sto io e dove ci vuole la forza c’è pure la forza”. Che l’abbia usata oppure no non ha alcuna importanza, perché in questa parte d’Italia a democrazia dimezzata è sufficiente sapere che l’uso della forza non è affatto monopolio dello Stato; e che tra i parenti e affini dell’interlocutore c’è effettivamente qualcuno che potrebbe usare la forza delle armi.
E’ impressionante vedere come il metodo mafioso del controllo del territorio sia stato applicato dall’Aversana Petroli al controllo della distribuzione del carburante. Non un solo impianto doveva e poteva sfuggire alla ditta. E non solo a Casal di Principe, dove poteva valere una sorta di tutela dell’onore, di lesa maestà di confine. No, la regola valeva per tutta la provincia, anche alle porte di Caserta, senza nessuna effettiva ragione commerciale, con il ricorso sistematico a prestanome: a Casagiove come a Casapesenna, dimostrando così una notevole sensibilità ai mutevoli equilibri della camorra che spara. In questo contesto il ruolo di Nicola Cosentino, il politico, appare servente rispetto all’impresa di famiglia. Se non ci fosse stato lui, ne sarebbe stato trovato un altro altrettanto disponibile a fornire gli stessi servigi.
Ma fa impressione anche un altro dato, che definisce il limite di tanto strapotere: l’incapacità di pensare in grande, nonostante l’interlocuzione quotidiana e la familiarità con i vertici delle grandi compagnie petrolifere e del comparto energetico italiano. Guardiamo, per esempio, all’evoluzione dei grandi capitali in America, soprattutto a quelli di origine dubbia: alle seconde e alle terze generazioni è toccato il compito di riscattare, almeno in parte, le ambiguità dei genitori restituendo alle università, alle fondazioni, alle organizzazioni benefiche, una quota del maltolto. Quei capitali si sono moltiplicati anche in virtù del consenso sociale guadagnato attraverso la distribuzione (non clientelare) di posti di lavoro o di assistenza. Ebbene, nel nostro caso nulla di tanto è all’orizzonte. Anzi. Nel sistema del tavolino a tre gambe non c’è spazio per chi non fa parte della stessa cordata: appalti, forniture, benefici, licenze, posti di lavoro sono le briciole riservate clientelarmente a chi partecipa all’affare e lo agevola. Tutti gli altri sono esclusi, emarginati, messi nell’angolo, costretti a difendersi in tribunale da denuncie strumentali, attaccati da giornali locali (emblematica la cena tra Giovanni Cosentino e l’allora direttore di un quotidiano casertano) che dello scandalo hanno fatto la loro ragion d’essere.
Il Far West? Qualcosa di molto simile. In realtà una terra di camorra è fatta proprio così, per quanto ostico possa sembrare ammetterlo. E in una terra così è molto più facile adeguarsi che combattere. Vale anche per i pezzi dello Stato che per lunghissimi anni hanno fatto finta di non vedere e di non capire cosa si nascondeva dietro alcuni potentati economici che hanno dominato a lungo tra Napoli e Caserta nei comparti dell’edilizia, della sanità, dei rifiuti, dei trasporti, dell’energia (come in questo caso); dietro il trasferimento o l’isolamento di poliziotti e di carabinieri; dietro l’inutile rincorrere carte altrettanto inutili; dietro gli infiniti depistaggi di denunce posticce. Potentati che hanno mosso molto denaro senza produrre vera ricchezza. Leonardo Sciascia ne ha fatto capolavori, di storie così. Lo ha fatto, talvolta, senza mai nominare la parola mafia ma di mafia, indubbiamente, parlando.

*intervento pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – ed. Napoli il 5 aprile 2014

SODDISFAZIONE PER LA NOMINA DI ROBERTI A PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA

Voglio esprimere grande soddisfazione per la nomina a procuratore nazionale antimafia di Franco Roberti. Roberti è uno dei massimi esperti di criminalità organizzata del nostro Paese, certamente un uomo dello Stato che ha dedicato la sua vita alla lotta alle mafie. Porgo i miei auguri a Roberti per la nomina appena ricevuta augurandogli buon lavoro.

Per un’antimafia concreta. Capacchione: “Ecco il nostro modello Caserta”

“Inserire l’antimafia in Costituzione per dare un supporto concreto all’attuazione normativa, a partire dall’articolo 18, che regola la libertà di associazione, all’articolo 41 che regola, invece, le attività produttive con l’obbligo da parte dello Stato di incentivare le attività produttive in quelli che sono i beni confiscati e sequestrati”. Parte proprio da queste integrazioni la ‘cornice’ a quella che è la nuova antimafia presentata dalla capolista al Senato, Rosaria Capacchione, lunedì mattina, in una conferenza stampa presso il coordinamento provinciale del Partito Democratico di Caserta. Presenti anche i candidati casertani al Parlamento Camilla Sgambato, Stefano Graziano e Dario Abbate. “Un pacchetto di norme per un’antimafia concreta – ha detto Capacchione – contenute in un documento sottoscritto da tutti i candidati del Pd, di facile attuabilità, ma che possono andare nella direzione di un circuito virtuoso per la ripresa dell’economia del territorio”. “Tutti quei territori che sono stati fortemente danneggiati dalle infiltrazioni di stampo mafioso – continua la giornalista anticamorra – difficilmente dopo lo scioglimento sono ritornati ad una gestione ordinaria. Per questo motivo, sono indispensabili interventi collaterali che vadano al di là di quello repressivo/giudiziario”. “Tra le modifiche – prosegue Capacchione – prevediamo anche quella del 416 ter del codice penale, in quanto un forte problema è costituito anche alla sostituzione di dipendenti degli enti locali ritenuti contigui alle organizzazioni criminali. Sostituzioni rese  impossibili anche dai vincoli di bilancio”. Prevista anche l’introduzione di una ‘White list’. “La white list – spiega la capolista al Senato – va ad agevolare il reinserimento di quelle aziende che ne hanno i requisiti, una sorta di ‘bollino blu’ per chi è stato più bravo, un punteggio premiale come si fa per i concorsi, il tutto con evidenti vantaggi per l’accesso al credito e per l’ottenimento di finanziamenti pubblici nei confronti di chi decide di schierarsi e fare fronte comune contro l’illegalità, ma anche di natura compensativa in quanto si sa che, almeno in alcuni contesti a maggiore tasso di criminalità, atteggiamenti virtuosi possono risultare economicamente penalizzanti. Un ulteriore elemento di valutazione sarà condotto per definire la soglia economica delle caratteristiche principali del rating, fissando dei parametri più restrittivi rispetto a quelli della norma che sono di natura facoltativa, richiedibile da aziende con fatturato annuo globale di almeno 2 milioni di euro riferito anche al gruppo di appartenenza”. Per quanto riguarda le bonifiche la Capacchione dice: “Il primo punto del programma di Bersani è proprio quello di partire dalla bonifiche per il ripristino del territorio e dare un minimo di dignità alla Campania per promuovere le sue eccellenze, dai prodotti tipici dell’agricoltura alla produzione della mozzarella e, di conseguenza, aumentare le offerte di lavoro”.