Quando il clan dei Casalesi iniziò a morire

Rosaria Capacchione*

Era di maggio quando il clan dei Casalesi iniziò a morire. Un maggio caldo e afoso, come quello siciliano del 1992. Era il 16 di maggio, dieci anni fa, quando Mimmo Noviello, imprenditore di Casal di Principe e proprietario di un’autoscuola, salutò per l’ultima volta la famiglia e fu ammazzato sull’asfalto di Baia Verde, a due passi dall’ufficio. Era stato coraggioso quando non era facile fidarsi dello Stato, non aveva tutela, forse aveva anche smesso di avere paura. Morì e quel giorno si capì – non tutti, non tutti subito – che era finita l’epoca delle ammazzatine di camorra e che si era precipitati in un’era nuova e luttuosa: quella delle rappresaglie e delle stragi. Fu quel giorno che i più attenti misero in fila i fatti strani che erano accaduti nelle due settimane precedenti: l’omicidio di Umberto Bidognetti, un brav’uomo padre di un camorrista poi diventato collaboratore di giustizia; l’incendio della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente dell’associazione antiracket di Santa Maria Capua Vetere; le telefonate anonime al centralino del Tribunale. I Casalesi avevano cambiato strategia e si erano affidati a un’avanguardia militare, a un manipolo di assassini cocainomani convinti di poter ripristinare la “regola” a colpi di Kalashnikov e di bombe.

Il via libera due mesi prima, durante le discussioni difensive dell’appello del processo Spartacus, quando i detenuti compresero che gli ergastoli sarebbero stati confermati in blocco. Chi aveva promesso aiuto e clemenza non aveva potuto mantenere la parola. Non restava che la vendetta. La scelta cadde su Giuseppe Setola, fortunato beneficiario di arresti domiciliari per ragioni di salute. Un emissario andò a trovarlo e lo investì dell’incarico. Toccava a lui seminare il terrore colpendo tutti nemici del clan: collaboratori di giustizia e loro familiari, imprenditori coraggiosi, magistrati, poliziotti, carabinieri, scrittori e giornalisti. 

Il primo a morire fu Umberto Bidognetti: il figlio Mimì aveva da pochi giorni invitato la sua gente a deporre le armi e cambiare vita. Il 16 maggio fu la volta di Domenico Noviello. Il 30 maggio per un caso non morirono la sorella e la nipote di Anna Carrino, la donna che era stata per un quarto di secolo la compagna di uno dei capi del clan Francesco Bidognetti, e che pure si era consegnata alla Procura antimafia. Il primo giugno toccò a Michele Orsi, imprenditore a mezza strada, che pure aveva timidamente iniziato a collaborare con la giustizia. E poi, in un crescendo, altri morti, altri agguati. E bombe e raffiche di mitra contro vetrine di negozi, camion, concessionarie di auto. Fino alla strage degli africani, il 18 settembre. Fino ai due omicidi di Giugliano e Casal di Principe, ai primi di ottobre. Fino all’agguato del 12 dicembre, registrato in presa diretta attraverso una microspia installata sull’auto degli assassini. Alla fine si conteranno diciotto molti, diciotto feriti, centinaia di attentati in mezza provincia di Caserta.

Durò un mese ancora, fino al 14 gennaio del 2009. Giuseppe Setola aveva perso quasi tutti i compagni di viaggio, arrestati dopo la strage di settembre e molti passati nelle file dei pentiti. I suoi mentori e capi lo avevano mollato, perché con lo sterminio degli africani aveva esagerato. Era nato il “modello Caserta” e la vita per i latitanti era diventata più complicata. Gli fecero l’ultimo regalo. Lo affidarono alle cure del cugino di Antonio Iovine, che doveva accompagnarlo per l’ultimo miglio prima di abbandonarlo a se stesso. Li presero tutti, e anche i più ostinati sostenitori dell’autonomia setoliana dovettero capitolare. La scelta stragista era stata una scelta del clan intero.

Nei due anni e undici mesi successivi si è compiuto il destino di tutti i capi: mentre diventavano definitivi gli ergastoli del processo Spartacus, Nicola Schiavone, Antonio Iovine, Michele Zagaria sono stati via via arrestati. Setola ha provato con scarsa fortuna a “buttarsi pentito”, poi ha nuovamente usato l’arma della malattia. Iovine collabora con la giustizia. Della famiglia Schiavone in libertà non è rimasto nessuno, così come di Bidognetti. Michele Zagaria manda messaggi in codice dal 41 bis. Dei fratelli due sono stati scarcerati, un altro è prossimo a riacquistare la libertà.

Oggi, 16 maggio 2018, dieci anni dopo, a Castelvolturno si è commemorata la morte di Mimmo Noviello: una corona alla lapide di Baia Verde, un convegno sul ruolo dell’antiracket nella sede del Fai, a Ischitella. Un occasione per rinverdire le prospettive dell’azione di denuncia collettiva, e di farlo anche oggi che non è più tempo di emergenza.

Ma è davvero finito il tempo dell’emergenza?

Una domanda destinata a non avere risposta, almeno per ora. Di quella stagione si conoscono molte cose ma non tutte. Per esempio, in nessun processo è stato mai certificato il mandato collettivo conferito a Setola dallo stato maggiore del clan dei Casalesi. Per esempio, non si conosce ancora il nome di chi ordinò l’omicidio più inquietante, quello di Michele Orsi, uomo di raccordo tra politica, impresa e camorra. Per esempio, nessuno ha mai spiegato come e quando fu deciso di bruciare il cugino di Antonio Iovine, affidandogli le cure di Setola. E se è vero che in quei giorni si consumò la frattura al vertice del clan, con Zagaria che voleva uccidere Nicola Schiavone (figlio di Francesco-Sandokan) e con le delazioni incrociate che portarono alle successive catture di Iovine prima, di Zagaria un anno dopo.

E’ certo che quel che rimane è il simulacro del clan che fu. Oggi ha ramificato e strutturato l’ala imprenditoriale e rafforzato la cassaforte segreta. Qualcosa è stato trovato in Romania (ed è stato arrestato Nicola Inquieto), molto altro è altrove (in Spagna?), probabilmente al sicuro. Per sempre. O almeno in attesa di tempi migliori.

*pubblicato su Fanpage.it il 16 maggio 2018

https://napoli.fanpage.it/quando-il-clan-dei-casalesi-inizio-a-morire-16-maggio-2008-l-omicidio-di-mimmo-noviello/

 

Annunci

Pitești, Romania: benvenuti alla fiera dell’Est dei Casalesi

Rosaria Capacchione*

Anno 2002. Il clan dei Casalesi è controllato dal solito quadrumvirato – Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti in carcere, Michele Zagaria e Antonio Iovine latitanti da sette anni – e sta per abbandonare la veste classica del monolite per diventare un cartello di famiglie mafiose. Il processo Spartacus non è ancora concluso, gli ergastoli sono di là da venire, dietro la porta la possibilità di una scarcerazione fortunosa (come per poco non accade tra quel dicembre e il marzo del 2003 a Schiavone). Una traccia porta i carabinieri a Casapesenna, alla casa dei coniugi Vincenzo Inquieto e Maria Rosaria Massa, lui idraulico senza risorse, lei maestra di danza. La perquisizione si rivela infruttuosa.

Anno 2004. Il 13 gennaio i carabinieri controllano l’abitazione di un fratello di Vincenzo, Nicola, a San Cipriano d’Aversa. Trovano il padrone di casa, la moglie rumena (la prima, Simona Ileana) e Carmine Zagaria. Nicola Inquieto e il fratello del boss avevano cercato di evitare gli investigatori scappando attraverso una botola. Che aveva ospitato, in tempi precedenti, un latitante di cui vengono trovate alcune tracce. Stesso anno, la cattura di Antonio Iovine sembra cosa quasi fatta (passeranno, invece, altri sei anni prima di consegnarlo al carcere). La Procura antimafia di Napoli sta iniziando a ricostruire la rete di parentele, di rapporti, di amici e di fiancheggiatori. Un’indagine che, quattro anni dopo, porterà all’arresto di tutta la galassia del “Ninno bello” di San Cipriano, che dieci anni dopo inizierà a collaborare con la giustizia. Nell’agro aversano dilaniato dagli omicidi le voci rimbalzano nell’etere e nelle auto imbottite di microspie. Due uomini ridacchiano, parlano (in codice) delle donne che aiutano i latitanti. E accennano a “quella della Clio”, Maria Rosaria Massa.

Due cose appartengono a quel tempo: la prima emergenza rifiuti in Campania e la nascita dell’impero economico di Michele Zagaria in Romania. Della genesi della prima sappiamo molto ma non ancora tutto. Dell’altra abbiamo letto nelle carte dell’inchiesta della Dia di Napoli che, qualche giorno fa, ha portato all’arresto di Nicola Inquieto e di un altro fratello Giuseppe. Molto era reperibile anche su Facebook – dove è stato possibile seguire in presa diretta la fine del secondo matrimonio, la nascita del nuovo amore con la bellissima venticinquenne Ioana Petrescu, l’ingresso nella casa sfarzosissima, il matrimonio, l’arrivo (un anno fa) della figlia – e su fonti aperte della rete. Per esempio, sul sito istituzionale della Italy Constructii, la società capofila dell’impero costruito a Pitești dall’ex venditore di Cd taroccati, Nicola Inquieto, è pubblicato per scopi pubblicitari il bilancio della società con l’andamento dei profitti e delle perdite.

Il grafico mostra una situazione incerta fino al 2009, un balzo notevole tra il 2010 e il 2011, la caduta verticale e poi, di recente, la nuova ripresa. Michele Zagaria viene arrestato a dicembre del 2011, il fratello Carmine viene scarcerato a marzo del 2017. La ricchezza apparente di Nicola Inquieto, testa di legno di Michele Zagaria, è fatta di mattoni, terreni e piscine, oltre che di due società immobiliari: la già citata Italy Constructii e la gemella Daniela Constructii. Daniela Inquieto è la nipote di Nicola, la ragazzina che chiamava “zio” il boss latitante e sua prediletta.

La IC e la DC posseggono 15 fabbricati, 151 terreni, 57 appartamenti, 16 garage, 2 aree di parcheggio, 5 spazi commerciali, un deposito. In pratica, l’intero quartiere di New Gavana, la periferia residenziale di Pitești dove Nicola Inquieto e la moglie Ioana avevano aperto tre mesi fa un lussuosissimo centro benessere, il Vitality . Ma la ricchezza di Michele Zagaria non è (non è solo) quella visibile nei filmati. Il suo tesoro, gelosamente protetto, è la rete di contatti altissimi che gli hanno garantito per sedici anni una comoda latitanza e la costruzione di una ricchezza smisurata. Riguardiamo le date indicate in apertura: 2002, 2004 e, poi ancora, 2010 e 2011, quando il capoclan viene individuato e la sua staffetta seguita. La cattura salta, esattamente come saltò quella di Bernardo Provenzano. La traccia era sempre la stessa, una costante (e questa è la prima inspiegabile anomalia) la presenza nella sua vita della famiglia Inquieto. Va a vuoto anche nel novembre del 2010, tre giorni dopo l’arresto di Antonio Iovine: ad Aversa, in piazza Magenta, la Squadra Mobile di Napoli smantella l’outlet gestito da un altro fratello Inquieto, Giuseppe, pure arrestato la settimana scorsa. Michele Zagaria non viene trovato anche se più di uno tra i curiosi che assistevano alle operazioni di scavo si disse sicuro di averlo visto andare via, confondendosi tra la folla. I danni provocati dagli scavi vengono risarciti dallo Stato.
E questa è un’altra stranezza.

Tempo dopo, Maria Rosaria Massa parlando con la figlia Daniela, le rivela il suo sospetto che, l’anno successivo, sia stato proprio Giuseppe a consegnare il boss alla polizia. Dicevamo della perquisizione nel 2002, poi di quella del 2004, i collaboratori di giustizia parlano della seconda. L’altra è affidata alla memoria degli investigatori che la eseguirono e che cercarono invano il bunker sotterraneo, in vico Mascagni, che probabilmente però a quell’epoca ancora non era stato costruito.

“Il loro rapporto – racconta Antonio Iovine – risale addirittura al 1997-1998 data dalla quale Michele Zagaria ha usufruito dell’appoggio della famiglia Inquieto. Infatti si è anche servito del fratello Nicola, acquistando a suo nome una casa a San Cipriano, dove poi fu rinvenuto il fratello di Zagaria, Carmine, e dove fu scoperto un nascondiglio. Dopo il rinvenimento, per allentare la tensione delle forze dell’ordine, Zagaria Michele allontanò Inquieto Nicola mandandolo in Romania così affidandosi nuovamente al fratello Inquieto Vincenzo”. Confermano Massimiliano Caterino, Attilio Pellegrino, Generoso Restina (che parla anche di un incontro tra Michele Zagaria e il senatore Luigi Cesaro), Michele Barone. Perché, dunque, il prudentissimo Michele Zagaria ha continuato a fidarsi di persone “bruciate”? E perché quelle tracce sono state seguite solo saltuariamente?

Nicola Inquieto a Pitești, la città dei tulipani gemellata a Caserta dal 1972 e ormai piccola colonia italiana. Il fratello Vincenzo a Casapesenna, nel ruolo di semplice vivandiere. In Romania vanno i soldi incassati in Italia, ma incassati da quale affare? Certamente il traffico di rifiuti e lo smaltimento, durante le due emergenza campane; attività “protetta” da uomini degli apparati di sicurezza interessati a risolvere il problema anche a costo di trattare con la camorra e garantire la libertà a chi poteva fornire mezzi e terreni, garantendo la pace sociale e smorzando le proteste di chi non voleva i veleni napoletani nelle sue campagne. A qualcuno, a quel tempo (tra il 2003 e il 2010) sarà sembrato un prezzo congruo. E poi ci sono i centri commerciali: il Jambo, sequestrato a Trentola Ducenta un paio di anni fa, ma non solo il Jambo.

Un investimento, pare di capire dai messaggi in codice mandati da Michele Zagaria ad Antonio Iovine il 10 febbraio scorso, e annotati da un agente della polizia penitenziaria, che i due avrebbero avviato insieme prima che la loro latitanza si concludesse. Potrebbe essere questo il riferimento al “bar di Antonio che lavora molto ed è sempre pieno di clienti che vengono appositamente da Caserta tutte le mattine” contenuto nella lettera misteriosa e mai decifrata inviata a Michele Zagaria ad aprile del 2012. Una rassicurazione sul buon andamento degli affari comuni. Ma questo è un altro capitolo della storia.

*pubblicato su Fanpage.it del 19 aprile 2018

continua su: https://napoli.fanpage.it/pitesti-romania-benvenuti-alla-fiera-dell-est-dei-casalesi/
http://napoli.fanpage.it/

 

Il ritorno delle lucciole

Rosaria Capacchione*

Qualche giorno fa sono tornata a Casal di Principe. Avevo voglia di fare una passeggiata nei luoghi di oltre trent’anni di lavoro, di esercitare lo sguardo della giornalista, di riappropriarmi di strade, case, colori, odori, finestre aperte o chiuse, insegne nuove o vecchie. Stavo cercando i segnali di quella cosa nuova che è la mafia dopo i Casalesi, le tracce lasciate dalle famiglie di camorra e dai ragazzi cresciuti dopo la morte di don Peppe Diana. Ho incontrato Renato, naturalmente. Il sindaco Renato Natale, eletto dopo che tutto si era già consumato e che quattro anni fa aveva scommesso sulla ricostruzione possibile del suo complicato paese. Mi ha parlato con orgoglio dei progetti realizzati, di quelli in cantiere, della scuola materna costruita in una palazzina confiscata alla camorra. Ma arrivato a questo punto del racconto si è accorto che mi ero distratta.

Stavo inseguendo uno spezzone del suo discorso, un frammento -una parentesi- caduto tra una parola e l’altra: la piazza Vittorio Emanuele, quella conosciuta come piazza Mercato, da qualche tempo è diventata wifi-free. Proprio così. Nella piazza che ospitò l’invettiva di Roberto Saviano contro i boss latitanti (era il 2006) Michele Zagaria e Antonio Iovine e, l’anno dopo, gli insulti del padre del capomafia ergastolano Francesco Schiavone-Sandokan, è arrivata la libertà di connessione con il resto del mondo. E anche a piazza Villa -quella dell’omicidio dei fratelli Martire e delle scorribande armate che partivano dal club Napoli- la navigazione sulla rete è aperta a tutti.

È arrivata la modernità, è arrivata a Casal di Principe e non a Caserta o Aversa, e con essa la comunicazione globale di chi non ha più paura di essere intercettato. “Renato, ma questa è una bella cosa. Vale di più della scuola materna…”. Sulle prime mi ha guardato un po’ perplesso, poi si è agganciato al filo silenzioso del mio ragionamento e mi ha detto: “Guarda che abbiamo anche illuminato con i led le strisce pedonali di via Vaticale e della Circumvallazione”.

Ora, ci sarebbe da fare un discorso lungo e complicato sulla vivibilità sostenibile e sui costi irrisori di queste piccole comodità urbane. Anche sulla singolare circostanza dell’esclusione sistematica delle ditte che le propongono come miglioria gratuita quando c’è da appaltare un’opera pubblica, e che si vedono scavalcare da chi invece non ha niente da offrire per il benessere comune (e questa sarebbe materia per una bella indagine su come si manovrano le gare e si aprono le buste delle offerte).

Ma a me, invece, è venuto in mente Pasolini. E il suo discorso sulla scomparsa delle lucciole. Ne aveva scritto sul Corriere della Sera il 10 febbraio del 1975, in un articolo intitolato “Il vuoto del potere in Italia“. Parlava della Democrazia Cristiana e dei disastri provocati dal Palazzo. Scriveva: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, sopratutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.) Quel ‘qualcosa’ che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque ‘scomparsa delle lucciole'”.

In quello stesso tempo a Casal di Principe e dintorni pure accadeva “qualcosa” e il Palazzo cominciava a essere l’emblema del potere mafioso. Più tardi, a causa dell’inquinamento dell’acqua, sono scomparse le lucciole ma anche tante vite, inghiottite dalle malattie più devastanti e dolorose. lo chiamano biocidio, e lo associano ai guasti terribili provocati dalla mano dell’uomo che ha sotterrato in campagna, avvelenando gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti, gli scarti velenosi delle industrie.

Mi sono sembrate un bel presagio, le lucine a led che illuminano le strisce pedonali di Casal di Principe. Non producono consenso elettorale ma lasciano sperare che, nel Palazzo spogliato del potere camorrista, anche le lucciole possano tornare.

*pubblicato su Huffingtonpost.it il 16 aprile 2018

 

La rotta dei rifiuti: così è nata Gomorra

di Rosaria Capacchione*
La differenza l’ha fatta il Fattore C. Ma l’origine è la stessa. Coincide, la genesi dell’emergenza, con la crisi dell’apparato industriale che aveva assicurato lo smaltimento dei rifiuti organici e industriali. In Lombardia e in Toscana il corto circuito fu provocato dalla diossina e dalla progressiva, ma velocissima, chiusura delle grandi discariche che erano state al servizio delle fabbriche e delle concerie. In Campania, dieci anni dopo, dal riempimento dei grandi fossi comunali che avrebbero dovuto assicurare una discreta autonomia per un altro ventennio ma che invece furono colmati prima del tempo proprio dalle scorie che arrivavano dal Nord.
La differenza, dicevamo, l’ha fatta la camorra, che in Campania ha rallentato e poi bloccato la soluzione strutturale del problema che altrove è stato, invece, governato e irregimentato in appena cinque anni: dal 1985 al 1990. Cinque anni che hanno segnato irreparabilmente il destino ambientale delle province di Napoli e Caserta, raccontati da un imprenditore napoletano, Pietro Colucci, parte offesa e testimone in un processo – che va sotto il nome di «Operazione Artemide» – che si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati.
Il racconto, marginale nell’economia del procedimento, è contenuto nelle motivazioni della sentenza. E ricostruisce, in maniera originale rispetto al punto di vista dei collaboratori di giustizia, la nascita delle ecomafie. Lui, che aveva ereditato dal padre l’azienda che raccoglieva i rifiuti tra Mondragone e Sessa Aurunca, nel 1984 aveva subito un’estorsione dal capozona mondragonese. Rinunciò all’appalto in quel comune, conservò Sessa Aurunca ma poi, dieci anni dopo, lasciò anche quella zona. Al suo posto entrarono altri due imprenditori, Sarnataro e Barbieri, imposti dal capoclan Augusto La Torre. E furono questi ultimi a fare da apripista, qualche tempo dopo, alla Ecoquattro dei fratelli Michele e Sergio Orsi.
La storia di Pietro Colucci, dunque, è il prequel dello scandalo dei consorzi e dell’affare che ha travolto l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, l’ex ministro Mario Landolfi e uno stuolo di amministratori locali che avevano trasformato il consorzio di bacino Ce4 in un carrozzone dispensatore di soldi e di assunzioni, a beneficio della camorra e della politica. E vi compare un personaggio, Giacomo Diana (morto durante il dibattimento), che ha fatto da sponda necessaria e indispensabile ai trafficanti di veleni della prima ora. Gestiva, Diana, la discarica Bortolotto, a Castelvolturno: una montagna di spazzatura en plein air, naturalmente abusiva, che nelle sue viscere ha nascosto tonnellate di bidoni pieni di scarti di lavorazione delle concerie toscane.
È l’epoca in cui i Casalesi – Francesco Schiavone, Antonio Iovine, Francesco Bidognetti – entravano nell’affare in prima persona. La loro società, con sede in Toscana, si chiamava Ecologia 89. E in cui Nunzio Perrella, camorrista della zona flegrea, scopriva che il traffico di rifiuti era più redditizio del traffico di droga, stringendo un patto d’affari con Cipriano Chianese, avvocato con le entrature giuste in Regione e dei Servizi.
Colucci racconta il passaggio dalla fase artigianale a quella industriale della raccolta e dello smaltimento, transizione segnata da contenziosi amministrativi e proteste di piazze: perché in quei mesi erano iniziate anche le lunghe code di camion che arrivavano da mezza Italia e che lasciavano cadere immondizia e percolato in strada. Proteste che in tempi più recenti – l’emergenza del 2007/2008 – i Casalesi hanno addomesticato per proprio tornaconto, assicurando la pax sociale in cambio del monopolio dei trasporti e dello stoccaggio delle ecoballe.
«Per un lungo periodo c’è stata una discarica a Sessa che non mi ricordo da chi fosse gestita, ma era una discarica della città, quindi i camion sversavano in città. Questa discarica fu chiusa, perché nella fase di emergenza nazionale di Lombardia e Toscana, quando cominciarono a chiudere tutti gli inceneritori perché producevano diossina e quelle regioni non erano organizzate per ricevere i propri rifiuti, cominciarono a portare i rifiuti al sud. Cominciò in quella fase l’area della criminalità organizzata legata al trasporto di rifiuti, trasporto talvolta lecito, talvolta illecito, che ha fatto storia, purtroppo. E quella discarica fu chiusa non perché avesse smaltito illecitamente, ma perché accettava rifiuti da fuori regione». Quindi, lo sversamento necessario nell’impianto di Diana. Aggiunge Colucci:«L’emergenza nazionale che ha riguardato tutto il comparto, dalla Lombardia alla Toscana comincia nell’85/86 e dura fino al 1990, quando poi quelle regioni si organizzarono in proprio con impianti». E commenta: «Fu uno scandalo nazionale perché prima invasero il Lazio, poi la Campania, poi andarono in Puglia lecitamente. In Calabria, invece, ci sono andati sempre, anche illecitamente. Lo ricordo perché come associazione (Assoambiente, che riunisce le imprese private aderenti a Confindustria che si occupano dell’igiene urbana, ndr) abbiamo studiato il fenomeno, ormai agli atti parlamentari della commissione di inchiesta sull’ecomafia. Questa vicenda ha coinvolto la Campania dall’86 al 1990, dal punto di vista ufficiale. Ufficioso, i rifiuti sono sempre arrivati, purtroppo, e le autorità hanno fatto di tutto per bloccarli, ma non sempre ci sono riusciti con celerità».
* pubblicato su Il Mattino, agosto 2012