Quando il clan dei Casalesi iniziò a morire

Rosaria Capacchione*

Era di maggio quando il clan dei Casalesi iniziò a morire. Un maggio caldo e afoso, come quello siciliano del 1992. Era il 16 di maggio, dieci anni fa, quando Mimmo Noviello, imprenditore di Casal di Principe e proprietario di un’autoscuola, salutò per l’ultima volta la famiglia e fu ammazzato sull’asfalto di Baia Verde, a due passi dall’ufficio. Era stato coraggioso quando non era facile fidarsi dello Stato, non aveva tutela, forse aveva anche smesso di avere paura. Morì e quel giorno si capì – non tutti, non tutti subito – che era finita l’epoca delle ammazzatine di camorra e che si era precipitati in un’era nuova e luttuosa: quella delle rappresaglie e delle stragi. Fu quel giorno che i più attenti misero in fila i fatti strani che erano accaduti nelle due settimane precedenti: l’omicidio di Umberto Bidognetti, un brav’uomo padre di un camorrista poi diventato collaboratore di giustizia; l’incendio della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente dell’associazione antiracket di Santa Maria Capua Vetere; le telefonate anonime al centralino del Tribunale. I Casalesi avevano cambiato strategia e si erano affidati a un’avanguardia militare, a un manipolo di assassini cocainomani convinti di poter ripristinare la “regola” a colpi di Kalashnikov e di bombe.

Il via libera due mesi prima, durante le discussioni difensive dell’appello del processo Spartacus, quando i detenuti compresero che gli ergastoli sarebbero stati confermati in blocco. Chi aveva promesso aiuto e clemenza non aveva potuto mantenere la parola. Non restava che la vendetta. La scelta cadde su Giuseppe Setola, fortunato beneficiario di arresti domiciliari per ragioni di salute. Un emissario andò a trovarlo e lo investì dell’incarico. Toccava a lui seminare il terrore colpendo tutti nemici del clan: collaboratori di giustizia e loro familiari, imprenditori coraggiosi, magistrati, poliziotti, carabinieri, scrittori e giornalisti. 

Il primo a morire fu Umberto Bidognetti: il figlio Mimì aveva da pochi giorni invitato la sua gente a deporre le armi e cambiare vita. Il 16 maggio fu la volta di Domenico Noviello. Il 30 maggio per un caso non morirono la sorella e la nipote di Anna Carrino, la donna che era stata per un quarto di secolo la compagna di uno dei capi del clan Francesco Bidognetti, e che pure si era consegnata alla Procura antimafia. Il primo giugno toccò a Michele Orsi, imprenditore a mezza strada, che pure aveva timidamente iniziato a collaborare con la giustizia. E poi, in un crescendo, altri morti, altri agguati. E bombe e raffiche di mitra contro vetrine di negozi, camion, concessionarie di auto. Fino alla strage degli africani, il 18 settembre. Fino ai due omicidi di Giugliano e Casal di Principe, ai primi di ottobre. Fino all’agguato del 12 dicembre, registrato in presa diretta attraverso una microspia installata sull’auto degli assassini. Alla fine si conteranno diciotto molti, diciotto feriti, centinaia di attentati in mezza provincia di Caserta.

Durò un mese ancora, fino al 14 gennaio del 2009. Giuseppe Setola aveva perso quasi tutti i compagni di viaggio, arrestati dopo la strage di settembre e molti passati nelle file dei pentiti. I suoi mentori e capi lo avevano mollato, perché con lo sterminio degli africani aveva esagerato. Era nato il “modello Caserta” e la vita per i latitanti era diventata più complicata. Gli fecero l’ultimo regalo. Lo affidarono alle cure del cugino di Antonio Iovine, che doveva accompagnarlo per l’ultimo miglio prima di abbandonarlo a se stesso. Li presero tutti, e anche i più ostinati sostenitori dell’autonomia setoliana dovettero capitolare. La scelta stragista era stata una scelta del clan intero.

Nei due anni e undici mesi successivi si è compiuto il destino di tutti i capi: mentre diventavano definitivi gli ergastoli del processo Spartacus, Nicola Schiavone, Antonio Iovine, Michele Zagaria sono stati via via arrestati. Setola ha provato con scarsa fortuna a “buttarsi pentito”, poi ha nuovamente usato l’arma della malattia. Iovine collabora con la giustizia. Della famiglia Schiavone in libertà non è rimasto nessuno, così come di Bidognetti. Michele Zagaria manda messaggi in codice dal 41 bis. Dei fratelli due sono stati scarcerati, un altro è prossimo a riacquistare la libertà.

Oggi, 16 maggio 2018, dieci anni dopo, a Castelvolturno si è commemorata la morte di Mimmo Noviello: una corona alla lapide di Baia Verde, un convegno sul ruolo dell’antiracket nella sede del Fai, a Ischitella. Un occasione per rinverdire le prospettive dell’azione di denuncia collettiva, e di farlo anche oggi che non è più tempo di emergenza.

Ma è davvero finito il tempo dell’emergenza?

Una domanda destinata a non avere risposta, almeno per ora. Di quella stagione si conoscono molte cose ma non tutte. Per esempio, in nessun processo è stato mai certificato il mandato collettivo conferito a Setola dallo stato maggiore del clan dei Casalesi. Per esempio, non si conosce ancora il nome di chi ordinò l’omicidio più inquietante, quello di Michele Orsi, uomo di raccordo tra politica, impresa e camorra. Per esempio, nessuno ha mai spiegato come e quando fu deciso di bruciare il cugino di Antonio Iovine, affidandogli le cure di Setola. E se è vero che in quei giorni si consumò la frattura al vertice del clan, con Zagaria che voleva uccidere Nicola Schiavone (figlio di Francesco-Sandokan) e con le delazioni incrociate che portarono alle successive catture di Iovine prima, di Zagaria un anno dopo.

E’ certo che quel che rimane è il simulacro del clan che fu. Oggi ha ramificato e strutturato l’ala imprenditoriale e rafforzato la cassaforte segreta. Qualcosa è stato trovato in Romania (ed è stato arrestato Nicola Inquieto), molto altro è altrove (in Spagna?), probabilmente al sicuro. Per sempre. O almeno in attesa di tempi migliori.

*pubblicato su Fanpage.it il 16 maggio 2018

https://napoli.fanpage.it/quando-il-clan-dei-casalesi-inizio-a-morire-16-maggio-2008-l-omicidio-di-mimmo-noviello/

 

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Il ritorno delle lucciole

Rosaria Capacchione*

Qualche giorno fa sono tornata a Casal di Principe. Avevo voglia di fare una passeggiata nei luoghi di oltre trent’anni di lavoro, di esercitare lo sguardo della giornalista, di riappropriarmi di strade, case, colori, odori, finestre aperte o chiuse, insegne nuove o vecchie. Stavo cercando i segnali di quella cosa nuova che è la mafia dopo i Casalesi, le tracce lasciate dalle famiglie di camorra e dai ragazzi cresciuti dopo la morte di don Peppe Diana. Ho incontrato Renato, naturalmente. Il sindaco Renato Natale, eletto dopo che tutto si era già consumato e che quattro anni fa aveva scommesso sulla ricostruzione possibile del suo complicato paese. Mi ha parlato con orgoglio dei progetti realizzati, di quelli in cantiere, della scuola materna costruita in una palazzina confiscata alla camorra. Ma arrivato a questo punto del racconto si è accorto che mi ero distratta.

Stavo inseguendo uno spezzone del suo discorso, un frammento -una parentesi- caduto tra una parola e l’altra: la piazza Vittorio Emanuele, quella conosciuta come piazza Mercato, da qualche tempo è diventata wifi-free. Proprio così. Nella piazza che ospitò l’invettiva di Roberto Saviano contro i boss latitanti (era il 2006) Michele Zagaria e Antonio Iovine e, l’anno dopo, gli insulti del padre del capomafia ergastolano Francesco Schiavone-Sandokan, è arrivata la libertà di connessione con il resto del mondo. E anche a piazza Villa -quella dell’omicidio dei fratelli Martire e delle scorribande armate che partivano dal club Napoli- la navigazione sulla rete è aperta a tutti.

È arrivata la modernità, è arrivata a Casal di Principe e non a Caserta o Aversa, e con essa la comunicazione globale di chi non ha più paura di essere intercettato. “Renato, ma questa è una bella cosa. Vale di più della scuola materna…”. Sulle prime mi ha guardato un po’ perplesso, poi si è agganciato al filo silenzioso del mio ragionamento e mi ha detto: “Guarda che abbiamo anche illuminato con i led le strisce pedonali di via Vaticale e della Circumvallazione”.

Ora, ci sarebbe da fare un discorso lungo e complicato sulla vivibilità sostenibile e sui costi irrisori di queste piccole comodità urbane. Anche sulla singolare circostanza dell’esclusione sistematica delle ditte che le propongono come miglioria gratuita quando c’è da appaltare un’opera pubblica, e che si vedono scavalcare da chi invece non ha niente da offrire per il benessere comune (e questa sarebbe materia per una bella indagine su come si manovrano le gare e si aprono le buste delle offerte).

Ma a me, invece, è venuto in mente Pasolini. E il suo discorso sulla scomparsa delle lucciole. Ne aveva scritto sul Corriere della Sera il 10 febbraio del 1975, in un articolo intitolato “Il vuoto del potere in Italia“. Parlava della Democrazia Cristiana e dei disastri provocati dal Palazzo. Scriveva: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, sopratutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.) Quel ‘qualcosa’ che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque ‘scomparsa delle lucciole'”.

In quello stesso tempo a Casal di Principe e dintorni pure accadeva “qualcosa” e il Palazzo cominciava a essere l’emblema del potere mafioso. Più tardi, a causa dell’inquinamento dell’acqua, sono scomparse le lucciole ma anche tante vite, inghiottite dalle malattie più devastanti e dolorose. lo chiamano biocidio, e lo associano ai guasti terribili provocati dalla mano dell’uomo che ha sotterrato in campagna, avvelenando gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti, gli scarti velenosi delle industrie.

Mi sono sembrate un bel presagio, le lucine a led che illuminano le strisce pedonali di Casal di Principe. Non producono consenso elettorale ma lasciano sperare che, nel Palazzo spogliato del potere camorrista, anche le lucciole possano tornare.

*pubblicato su Huffingtonpost.it il 16 aprile 2018

 

I rifiuti e il contrappasso

di Rosaria Capacchione

Il fuoco che trasforma in veleno gli scarti del benessere, l’acqua che incrementa la produzione di percolato cancerogeno, il vento che disperde nell’ aria per chilometri e chilometri particelle di diossina e fumi neri e maleodoranti. E’ Giugliano, il giorno dopo l’ennesimo rogo. E’ la Terra dei fuochi nella sua interezza. E’ quella che un tempo fu la Campania Felix e che oggi, in certi giorni sempre più numerosi e ravvicinati, assomiglia allo scenario della Gomorra biblica, spazzata via dalla dissolutezza della sua gente. Gomorra, appunto. Quella di Lot e della punizione divina, quella di Roberto Saviano e poi di Matteo Garrone, che per essere purificata e rinnovata aspetta che un’altra volta il contrappasso ristabilisca verità e giustizia. Nella proposta abbozzata lunedì mattina dal giudice Raffaele Cantone, durante il convegno che accompagnava il “ritorno” di Giancarlo Siani nella sua redazione di via Chiatamone, c’è tutto il senso di una riparazione anche simbolica, e non solo sostanziale, dei guasti provocati dalla camorra e da chi delle ecomafie ha fatto sistema: utilizzare per le bonifiche i soldi confiscati a quanti hanno pianificato la distruzione del territorio traendo da quello scempio ingentissimi guadagni.La proposta di Cantone è stata salutata da un coro di applausi non solo per la sua suggestione ma anche per la sua concretezza e fattibilità. Vediamo perché.

Nelle casse del Fug, il Fondo unico per la giustizia gestito da Equitalia Giustizia, tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre vent’anni. Denaro contante, che nel 2006 – data del primo sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli – era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z, accanto alla Resit e alle discariche di Vassallo. Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare – centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia – che pure è entrato nel provvedimento di confisca. Quei 14 milioni di euro rappresentano il quaranta per cento della somma (36 milioni) attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la caratterizzazione e la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. La sola messa in sicurezza di Resit, che pure apparteneva a Cipriano Chianese, costerà nove milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero manna dal cielo. Ma attualmente non è possibile disporne. Equitalia Giustizia destina, infatti, i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere. Affinché possano essere utilizzati per finalità diverse è necessaria una modifica normativa, possibilmente velocissima (non oltre l’approvazione della legge di stabilità), possibilmente a opera del Governo, che di questo sarà interessato nelle prossime ore,  perché questa sì che ha inequivocabile carattere di urgenza. Una decisione che restituirebbe alla legge sulle confische dei beni mafiosi il suo spirito originario e più autentico, con il ristoro tangibile ed efficace alle popolazioni di quei territori che dalle attività criminali degli ecomafiosi è stato gravemente e irrimediabilmente danneggiato.

(Articolo da Il Mattino del 25 settembre 2013)

La memoria corta, l’elogio dell’insulto e la dittatura del web

Per trovarne le tracce, devi conoscere il nome esatto della località dove furono nascosti i fusti pieni di veleni. Devi sapere, per esempio, che si trova in contrada Purgatorio a Sant’Angelo in Formis, una frazione di Capua. Se per caso ricordi solo il nome della cava di sabbia, la cava Buonaurio, ecco che Google ti dice che ciò che stai cercando non esiste. Eppure io li vidi: era una mattina grigia e piovosa di quasi dieci anni fa e il fiume che si era ritirato dopo la piena aveva portato in superficie centinaia e centinaia di bidoni – alcuni sigillati, altri corrosi dalla ruggine – arrivati da chissà quale industria chimica e fatti sparire nel laghetto. Quella di Purgatorio è la discarica più grande di rifiuti tossici trovata nella terra dei veleni. Scorie chimiche nascoste dall’acqua del laghetto artificiale che si era formato dopo l’estrazione della sabbia. Dunque era vero che i bidoni che arrivavano dal Nord finivano nei laghetti, ma non in quelli di Mezzagni, a Castelvolturno, dove li avevano inutilmente cercati i sommozzatori nel 1991 e, molto tempo dopo, il sommergibile teleguidato – si chiamava Pluto – arrivato da Genova per riscontrare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, proprio quel Carmine Schiavone che oggi dichiara a mezzo mondo di aver inutilmente denunciato i siti trasformati in discarica abusiva. Quella volta Schiavone sbagliò, come ha ricordato il capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che a quel tempo coordinava le indagini sul clan dei Casalesi e che per primo – il 16 maggio del 1993 – aveva raccolto le accuse del primo pentito della potentissima organizzazione mafiosa campana.

Delle ricerche compiute dai sub nel 1991 c’è traccia in un filmato di Mixer, girato dopo il caso di Mario Tamburrino: era un autista di camion, lavorava per la Tanagro Trasporti. Uno dei due soci dell’azienda era anche proprietario di una cava di sabbia. Ebbene, nella notte del 4 febbraio di quell’anno si trovava sulla statale Domiziana con un carico di 571 fusti di rifiuti pericolosi affidati da aziende piemontesi a una ditta di Cuneo che avrebbe dovuto smaltirli in discariche autorizzate. Li scaricò, invece, lungo una traversa della statale, un contenitore si aprì e alcune gocce di quegli scarti chimici gli schizzarono in faccia. Era materiale altamente corrosivo, anche radioattivo. Tamburrino finì in ospedale e quel giorno iniziò la caccia ai nascondigli dei rifiuti. Di lui si è persa ogni traccia: forse morto, forse zittito con una manciata di denaro, forse entrambe le cose.

Ne sono stati trovati tanti di bidoni pieni di veleno: a Casal di Principe, sin dall’estate del 1988; a Villa di Briano, a Villa Literno, a Castelvolturno, a Grazzanise, a Santa Maria la Fossa, tra Marcianise e Maddaloni, nell’area industriale di Aversa e in quella di Pascarola – a pochi passi dalla parrocchia di don Maurizio Patriciello. Sono stati trovati anche nelle cave di tufo che costeggiano i tracciati dell’Asse di andata al lavoro e della superstrada Nola-Villa Literno. Una volta gli scarti di una conceria furono scaricati nella pozza d’acqua della falda, emersa durante gli scavi. La stessa pozza in cui morì annegato un bambino che era andato a pesca di rane. La stessa inquinata dai nitriti precipitati dai frutteti vicini, irrorati con sostanze velenose perché le percoche crescessero velocemente e, in apparenza, belle. Le stesse percoche che la vecchia contadina, in una scena magistrale del “Gomorra” di Matteo Garrone regala al cinico Toni Servillo e che lui butta via, sapendo che mangiarle significava morire.

Dunque, i fusti del 1988. Li trovarono in piena estate a pochi metri dai terreni di via Sondrio, a Casale, dove oggi si tiene il mercato e dove l’ultimo pentito – piccolo autotrasportatore al soldo dell’ultimo rampollo dei Casalesi – ha appena fatto ritrovare vecchi rottami di ferro che fu colorato di azzurro e scarti dei depuratori sepolti a dieci metri di profondità. Appartengono, quei terreni, all’Immobiliare Bellavista, quella sequestrata alla famiglia di Dante Passarelli – il re dello zucchero campano morto misteriosamente quasi nove anni fa – cassiere dei Casalesi e uomo di fiducia del clan Schiavone. Lo chiamavano “panzone” e cambiava assegni e anticipava i soldi che servivano ai soldati del boss chiamato Sandokan. Quando quei fusti spuntarono dalla terra Renato Natale, che allora era consigliere comunale, si preoccupò e chiese conto di quel ritrovamento al sindaco e alle autorità sanitarie. Non arrivarono risposte.

Proprio accanto al fondo della Immobiliare Bellavista c’è un altro suolo, di proprietà della Curia di Aversa, che negli anni passati – gli stessi – era nelle mani della famiglia di Carmine Schiavone, il pentito che dice di essere stato abbandonato dallo Stato. Un anno e mezzo fa anche da quella terra emersero altri fusti di rifiuti sepolti alla fine degli anni Ottanta, quando le ecomafie muovevano i primi passi.

Nei terreni adiacenti al campo sportivo, quello che negli anni d’oro del clan Schiavone aveva ospitato le gesta calcistiche (?) del fenomeno Albanova, finirono invece centinaia di tonnellate di pezze: quelle raccolte dalle associazioni umanitarie, quelle destinate ai mercati dell’usato, quelle vendute ai maceri, e invece abbandonate all’ingresso del paese, lì dove oggi campeggia il cartello intitolato a don Peppe Diana e al suo martirio.

Venticinque anni di cronaca e di storia maledetta, una lunghissima teoria di ricordi che testimoniano l’indifferenza dello Stato e il silenzio di quanti hanno visto, talvolta hanno subìto, molto più spesso hanno condiviso i lautissimi guadagni del traffico di rifiuti. Perché la verità scomoda che nessuno dice è che molti, se ancora vivi, sanno dove sono nascosti i fusti dei veleni perché hanno messo anche i propri terreni a disposizione incassando fino a cinque milioni di lire per ogni carico e costruendo su quelle scorie le case per se stessi e i propri figli. Anche questo dovrebbero sapere coloro che oggi urlano e insultano, rivendicando una ben misera primogenitura della denuncia e che allora lasciarono soli quanti si affannavano, nell’indifferenza generale, a segnalare il pericolo, le infiltrazioni mafiose nell’affare, i primi picchi sospetti di malattie linfatiche e tumorali.

Il primo ricordo è ancorato alla collina di immondizia che Giacomo Diana, gestore di discariche e uomo al soldo del clan La Torre, aveva fatto crescere nello spazio di un mese tra Cancello Arnone e Castelvolturno. Ai piedi di quel mostro sorvolato da migliaia di gabbiani  c’era la carcassa di una bufala, monumento alla morte prossima ventura di quel pezzo di litorale. Fu allora che conobbi Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie. Si presentò in redazione esibendo il suo titolo di avvocato e proponendosi come l’uomo della legalità. Mi accompagnò a visitare la sua discarica, che allora si chiamava Setri e che poi diventò Resit, vantandone l’alta qualità a dispetto di quella vicina, che apparteneva a Gaetano Vassallo. A me sembrarono uguali, due bocche smisurate che fagocitavano gli scarti di case e di fabbriche, migliaia di tonnellate di carta, rifiuti organici, scarti di cucina, vecchie suppellettili e chissà cos’altro ancora. Fece un errore, Chianese. Un errore grave. Mi invitò a pranzo alla Lanterna, un ristorante che alla cronista di nera diceva anche troppo e che rivelò poi il luogo delle riunioni di affari tra l’avvocato, i camorristi, i soci massoni con i quali  trattava lo smaltimento dei rifiuti industriali. Credo che fosse il 1989, lo stesso anno di nascita di Ecololgia 89, la società dei capiclan casalesi creata apposta per spartire tra le fazioni Schiavone, Bidognetti e Iovine i lautissimi guadagni del traffico di scorie velenose.

Si scoprì tutto qualche anno dopo, quando un tal Nunzio Perrella iniziò a collaborare con la giustizia e i carabinieri di Napoli disvelarono i primi intrecci tra camorra, politica e massoneria all’ombra dei rifiuti. Furono documentati i rapporti tra l’uomo di fiducia di Bidognetti, Gaetano Cerci, e il capo della P2 Licio Gelli. Si scoprì il ruolo di Chianese e poi quello di Vassallo. Si accertarono tangenti e coperture politiche. Era il 1992. Si arrivò alla sentenza di primo grado ma l’inchiesta fu uccisa dalla prescrizione. Per molti anni ancora Chianese e Vassallo saranno poi gli strateghi della malagestione dei rifiuti in Campania, i registi dell’eterna emergenza, i rastrellatori di centinaia di milioni di euro messi a disposizione da Regione e Governo fino al 2009. Erano uomini della camorra con solidi legami con gli apparati di sicurezza, anche questi documentati dalle indagini. Quelli di Chianese durati fino al suo arresto, a gennaio del 2006.

Ma qualcuno ha mantenuto quei contatti se poi uomini dei Servizi hanno potuto gestire la trattativa con il potentissimo capoclan casalese Michele Zagaria, rimasto latitante per sedici anni, che ha assicurato la pace sociale – e cioè il silenzio degli abitanti dei territori trasformati in discarica – in cambio di subappalti e di una sorta di  salvacondotto. Durante l’ultima emergenza, quella iniziata nel 2007 e finita nel 2009, lui o un suo rappresentante (un fratello?) ha incontrato in almeno due occasioni uomini degli apparati di sicurezza e delegati del Commissario straordinario. Due interrogazioni parlamentari presentate nel 2010 su questo tema sono ancora in attesa di risposta.

CONTRO GLI ATTI MAFIOSI LA COMUNITA’ DI CASAL DI PRINCIPE SI STRINGA ATTORNO AI RAGAZZI DI LIBERA

Prima la strana rapina (una gambizzazione mascherata?) in danno dell’ex sindaco di Casapesenna, poi l’atto vandalico a Teano: chi si era illuso che la camorra casalese fosse stata sconfitta ora è costretto a ricredersi. Due episodi tanto gravi impongono una riflessione e l’intervento del ministro dell’Interno.

Il gesto intimidatorio e mafioso avvenuto sui terreni di Libera ai danni della cooperativa Terre di don Peppe Diana è solo l’ultimo di una lunga serie e purtroppo non credo sarà l’ultimo. Proprio per questo motivo, non dobbiamo far mancare la nostra vicinanza alla cooperativa intitolata a don Peppe Diana e, anzi, invito la popolazione di Casal di Principe a stringersi ancor più ai volontari di Libera e al loro lavoro quotidiano.

Almeno un paio di volte l’anno, siamo abituati a vedere atti di vandalismo, autentiche intimidazioni camorristiche sui terreni che lo Stato ha sottratto alle mani dei clan e ha affidato a quelle di centinaia di ragazzi che ogni giorno su quegli stessi terreni portano la loro fatica e il loro sudore, per produrre frutti ormai conosciuti in tutta Europa. Due anni fa proprio a Casal di Principe, sempre in questo periodo, fu distrutto l’impianto di irrigazione, infilata colla nel lucchetto del portone, così come un anno fa a inizio estate fu dato fuoco ai campi di grano sulle terre confiscate a Pignataro.
Si sappia, però, che i frutti delle terre confiscate non si fermeranno. Si moltiplicheranno anzi i ‘pacchi alla camorra’, confezionati con i prodotti delle terre restituite allo Stato, che ormai esportati ovunque, saranno il marchio di questa rinascita.