Il voto e la mafia, democrazia in vendita

Rosaria Capacchione*

Tutto è in vendita, nel mondo globale. Anche la democrazia. Con una gradualità nella sua progressiva compromissione, nella corrosione del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, nel tradimento dei valori repubblicani contenuti nella Costituzione. Una gradualità che inizia con l’accettazione di piccoli favori, preferiti  ai diritti, e che via via diventa reciproca convenienza alla corruzione e a una gestione particolare, privata, della cosa pubblica. Gestione che in terre di mafia diventa essa stessa carattere distintivo della mafia.

E’ il voto lo strumento dello scambio: il voto amministrativo e il voto politico, passando per le elezioni di organismi di categoria e financo per le primarie. La libera espressione del proprio consenso barattato con la promessa di favori o di protezione, coartata attraverso la ricerca di procacciatori di voti capaci di imporre, in virtù del proprio potere, una preferenza piuttosto che un altra, un candidato (o un partito) al posto dell’altro.

Se c’è una patologia che ha dissanguato la nostra democrazia è da ricercare appunto nei meccanismi del consenso: nelle regioni meridionali, dove tradizionalmente sono insediate le organizzazioni mafiose, e poi via via – seguendo la linea della palma, salita ben più dei 500 metri all’anno ottimisticamente indicati da Leonardo Sciascia più di 50 anni fa e arrivata ormai  alle Alpi – in quelle del Nord, che la vulgata voleva esenti da infiltrazioni della criminalità organizzata. Le ultime inchieste giudiziarie che hanno riguardato la Lombardia, il Piemonte, la Ligura, hanno definitivamente spazzato ogni residua illusione sulla immunità di quelle regioni  nelle quali, anzi, più evidente si è rivelata la ricerca da parte del candidato di quel consenso acquistabile da soggetti collegati alla ndrangheta. Voti comprati con denaro contante ma più ancora con la promessa di futuri favori o di una più generica, e insidiosa, messa a disposizione della propria amicizia e disponibilità.

Nei confronti della mafia  e della politica c’è bisogno, dunque, di una profonda bonifica sociale. E in questa direzione va la modifica dell’articolo 416 ter del codice penale, che punisce il voto di scambio politico-mafioso. Reato che nella formulazione in vigore è stato scarsamente applicato, vista la quasi impossibilità di dimostrare la compravendita del consenso attraverso la dazione di denaro, essendo piuttosto altre utilità – appalti, servizi, pubbliche forniture, assunzioni nelle partecipate – la moneta utilizzata dalla parte politica per ricompensare il procacciatore mafioso di consensi.  Nella formulazione licenziata dalla Camera, così come abbiamo evidenziato sin dal primo momento in commissione giustizia, il reato continuava a essere destinato alla non applicazione. Aveva sì esteso l’oggetto dello scambio aggiungendo le “altre utilità” già così indicate – per esempio – nell’articolato degli articoli 318 e 319 del codice penale che puniscono la corruzione; ma aveva introdotto altri termini, come il procacciamento o la consapevolezza della metodologia mafiosa utilizzata dal venditore di voti, che avrebbe obbligato il giudice a dimostrare l’effettività del procacciamento con l’uso delle armi o altri sistemi intimidatori, imponendo di fatto una probatio diabolica. Ancora, lasciava nel limbo dell’impunità quei comportamenti preparatori allo scambio e, ovviamente, l’accordo tra il politico e il mafioso, a prescindere dall’esito dello stesso. Accordo, vale la pena di ricordare, che rappresenta il vero vulnus, il momento di caduta verticale delle regole democratiche a vantaggio di quelle mafiose, e che presuppone la messa a disposizione del soggetto mafioso di beni che appartengono alla collettività.

Inchieste sempre più numerose della magistratura dimostrano che il voto di scambio diventa sempre più decisivo nel determinare gli equilibri della politica italiana. Ha assunto, inoltre, modalità e proporzioni sistematiche grazie alla mediazione assicurata dalla criminalità organizzata. Oggi non è più solo il singolo uomo politico a promettere qualcosa in cambio di un voto al singolo elettore: interi blocchi di voti, in alcuni casi decine di migliaia, sono venduti al miglior offerente dai clan mafiosi.

Chi si occupa quotidianamente di indagini sulla criminalità organizzata stima che l’incidenza del voto di scambio di matrice mafiosa sia quantificabile in un 5 per cento delle prefernze nelle regioni del nord. Sa anche che il il potere economico (ancor prima che militare) della criminalità organizzata sta proprio lì dove manca quello dello Stato, incapace di offrirsi come alternativa appetibile alla mafia ancor prima che di contrastarla efficacemente. Anche perché, come ha sostenuto Salvatore Lupo, c’è una “richiesta di mafia” in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico che ancora pretende di essere soddisfatto.

Le inchieste degli ultimi anni sono un segnale inequivocabile della necessità immediata di agire per contrastare il voto di scambio. Il compiuto esercizio del diritto di voto è possibile solo se la competizione elettorale si svolge nel pieno della legalità: obiettivo che nel contesto italiano passa necessariamente dal deciso contrasto della criminalità organizzata che con questo provvedimento avrà incassato un significativa e durevole sconfitta.

*intervento in Senato durante la discussione generale sulla modifica del 416 ter del codice penale

 

Balotelli e dintorni: lasciate che a cinguettare siano solo gli usignoli

di Rosaria Capacchione

Forse gliel’hanno chiesto per offrirgli la possibilità di cancellare il brutto incidente di Scampia, la gita tra le case di spaccio in compagnia di due uomini del clan. Oppure, perché una bella notizia meritava una corona ancora più bella, l’adesione di SuperMario alla causa del Quarto Calcio. Oppure ancora perché l’hanno chiesto a tutti, e come non farlo se la Nazionale di Cesare Prandelli si spostava su un campetto di periferia per gemellare la sua maglia azzurra con quella della squadra confiscata alla camorra? Lui, invece, ha snobbato l’offerta. E ci può anche stare che un giovanissimo calciatore non voglia diventare un simbolo della lotta al malaffare. L’ha snobbata, però, in maniera arrogante: diciotto caratteri, spazi compresi. “Questo lo dite voi” ha scritto SuperMario su Twitter, smentendo la Gazzetta dello Sport che in prima pagina lo aveva indicato tra i simboli dell’impegno contro la camorra, che poi è la ragione della trasferta flegrea dell’undici nazionale. Ha anche aggiunto: “Io vengo perché il calcio è bello, tutti devono giocarlo dove vogliono e poi c’è la partita».

Poteva risparmiarsela. Anzi, doveva risparmiarsela. Perché in tribuna, a Quarto, c’erano centinaia di ragazzi con le t-shirt di Libera e di Polis: tutti o quasi ad aspettare lui, con i palloncini rossi e tanta voglia di partecipare; tutti o quasi vittime degli effetti drammatici di oltre trent’anni di dominio mafioso. Sono, quei ragazzi, gli eredi di un territorio devastato dagli omicidi, dalle estorsioni, dalla rapina delle campagne e del mare, dall’uso scellerato delle discariche. Sono ragazzi che nello sport cercano una speranza e un sogno di riscatto e che all’avventura del Quarto Calcio stanno partecipando con l’entusiasmo della passione e della sfida.

Lui, invece, SuperMario, con il suo improvvido cinguettio, con le parole e con gli atti, si è mostrato “poco assennato”. Si è comportato  “scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo irritante”. A dirla con la Treccani, da imbecille.

Ora, ad eccezione di qualche tifoso milanista, sono tutti d’accordo sul fatto che Mario Balotelli sia generalmente senza garbo, sciocco, irritante. La sintesi  lapidaria che ne ho fatto è stata apprezzata da qualcuno in meno. Poco male. Più gravi e preoccupanti sono alcuni commenti alle mie dichiarazioni. Mi viene contestato: “Perché un calciatore dovrebbe diventare un simbolo anticamorra? Perché dovrebbe diventare un altro Saviano? Che c’entra il calcio con la lotta alla camorra, che compete a magistrati, poliziotti, carabinieri? Perché dovrebbe diventare il testimonial di qualcosa che non gli interessa e che neppure conosce? Perché non apprezzare la sua onestà intellettuale, per essersi saputo sottrarsi alla retorica?”.

Condivido qualcosa, dissento da tutto il resto. Il fatto che si finge di ignorare è che Balotelli, a prescindere dalla sua volontà, è un simbolo. Lo è perché è un grande campione, amato (e odiato) dai tifosi, personaggio pubblico in conseguenza delle sue prodezze (non solo positive) sul campo e della sua pubblicizzatissima vita privata. Lo è perché per tanti ragazzi è l’esempio vivente di come dal nulla si possa diventare un re, sia pure del pallone. Lo è perché indossa la maglia azzurra della Nazionale e negli schemi di gioco è l’uomo deputato a segnare e far vincere la squadra. Gli piaccia o no ha delle responsabilità. E il suo ruolo gli avrebbe imposto almeno di tacere. Invece non ha saputo resistere alla tentazione del cinguettio, ha imposto che si riparlasse del suo tour a Scampia e delle sue ambigue  (sia pur inconsapevoli) amicizie con camorristi e trafficanti di droga.

Si dirà: è solo un ragazzo. Credo che sia giunta l’ora che il ragazzo inizi a crescere, e non solo nella classifica dei marcatori. Altrimenti sarà costretto a tenersi le critiche, anche quelle più aspre, consolandosi con le parole che Mino Maccari scrisse quasi un secolo fa: “Lo sport è l’unica cosa intelligente che possono fare gli imbecilli”.

I rifiuti e il contrappasso

di Rosaria Capacchione

Il fuoco che trasforma in veleno gli scarti del benessere, l’acqua che incrementa la produzione di percolato cancerogeno, il vento che disperde nell’ aria per chilometri e chilometri particelle di diossina e fumi neri e maleodoranti. E’ Giugliano, il giorno dopo l’ennesimo rogo. E’ la Terra dei fuochi nella sua interezza. E’ quella che un tempo fu la Campania Felix e che oggi, in certi giorni sempre più numerosi e ravvicinati, assomiglia allo scenario della Gomorra biblica, spazzata via dalla dissolutezza della sua gente. Gomorra, appunto. Quella di Lot e della punizione divina, quella di Roberto Saviano e poi di Matteo Garrone, che per essere purificata e rinnovata aspetta che un’altra volta il contrappasso ristabilisca verità e giustizia. Nella proposta abbozzata lunedì mattina dal giudice Raffaele Cantone, durante il convegno che accompagnava il “ritorno” di Giancarlo Siani nella sua redazione di via Chiatamone, c’è tutto il senso di una riparazione anche simbolica, e non solo sostanziale, dei guasti provocati dalla camorra e da chi delle ecomafie ha fatto sistema: utilizzare per le bonifiche i soldi confiscati a quanti hanno pianificato la distruzione del territorio traendo da quello scempio ingentissimi guadagni.La proposta di Cantone è stata salutata da un coro di applausi non solo per la sua suggestione ma anche per la sua concretezza e fattibilità. Vediamo perché.

Nelle casse del Fug, il Fondo unico per la giustizia gestito da Equitalia Giustizia, tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre vent’anni. Denaro contante, che nel 2006 – data del primo sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli – era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z, accanto alla Resit e alle discariche di Vassallo. Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare – centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia – che pure è entrato nel provvedimento di confisca. Quei 14 milioni di euro rappresentano il quaranta per cento della somma (36 milioni) attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la caratterizzazione e la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. La sola messa in sicurezza di Resit, che pure apparteneva a Cipriano Chianese, costerà nove milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero manna dal cielo. Ma attualmente non è possibile disporne. Equitalia Giustizia destina, infatti, i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere. Affinché possano essere utilizzati per finalità diverse è necessaria una modifica normativa, possibilmente velocissima (non oltre l’approvazione della legge di stabilità), possibilmente a opera del Governo, che di questo sarà interessato nelle prossime ore,  perché questa sì che ha inequivocabile carattere di urgenza. Una decisione che restituirebbe alla legge sulle confische dei beni mafiosi il suo spirito originario e più autentico, con il ristoro tangibile ed efficace alle popolazioni di quei territori che dalle attività criminali degli ecomafiosi è stato gravemente e irrimediabilmente danneggiato.

(Articolo da Il Mattino del 25 settembre 2013)

Il governo riferisca su tutti i siti inquinati dalla camorra

Sin dal 1988 nei territori di Casal di Principe, Villa di Briano, Villa Literno, Castelvolturno, Villaricca, Frignano, Capua, sono stati rinvenuti fusti di rifiuti nocivi sotterrati nei terreni di aree destinate a coltivaziobni intensive. Dal 1992 abbiamo numerose dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che indicano i luoghi destinati all’interramento illecito di rifiuti, così come altri siti sono stati individuati nell’ambito di autonome indagini di polizia giudiziaria. Tra le zone di cui parliamo, c’è il cosiddetto “comprensorio delle discariche e delle ecoballe”, un’area di oltre trecento chilometri quadrati compresa tra la parte settentrionale della provincia di Napoli e l’agro aversano. 

Oggi, con la ripresa dei lavori del Senato, ho presentato un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia. Con questa interrogazione, presentata insieme ai senatori campani del Partito Democratico Enzo Cuomo, Angelica Saggese e Pasquale Sollo e firmata da molti senatori di diversi gruppi politici, si chiede di conoscere se risulta ultimata l’opera di monitoraggio delle aree inquinate; se è stato predisposto un adeguato programma di bonifica; se sono state attivate tutte le procedure per cinturare i fondi agricoli inquinati e trasformati in zone “no food”; e risultano intraprese e portate a termine tutte le verifiche e i riscontri di quanto dichiarato di quei collaboratori di giustizia che hanno partecipato a vario titolo al traffico di rifiuti tossici e nocivi; se risulta l’esistenza di altri verbali secretati, dai quali sia possibile venire a conoscenza di altri siti trasformati in discariche illegali.

CONTRO GLI ATTI MAFIOSI LA COMUNITA’ DI CASAL DI PRINCIPE SI STRINGA ATTORNO AI RAGAZZI DI LIBERA

Prima la strana rapina (una gambizzazione mascherata?) in danno dell’ex sindaco di Casapesenna, poi l’atto vandalico a Teano: chi si era illuso che la camorra casalese fosse stata sconfitta ora è costretto a ricredersi. Due episodi tanto gravi impongono una riflessione e l’intervento del ministro dell’Interno.

Il gesto intimidatorio e mafioso avvenuto sui terreni di Libera ai danni della cooperativa Terre di don Peppe Diana è solo l’ultimo di una lunga serie e purtroppo non credo sarà l’ultimo. Proprio per questo motivo, non dobbiamo far mancare la nostra vicinanza alla cooperativa intitolata a don Peppe Diana e, anzi, invito la popolazione di Casal di Principe a stringersi ancor più ai volontari di Libera e al loro lavoro quotidiano.

Almeno un paio di volte l’anno, siamo abituati a vedere atti di vandalismo, autentiche intimidazioni camorristiche sui terreni che lo Stato ha sottratto alle mani dei clan e ha affidato a quelle di centinaia di ragazzi che ogni giorno su quegli stessi terreni portano la loro fatica e il loro sudore, per produrre frutti ormai conosciuti in tutta Europa. Due anni fa proprio a Casal di Principe, sempre in questo periodo, fu distrutto l’impianto di irrigazione, infilata colla nel lucchetto del portone, così come un anno fa a inizio estate fu dato fuoco ai campi di grano sulle terre confiscate a Pignataro.
Si sappia, però, che i frutti delle terre confiscate non si fermeranno. Si moltiplicheranno anzi i ‘pacchi alla camorra’, confezionati con i prodotti delle terre restituite allo Stato, che ormai esportati ovunque, saranno il marchio di questa rinascita.

Dalla riorganizzazione dei tribunali in corso, grave pericolo di agevolazione ai clan

Apprendo con grande disappunto che le obiezioni mosse dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dagli organismi investigativi in merito al contrasto alla camorra nell’area al confine tra le province di Napoli e Caserta sono state trasformate in una banale e anacronistica questione di campanile.

L’annuncio dato dal Guardasigilli al Csm in merito alla dislocazione della sede dell’istituendo Tribunale di Napoli nord ad Aversa va in direzione contraria ai rilievi mossi nell’autunno scorso dalla Dda e ad aprile del 2013 dallo stesso Csm: il contrasto al clan dei casalesi, con il suo carico di processi e attività di indagine, è stato così consegnato a due distinti tribunali che avranno competenze su aree strettamente collegate, che sono un unico territorio di conflitto da parte del clan dei casalesi. Tanto per citare un esempio, i luoghi delle stragi del 2008 sono stati separati dai luoghi in cui quelle stesse stragi sono state decise.

Ancor più grave appare la decisione, in quanto presa nel mezzo di una delicata trattativa tra il parlamento e lo stesso dicastero, in merito alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie di cui proprio quella di Santa Maria Capua Vetere è punto centrale. Decisione che cade, inoltre, proprio quando quest’ultimo Tribunale in cui sono stati celebrati tutti i più importanti processi contro il clan dei casalesi sta ospitando i procedimenti a carico di esponenti politici imputati di reati di camorra. Se il ministro dovesse confermare questa volontà, le organizzazioni criminali che operano nel casertano ne trarranno un sicuro giovamento; allo stesso tempo l’istituendo Tribunale avrà un tale carico di lavoro da rendere impraticabile sin da ora ogni previsione di rapida celebrazione dei processi.

VERIFICARE INFILTRAZIONI MAFIOSE SU GESTIONE OSPEDALE DI CASERTA, E VALUTARE COMMISSARIAMENTO

Ho presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno, per chiedere di attivare le procedure di ispezione e di controllo finalizzate alla verifica del grado di infiltrazione mafiosa in merito all’Ospedale ‘Sant’Anna e San Sebastiano’ di Caserta, e per chiedere la valutazione di un eventuale commissariamento della stessa azienda ospedaliera.

La più importante realtà sanitaria dell’intera provincia di Caserta, negli ultimi anni, è stata oggetto dell’attenzione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e delle Procure di Napoli e Santa Maria Capua Vetere, in merito a procedure di nomine e di affidamento dei servizi. Nell’ultima inchiesta si ipotizza la turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso, nell’ipotesi che servizi e forniture siano nelle mani di imprese collegate al clan dei Casalesi. Con l’interrogazione presentata al Ministero dell’Interno, si chiede quali azioni sono state intraprese per impedire che elementi della criminalità organizzata possano gestire appalti e servizi pubblici di primaria importanza, anche alla luce delle dichiarazioni fornite da collaboratori di giustizia.

Per un’antimafia concreta. Capacchione: “Ecco il nostro modello Caserta”

“Inserire l’antimafia in Costituzione per dare un supporto concreto all’attuazione normativa, a partire dall’articolo 18, che regola la libertà di associazione, all’articolo 41 che regola, invece, le attività produttive con l’obbligo da parte dello Stato di incentivare le attività produttive in quelli che sono i beni confiscati e sequestrati”. Parte proprio da queste integrazioni la ‘cornice’ a quella che è la nuova antimafia presentata dalla capolista al Senato, Rosaria Capacchione, lunedì mattina, in una conferenza stampa presso il coordinamento provinciale del Partito Democratico di Caserta. Presenti anche i candidati casertani al Parlamento Camilla Sgambato, Stefano Graziano e Dario Abbate. “Un pacchetto di norme per un’antimafia concreta – ha detto Capacchione – contenute in un documento sottoscritto da tutti i candidati del Pd, di facile attuabilità, ma che possono andare nella direzione di un circuito virtuoso per la ripresa dell’economia del territorio”. “Tutti quei territori che sono stati fortemente danneggiati dalle infiltrazioni di stampo mafioso – continua la giornalista anticamorra – difficilmente dopo lo scioglimento sono ritornati ad una gestione ordinaria. Per questo motivo, sono indispensabili interventi collaterali che vadano al di là di quello repressivo/giudiziario”. “Tra le modifiche – prosegue Capacchione – prevediamo anche quella del 416 ter del codice penale, in quanto un forte problema è costituito anche alla sostituzione di dipendenti degli enti locali ritenuti contigui alle organizzazioni criminali. Sostituzioni rese  impossibili anche dai vincoli di bilancio”. Prevista anche l’introduzione di una ‘White list’. “La white list – spiega la capolista al Senato – va ad agevolare il reinserimento di quelle aziende che ne hanno i requisiti, una sorta di ‘bollino blu’ per chi è stato più bravo, un punteggio premiale come si fa per i concorsi, il tutto con evidenti vantaggi per l’accesso al credito e per l’ottenimento di finanziamenti pubblici nei confronti di chi decide di schierarsi e fare fronte comune contro l’illegalità, ma anche di natura compensativa in quanto si sa che, almeno in alcuni contesti a maggiore tasso di criminalità, atteggiamenti virtuosi possono risultare economicamente penalizzanti. Un ulteriore elemento di valutazione sarà condotto per definire la soglia economica delle caratteristiche principali del rating, fissando dei parametri più restrittivi rispetto a quelli della norma che sono di natura facoltativa, richiedibile da aziende con fatturato annuo globale di almeno 2 milioni di euro riferito anche al gruppo di appartenenza”. Per quanto riguarda le bonifiche la Capacchione dice: “Il primo punto del programma di Bersani è proprio quello di partire dalla bonifiche per il ripristino del territorio e dare un minimo di dignità alla Campania per promuovere le sue eccellenze, dai prodotti tipici dell’agricoltura alla produzione della mozzarella e, di conseguenza, aumentare le offerte di lavoro”. 

Incontro con Pierluigi Bersani all’Ariston di Marcianise

“L’Italia è una  basta con questa immagine che ci possano essere due italie e con l’idea di scaricare il Mezzogiorno. Sul Sud è necessario un impegno maggiore da parte del governo che deve sapere che è dal Mezzogiorno che si riparte per rilanciare il Paese”. In modo energico e concreto ha iniziato così il suo intervento Pierluigi Bersani all’Ariston di Marcianise. Ad attenderlo, oltre all’intero popolo democratico della provincia, i candidati alla Camera e al Senato della Campania. Numerosi i flash che hanno immortalato il commovente e sincero abbraccio che il segretario ha rivolto alla giornalista Rosaria Capacchione, capolista al Senato: candidatura, tra l’altro, fortemente voluta proprio da Bersani in quanto la giornalista, da sempre impegnata contro la criminalità organizzata e con un bagaglio professionale di oltre trent’anni di inchieste e storie di questa terra, potrà essere in Parlamento un fondamentale punto di riferimento per cominciare un percorso di riscatto e rinascita del Mezzogiorno. Tra gli applausi, Bersani ha parlato anche di tasse e lavoro. “Chi ha di più con noi paga di più – ha detto – rispetto all’Imu cercheremo di aumentare progressivamente il numero di persone esonerate dal pagamento della tariffa per la prima casa. Con noi non ci saranno condoni, né quelle assurdità del passaggio dei soldi all’estero che è evasione a tutti gli effetti”. “Per creare posti di lavoro – ha proseguito – bisogna dar linfa agli investimenti e bisogna spendere  in questa direzione noi pensiamo che bisogna promuovere dei lavori da parte degli enti locali con i quali andare a risistemare scuole e ospedali. Per questi interventi noi pensiamo all’impiego dei fondi strutturali. Un’altra fonte importante di rendita possono essere le bonifiche che rappresentano il punto di partenza del rilancio del comparto industriale”. ImmagineImmagineImmagineImmagineImmagine