Camorra e politica, così funziona il mondo capovolto

Rosaria Capacchione

Avete pensato sul serio che la camorra si sia infiltrata nel cuore dello Stato con le minacce, le intimidazioni, l’ostentazione delle armi? Avete creduto, sia pure per un attimo, che i suoi rapporti con la politica siano stati mediati da faccendieri o imprenditori della terra di mezzo? Che vi sia una faccia presentabile dei Casalesi che si sia affacciata negli uffici della pubblica amministrazione “bussando con i piedi”, cioè con le mani occupate da bustarelle, regalie varie o magari una calibro 9? Ebbene, signori, archiviate per sempre queste convinzioni. Leggete le carte, ascoltate le conversazioni, e capirete cos’è davvero la camorra di nuova generazione. Camorra che non rapina ma che elargisce: consigli legali, suggerimenti amministrativi, prebende, incarichi, doppi incarichi, poltrone. E soldi, anche i soldi – in una sorta di voto di scambio al contrario – necessario a finanziare le primarie o il voto nei Comuni, alla Provincia, alla Regione. Camorra, come sempre, mediatrice di conflitti tra questa o quella corrente del partito che, di volta in volta, ospita quegli uomini funzionali ai suoi piani e ai suoi progetti. Uomini che non vengono contattati ma che contattano, chiedendo al capoclan, sia pur rappresentato dal cognato incensurato, il posto da manager, da dirigente sanitario, da addetto stampa, da capo dei servizi tecnici e informatici. All’occorrenza, anche un aiutino per la carriera politica di questo o quell’amico. Ce n’è per tutti: per l’Udeur, che a Caserta aveva il suo riferimento forte in Nicola Ferraro, poi travolto dalle inchieste (e dalle condanne) per concorso esterno, essendo l’interfaccia politica e imprenditoriale (è stato per oltre un decennio il dominus di Ecocampania, colosso dello smaltimento dei rifiuti) del gruppo Schiavone; e per il Pdl, che con Nicola Cosentino si era appropriato del controllo, politico e non solo, dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano”. Ma anche per il Pd appena nato – era il 2007 – sul quale una parte degli orfanelli dell’Udeur stavano scommettendo.
L’aspetto sorprendente dell’ultima inchiesta della Dda di Napoli – eredità qualificata che Antonello Ardituro ha lasciato ai colleghi prima di trasferirsi al Consiglio Superiore della Magistratura – è, però, un altro. E cioè il ribaltamento dei ruoli, lo sdoganamento di personaggi di dubbia moralità però promossi al rango di consigliere d’affari. L’interlocutore di funzionari, politici , imprenditori o aspiranti tali era (è morto tre anni fa) un signore a nome Francesco Zagaria, omonimo del capoclan ma anche e soprattutto suo cognato. Parentela strettissima e mai nascosta. Francuccio, come lo chiamavano, era il convitato di pietra di tutti gli affari e gli accordi che a nome dell’uno o dell’altro venivano raggiunti nell’ambito della sanità pubblica in Campania: dal 2003 e almeno fino alla fine del 2013, quando la Dia di Napoli ha chiuso le indagini. Morto lui, per un imprevedibile infarto che seguì di due settimane l’arresto di Michele Zagaria nel nascondiglio tecnologico di via Mascagni, a Casapesenna, il dominio sul più grande ospedale della provincia di Caserta è poi passato alla vedova, Elvira Zagaria, “femmina tosta” come la definiscono i sodali intercettati e i collaboratori di giustizia, che fino alla fine ha continuato a pretendere dagli imprenditori “della lista”, cioè i prestanome del fratello e del marito, i “soldi di sopra all’ospedale”.
Dunque, Francuccio: sempre presente ai pranzi e alle cene di Luigi Annunziata, il manager dell’ospedale morto anche lui qualche tempo fa; nella sua stanza; a casa sua a Terzigno, da dove fu organizzata la campagna elettorale per le primarie di Sandro De Franciscis, passato dall’Ulivo all’Udeur e poi al Pd, pretendente alla carica di segretario regionale sostenuto da Francesco Rutelli. La storia ufficiale ci racconta che fu sconfitto da Tino Iannuzzi e che arrivò ultimo; quella giudiziaria che Franco Zagaria mise mano alla tasca e pagò per quegli elettori che non avevano nessuna intenzione di lasciare la quota di un euro nelle casse del neonato partito. E poi al congresso dell’Udeur, che doveva certificare l’ingresso di Angelo Brancaccio, transfuga diessino travolto da un’inchiesta per corruzione. E, ancora, al fianco di Antonio Fantini, che fu potentissimo presidente della Regione Campania.
Dunque Francuccio, che in ospedale poteva contare sul dirigente dell’ufficio tecnico, Bartolomeo Festa, il cui incarico, scaduto ad agosto dello scorso anno, era stato stranamente prorogato dall’ultimo manager, arrivato dopo una controversa gestione commissariale e una commissione d’accesso che, chissà perché, in sei mesi di indagini non aveva scoperto neppure una delle gare d’appalto truccate evidenziate dagli atti d’indagine.
E con Francuccio, buona parte del management dell’azienda ospedaliera, che ne ha assecondato i desideri e chiesto e ottenuto il proprio tornaconto, economico o di potere, prestandosi anche a fare la guerra all’unico dirigente che ostacolava l’attività del comitato d’affari: durante la gestione di Annunziata e anche in quella successiva di Bottino, transitato dall’Asl all’ospedale.
Il romanzo nero scritto dai magistrati antimafia napoletani ha molte pagine non ancora scritte; altre, invece, annotate con l’inchiostro simpatico. In controluce, nelle dichiarazioni di imprenditori e manager coinvolti nel processo parallelo che nel 2013 portò al primo arresto di Bottino, si leggono altri nomi e altri abbozzi d’inchiesta. Si comprende meglio il ruolo di Nicola Cosentino nella scelta di persone di fiducia da collocare nei posti chiave dell’azienda, bancomat sempre pieno e imponente serbatoio di voti; si viene a sapere che l’attuale commissario provinciale di Forza Italia partecipò ai funerali di Franco Zagaria; che lo stesso aveva il badge per l’accesso agli uffici della Regione rilasciati dal consigliere Angelo Polverino; che con Francuccio anche altri uomini fidati di Michele Zagaria, come il consigliere provinciale Antonio Magliulo, erano della partita. E che gli imprenditori del “sistema Zagaria”, individuate da un’inchiesta giornalistica citata negli atti d’indagine, dopo l’arresto del capoclan provarono a truffarlo appropriandosi dei soldi che avevano in deposito fiduciario, per così dire, simulando un’improvvisa coscienza antiracket.
Pensavate davvero che i Casalesi fossero un branco di parvenu, rozzi ed essenzialmente violenti? Credevate davvero che la camorra in giacca e cravatta fosse solo quella di quattro imprenditori arricchiti e furbetti? L’imbarazzo è quello, invece, di trovarsi al cospetto del mondo capovolto, di un sistema tanto bene articolato da indurre a ritenere che sia lo Stato a cercare di infiltrarsi, faticosamente, in un pezzo di società completamente mafiosizzato. E che la strada da percorrere per riguadagnare qualche posizione è ancora lunga e difficile.

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Ergastolo a Setola, giustizia per Mimmo Noviello

Sei anni e sei mesi dopo, giustizia anche per Mimmo Noviello. Ergastolo, come dovuto, a Giuseppe Setola. La Corte di Assise ha spazzato via i suoi strumentali tentativi di collaborazione con la giustizia, tardiva e inutile per l’accertamento della verità sulla tragica stagione delle stragi firmate dal clan dei Casalesi

Dalla parte della parte offesa: retroscena di una sentenza sulle minacce di camorra

orchestra

La nota stonata

di

Rosaria Capacchione*

Siamo gente strana, noi giornalisti. Parliamo, discutiamo, prevediamo catastrofi che gli altri non riescono neppure a immaginare; puntiamo l’indice, noi illuminati, contro la retorica del mafioso buono che non c’è più, perché in effetti il mafioso buono è una categoria esistente solo nella vulgata, nel racconto delle gesta dei Beati Paoli che nessuno legge più da almeno cent’anni. Denunciamo, noi cantori del divenire della realtà, l’avvento della borghesia mafiosa che ha soppiantato i vecchi boss con la coppola storta e la lupara; e poi, quando ci scontriamo con un vero borghese mafioso, con un professionista prestato alla mafia (o, se vi pare, con un mafioso prestato alle professioni), non lo riconosciamo.

Lo abbiamo lì, davanti a noi, seduto in un’aula di tribunale, che osserva con un mezzo sorriso stampato sulle labbra strette e sottili le fasi finali del processo, ma per tributargli la patente di mafiosità vorremmo che fosse armato e che parlasse lo slang casalese. Scriviamo e diciamo che le mafie hanno cambiato veste ma in realtà ci piacerebbe che indossassero quella vecchia, così rassicurante con le sue macchie di sangue e il suo visibile potere di minaccia. E quando una sentenza condanna l’avvocato Michele Santonastaso e assolve due capiclan come Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, ecco che la stessa appare distonica, stravagante, addirittura donabbondiesca se non proprio omissiva. E ci straccia le vesti per la giustizia negata.

Non so cosa il tribunale scriverà per motivare l’insolito dispositivo, che ha chiuso una vicenda giudiziaria iniziata quasi sette anni fa, alla vigilia della più tragica stagione dell’epopea casalese. Non lo so e sono molto curiosa di saperlo, se non altro perché quel processo riguarda anche me, giornalista e parte offesa, giornalista (ora prestata al Parlamento) e testimone di quei fatti terribili, diciotto morti e diciotto feriti in una manciata di mesi: tutti innocenti, tutti funzionali a una disperata strategia di sopravvivenza e a una visibile e rumorosa rivalsa contro gli ergastoli, il carcere duro, le confische che avevano affamato il clan e le famiglie degli affiliati. Dovevo esserci anche io nell’elenco delle vittime? Non lo so, so che non ci sono, probabilmente perché lo Stato decise di proteggermi. Lo fece all’indomani di quello stranissimo episodio che è stato oggetto del processo, chiuso il 10 novembre del 2014 nell’aula 116 del Tribunale di Napoli. Cioè, 2433 giorni dopo la lettura di una istantanea di remissione degli atti, una ricusazione fatta, durante un’udienza del processo al clan dei Casalesi che va sotto il nome di Spartacus, dall’avvocato Michele Santonastaso. Che, subito dopo, annunciò la rinuncia alla difesa del suo cliente più importante, Francesco Bidognetti. Lesse ottantuno pagine di veleno sfuso, poca tecnica e molte insinuazioni, accuse, calunnie. Fango, insomma, mascherato da atto processuale.

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Un capitolo era dedicato alle mie gesta di giornalista prezzolata dalla Procura: bontà sua, sempre meglio che essere prezzolati da una banda di assassini. Oggettivamente, un capitolo diffamante. Ma io, da giornalista, mi impressiono assai poco dinanzi a una diffamazione. Il fatto è che in quelle righe era raccontata un’altra storia, quella dell’indagine abortita (nel 2004) su un giudice della Corte di Assise di Appello di Napoli che aveva venduto un suo terreno a un camorrista di Casapesenna, che non si era astenuto dal giudicarlo, che lo aveva assolto ribaltando la sentenza di primo grado. La storia era proseguita due anni dopo, con lo stesso giudice che un’altra volta stava processando lo stesso imputato e che aveva dovuto rinunciare in seguito a una interrogazione parlamentare che ricapitolava l’intera vicenda. L’atto di sindacato ispettivo aveva come fondamento un articolo che avevo scritto, in beata solitudine, quando la prima vicenda era stata oggetto di una ispezione ministeriale. Neppure l’arrivo a Napoli della delegazione dei supervisori di via Arenula aveva convinto i miei prudentissimi colleghi della necessità di prestare un po’ di attenzione alle vicende e ai processi del clan dei Casalesi.

Il processo Spartacus, concluso in primo grado nel 2005, era destinato alla stessa sezione del giudice ispezionato, Pietro Lignola. La IV sezione. Proprio quella che poi l’ha trattato. Ma fu deciso, forse anche a causa delle polemiche, che venisse assegnato a un altro collegio. Anni dopo, a maggio del 2014 (sei mesi fa), un altro dei capi del cartello casalese, Antonio Iovine, ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha raccontato di aver pagato l’avvocato Michele Santonastaso perché comprasse due sentenze favorevoli in altrettanti processi di omicidi da lui effettivamente commessi e per i quali era stato già condannato in primo grado. Le due sentenze di assoluzione effettivamente ci sono state e portano entrambe la firma del giudice Lignola. Che sia stato corrotto oppure no non è ancora cosa nota.

Quando lessi i riferimenti al giudice Lignola nelle righe della ricusazione ebbi davvero paura. Compresi che l’avvocato Santonastaso aveva scelto quella strada per indicare al mondo delle carceri i responsabili del mancato aggiustamento del processo Spartacus: Roberto Saviano aveva dato notorietà internazionale a un clan che prima era quasi sconosciuto; Federico Cafiero de Raho aveva tenacemente sostenuto la pubblica accusa e dato voce ai pentiti; Raffaele Cantone, che di Spartacus non si era mai occupato, aveva colpito al cuore alcune ramificazioni che sembravano invincibili e, soprattutto, aveva lavorato con successo nelle indagini sui consorzi di bacino dei rifiuti e sulle società miste infiltrate dal clan. Io ero quella che aveva costretto il garantista giudice Lignola a non occuparsi del processo più importante.
Mi aveva messo al muro, chiunque avrebbe potuto sparare.

Lo pensai quel giorno, il 13 marzo del 2008. Lo pensai per qualche settimana. Ma siccome non accadeva nulla iniziai a rassicurarmi. Certo, mi avevano dato la scorta, ma io rivolevo la libertà, che è un’altra cosa. Poi, a maggio, iniziò la stagione delle stragi.
Non mi chiesi, allora, se l’istanza di ricusazione fosse stata concordata con Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, che l’avevano firmata. L’ho sempre considerata qualcosa di molto diverso da una minaccia: cioè, una sentenza irrevocabile Un’istanza utile al clan ma anche all’avvocato Michele Santonastaso, che magari aveva promesso molto più di quanto avrebbe potuto mantenere. E che lavorava in sinergia con i suoi clienti – nell’altro processo in cui è imputato di associazione mafiosa sono ricostruite decine di episodi che lo vedono nella veste di stratega del clan ma in funzione quasi autonoma, come se fosse il capo dell’ufficio legale del clan – ma senza svelare i trucchi del mestiere. Ha raccontato Antonio Iovine di non avergli mai chiesto a chi andassero i soldi necessari a comprare le sentenze di assoluzione perché non era affar suo: lui pagava un servizio acquistato da un professionista efficiente.

Ecco, il punto è questo. Non so se la sentenza di lunedì sia giusta o sbagliata, riduttiva o soltanto rigida. So, invece, che nel dispositivo ha centrato un obiettivo nuovo punendo solo e soltanto il colletto bianco, il professionista compartecipe delle finalità mafiose del clan ma non vincolato dall’obbligo di rendicontazione preventiva. Se così fosse, la decisione del giudice Aldo Esposito avrebbe una straordinaria portata innovativa, specchio reale degli strumenti delle nuove mafie. Se così fosse, come io l’ho vissuta.

*pubblicato su Nazioneindiana.com che ringrazio con affetto

Iovine e l’armadio degli scheletri (ovvero le brutte cose della politica)

Rosaria Capacchione*
Per raccontare la palude, il brodo di coltura della mafia e la sua capacità di sopravvivere a se stessa e alla repressione dello Stato, Pino Arlacchi e Nando Dalla Chiesa avevano saccheggiato a piene mani i testi di Primo Levi e le dinamiche concentrazionarie descritte ne “I sommersi e i salvati”. Erano convinti che nei lager, come nei mondi mafiosi, “sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie”. Era quasi trent’anni fa, e “La palude e la città” divenne l’analisi più lucida e spietata delle tecniche di conquista del potere a opera della grande criminalità organizzata. Analisi che riguardava anche le forme del linguaggio e l’incoerenza e la contraddizione tra i principi affermati e quelli negati. Scrivevano i due studiosi che il mafioso, “per difendere i politici più screditati attacca con veemenza la cultura del sospetto; ma getta contemporaneamente manciate di sospetto sui suoi avversari; e non in assenza di prove ma in presenza di prove contrarie”. E a proposito dei processi, “intima il silenzio a tutti, pretendendo che non si parli più di mafia per non interferire sul corso della giustizia, e poi un anno dopo accusa gli stessi che voleva zittire di credere in una via puramente giudiziaria della lotta alla mafia”.
Ho riletto il libro di Arlacchi e Dalla Chiesa quando sono stati depositati in tribunale i primi verbali d’interrogatorio di Antonio Iovine, ergastolano, uno dei quattro capi del cartello camorristico dei Casalesi, da quaranta giorni collaboratore di giustizia. L’ho fatto quando le accuse di Iovine hanno sfiorato uomini politici e apparati giudiziari: quella palude, appunto, senza la quale la mafia sarebbe stata una semplice accozzaglia di taglieggiatori e non, qual è, un sistema complesso che si nutre soprattutto della complicità o dell’ignavia della zona grigia. Come non accadeva da molti anni, le parole di Iovine sono state accolte da scetticismo, derisione, levate di scudi in difesa di quel sistema che pure, in Campania, ha prodotto morti, corruzione, sviluppo malato, mercato alterato. Antonio Iovine ha sinora detto cose che tutti conoscevano, anche se queste cose non hanno mai avuto dignità di sentenza. Ha raccontato un contesto: l’indifferenza del clan all’appartenenza politica di questo o quell’amministratore pubblico; la capacità di controllo delle commesse pubbliche attraverso imprenditori collusi; l’impunità giudiziaria pagata e conquistata soprattutto in virtù della sordina messa dalla maggior parte della stampa italiana alle vicende di quella che veniva considerata una banda di paese e non una succursale di Cosa Nostra alla quale era gemellata da decine di anni.
Se avesse parlato solo di ammazzatine, di lotte di successione, di fatti di malavita comune, le sue parole sarebbero state accolte come rivelatrici e disvelatrici di decenni di misteri. E invece Iovine sta puntando il dito contro la società civile, contro quegli uomini, uguali a noi, che non sparano e che per questo si ritengono immuni dall’accusa di mafiosità. E per questo ogni sua parola è bollata come veleno, fango, diffamazione. Prima ancora che la Procura di Napoli abbia avuto modo di riscontrarle e che i fatti stessi possano confermarle o smentirle. Una difesa di casta, la difesa della borghesia che fa quadrato attorno ai suoi uomini non accettando che si possa guardare il re nudo e dire che sia tale: reazione magistralmente raccontata da Leonardo Sciascia nei suoi romanzi sul potere, a cominciare da Todo Modo.
Ben vengano le parole di Iovine. Se non altro perché offrono l’occasione per discutere di cosa è stata la politica in una parte importante del Mezzogiorno d’Italia e, per certi versi, cosa è ancora la politica quando mette la ricerca del consenso al di sopra dei programmi, delle idee, dei progetti. Tra gli uomini, di ogni colore, che hanno fatto parte del mondo che ha fiancheggiato più o meno consapevolmente l’epopea dei Casalesi ce ne sono alcuni che ancora oggi rappresentano i cittadini nelle amministrazioni locali, alla Regione, in Parlamento. Ieri fingevano di non vedere e non capire (quando non spartivano il denaro con gli stessi mafiosi) in nome di posti di lavoro da offrire a una terra affamata o di un preteso sviluppo del territorio che sviluppo vero invece non è mai stato. Oggi fingono di non sapere riproponendo se stessi sulla scena della politica in virtù di una notevole capacità di raccogliere preferenze, consenso personale disancorato, però, dalla reale volontà di interpretare i bisogni del territorio e di trasformarli in ricchezza diffusa.
Iovine ha aperto l’armadio degli scheletri di cui non conosciamo i nomi ma di cui intuiamo i ruoli. E sappiamo che per difendere se stessi alzeranno barricate e utilizzeranno l’arma del discredito e cercheranno di conservare il ruolo dei sommersi. E’ la loro ultima occasione per salvare se stessi; è la nostra ultima occasione per chiedere la verità e per salvare il Paese. Senza vendette ma senza sconti.

*pubblicato su L’Unità del 28 giugno 2014

Le assoluzioni (sbagliate) e l’impunità dei Casalesi

Rosaria Capacchione*
Sì, lo so, ora diranno tutti che l’avevano capito. I più prudenti che l’avevano almeno sospettato. Ma quando accadde, non una ma una decina di volte, furono pochi a meravigliarsi in pubblico di quelle assoluzioni: pochi magistrati, pochissimi giornalisti. Tutti gli altri preferirono credere che quelle sentenze fossero solo la conseguenza di un eccesso di garantismo, del sistematico sminuzzamento del quadro indiziario che finiva per ridurre a zero il valore della prova, dell’ammissione di formidabili perizie foniche o balistiche che ribaltavano il quadro accusatorio. Forse è andata veramente così ma le parole di Antonio Iovine – parole come pietre, avrebbe detto Carlo Levi – danno invece sostanza all’ipotesi di compravendita della giustizia penale: l’assoluzione di un capoclan assassino in cambio di denaro. Mediatori, dice Iovine, alcuni avvocati appartenenti a una sorta di sistema specializzato nell’aggiustamento dei processi. Duecento milioni in un caso, duecentomila euro in un altro, pagati in due volte come nella migliore tradizione del voto di scambio: metà al momento dell’accordo, l’altra metà dopo il verdetto. Bugie di pentito? Millanterie di avvocato, magari più bravo o più fortunato dei colleghi? Oppure è vero, e dunque se il clan dei Casalesi è diventato mafia è stato perché della borghesia mafiosa hanno fatto parte anche alcuni magistrati?
L’unica cosa certa è che lo sapevano tutti che la IV Corte di Assise di Appello non credeva alla bontà delle dichiarazioni di Dario De Simone, il più preciso e pericoloso (per gli imputati) collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, il grande accusatore del processo Spartacus. Il presidente Pietro Lignola non gli credeva e lo metteva per iscritto, talvolta con una discreta dose di sarcasmo. Garantista con i Casalesi, giustizialista con i camorristi napoletani: evidentemente, suggerivano coloro che giuravano sulla sua buona fede, la qualità delle indagini sui “viddani” Casalesi lasciava molto a desiderare. Ma è un fatto che il sistematico scardinamento della credibilità di quello che era stato il numero tre del clan (e anche, a quel tempo, il più alto in grado dei pentiti) stava minando Spartacus nelle sue fondamenta. Per altro, su quel tema la IV Corte di Assise di Appello stava consolidando una corposa giurisprudenza di merito e proprio a quella sezione era destinato il maxiprocesso ai Casalesi.
Una volta, due volte, tre volte: Lignola aveva chiesto chiarimenti sull’isolamento disposto a carico di Francesco Schiavone-Sandokan, all’epoca (il 1998) capo dei Casalesi, che dal 41 bis era riuscito a far arrivare all’esterno lettere di minaccia. Aveva assolto tutti gli imputati dell’omicidio della psicologa formiana Paola Stroffolino e del suo amante Luigi Griffo, e cioè Michele e Vincenzo Zagaria, condannando il solo De Simone che pure aveva fatto trovare i cadaveri in una cisterna a mezza strada tra Parete e Giugliano, proprio di fronte al terreno sul quale oggi sono depositati alcuni milioni i tonnellate di ecoballe. Anche Antonio Iovine aveva beneficiato del garantismo dell’anziano giudice che compariva in aula indossando il tocco, impugnando un martelletto e lasciando in camera di consiglio il suo inseparabile cagnolino.
In tutti i casi la Corte di Assise di Santa Maria Capua aveva concluso l’istruttoria dibattimentale condannando quegli uomini, tutti pezzi da novanta del potentissimo e ferocissimo clan casertano.
Tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004 il primo incidente di percorso. Sulla scrivania del pm Francesco Curcio era arrivato un atto notarile trovato dalla Dia durante una perquisizione a Casapesenna. Documento trasmesso immediatamente al Csm con allegata una nota che segnalava la singolarità di alcune assoluzioni decise dalla IV Corte di Assise di Napoli e la possibile incompatibilità del suo presidente nel processo per il duplice omicidio Griffo-Stroffolino.
Nella relazione si riferiva che a dicembre del 1991 Lignola aveva venduto un appezzamento di terreno di due ettari, a Casapesenna, a una donna del posto, coltivatrice diretta. Quella donna era Maria Vicigrado, moglie di Domenico Zagaria, con il quale era in regime di comunione dei beni. Maria Vicigrado e Domenico Zagaria sono i genitori di Vincenzo Zagaria, boss dei Casalesi condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, all’epoca dei fatti già condannato, con sentenza passata in giudicato, per associazione camorristica nella qualità di appartenente al clan Bardellino. Opportunità avrebbe voluto, sottolineava la nota della Procura di Napoli, che il magistrato si fosse astenuto dalla trattazione del processo nel quale, ribaltando la decisione di primo grado, Zagaria era stato assolto.
Ad aprile del 2004 Napoli arrivarono gli ispettori del ministero della Giustizia: che acquisirono sentenze, ascoltarono testimonianze, tornarono a Roma senza decidere nulla ma invitando a una maggiore prudenza. Due anni e mezzo dopo, però, Vincenzo Zagaria era tornato di nuovo dinanzi al vecchio proprietario del terreno diventato dei suoi genitori. Era imputato, assieme al solito Dario De Simone, di uno degli omicidi più importanti della storia della camorra casalese: quello di Mario Iovine, braccio destro di Antonio Bardellino, ucciso in una cabina telefonica a Cascais.
Alla vigilia della decisione il parlamentare siciliano Beppe Lumia aveva chiesto al ministro Guardasigilli di accertare le ragioni della mancata astensione del giudice Lignola. Che quella volta fu costretto ad astenersi.
Il processo Spartacus, come da previsione, fu assegnato alla IV sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ma non al collegio del presidente Lignola. La credibilità di Dario De Simone non è stata più messa in discussione, gli ergastoli sono diventati definitivi.

*pubblicato su Il Mattino del19 giugno 2014

Il pentimento del boss: imputato Iovine, ora confessi

Rosaria Capacchione*
Dunque, signor Iovine, ora ci dica come andò. Ci racconti lei, che nel clan dei Casalesi è entrato dal portone principale, come quel manipolo di delinquenti da strada è riuscito a trasformarsi in consorteria mafiosa, con quali complicità, con quali coperture. Parta dalla fine della storia, e non dall’inizio. E da quel «bar che lavora molto ed è sempre pieno di clienti» che vogliono «sfogliatelle fresche» sfornate a Caserta tutte le mattine. Non ci basterà leggere i retroscena di omicidi efferati, non ci soddisferà la ricostruzione dell’ennesima epopea camorristica fatta di piombo e sangue. Le basti sapere che noi sappiamo che Terra di Lavoro, grazie a lei e ai suoi amici, è diventata – ed è ancora – una sorta di Poisonville e che noi, noi cittadini testimoni di quasi trent’anni di gesta criminali, siamo pronti ad assistere all’ultimo atto di una lunghissima partita a scacchi, torneo in cui lo Stato è stato spesso sul punto di compiere mosse sbagliate, talvolta fatali, riuscendo però sempre a salvare la partita.
Dunque, signor Iovine, lei ha perso. Da giocatore, da scommettitore su scala industriale, potrebbe ancora accarezzare l’idea di tentare di strappare una patta, ma non ci provi. Perché tanto di lei si sa e tantissimo altro si vuole ancora sapere. Dicevamo del bar. Sì, proprio il bar di cui si parlava nella lettera anonima inviata a Michele Zagaria due anni fa, quella missiva in codice con il report di aggiornamento sui nuovi equilibri raggiunti dopo l’arresto del suo complice e sodale. Ci sembrò che l’Antonio citato fosse lei e che si parlasse di affari: investimenti commerciali, soprattutto, i soli che in tempi di stagnazione continuavano stranamente a funzionare. Negozi? Oppure l’inesauribile fila di clienti è quella, invece, degli imprenditori ancora in cerca di appalti? Di certo c’è la necessità urgente di sapere dove ha conservato i suoi soldi. E dov’è il forziere, mai trovato, del suo amico Francesco Schiavone. E dove gli investimenti della famiglia Zagaria. Non parliamo (non parliamo soltanto) di ville e villaggi turistici, come quelli sequestrati in Puglia qualche tempo fa, ma di soldi, di denaro contante, quello che è servito – per esempio – per pagare le vacanze a Montecarlo, a Parigi, sulle montagne dell’Alsazia e della Lorena. Quello accumulato durante gli anni della bella vita romana. A proposito di Roma: non sarebbe male se ci parlasse dei tempi di Gilda, e di come sia riuscito a mettere le mani sulla discoteca più famosa della Capitale strappandola alla Banda della Magliana. Amici suoi? Soci occasionali? È grazie a loro che aveva messo le mani anche sulle slot, sulla linea più redditizia dei Monopoli? È con loro che suo cugino Mario aveva aperto i caseifici sul litorale di Ostia? Ci parli di Gilda, di chi la frequentava, di chi la gestiva. E ci dica se davvero era affidato alle cure di suo cugino Riccardo, quello che coprì l’ultimo tratto della latitanza di Setola lo stragista.
Ma queste, signor Iovine, sono ancora piccolezze. Perché lei certamente conosce alcuni dei misteri di questa dolorante parte d’Italia. I rifiuti, per esempio, e le coperture che hanno consentito vent’anni e più di emergenza. Lei, signor Iovine, compirà cinquant’anni tra qualche mese. Ne aveva venticinque quando diventò socio di Ecologia 89, la ditta che faceva da stazione appaltante per la raccolta illegale dei rifiuti sull’asse nord-sud. Poco più di un ragazzo, ma già nell’affare del secolo. Per la verità era ancora più giovane quando partecipò (così si racconta) al suo primo omicidio importante, quello di Ciro Nuvoletta. Era il 1984 e a quel tempo si disse che accanto ad Antonio Bardellino e Mario Iovine c’era pure ’o ninno, quel ninno bello (il bel ragazzino, il ragazzino dalla faccia d’angelo) così iniziato ai rituali di camorra. A proposito di Bardellino: ce ne parli, signor Iovine. Ci dica come andò veramente la storia e, soprattutto, ci dica chi oggi conserva la sua eredità: soldi, aziende, immobili che nessuno, proprio nessuno, ha mai cercato ma che hanno arricchito all’improvviso oscuri cottimisti, piccoli faccendieri, forse lo stesso patron delle ecomafie, Cipriano Chianese.
Parlavamo dei rifiuti. Ecco, non sarebbe male capire una volta e per tutte come, da Ecologia 89, si è potuti arrivare alle piazzole di cemento armato su cui sono accatastate le ecoballe, quelle per le quali i fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico sono sotto processo per aver favorito il clan dei Casalesi. Anzi, proprio lei, signor Antonio Iovine. Ne aveva altre di piazzole? E quali sono, signor Iovine? E se tanto era riuscito a fare, non ci nasconda allora chi sono gli uomini politici che in questi lunghissimi anni l’hanno aiutata a crescere e a diventare uno dei capi dei Casalesi. E chi ha lusingato fornendo appoggio elettorale. Solo sindaci e consiglieri comunali del suo paese, oggi ancora commissariato? Sarebbe assai strano, anche se il suo paese, San Cipriano d’Aversa, è lo stesso di Bardellino. E a Napoli? E a Roma? Non poteva bastarle un piccolo consigliere comunale per manovrare in Regione o per controllare appalti e forniture nell’Azienda ospedaliera di Caserta. Il servizio mensa, per esempio, sul quale i camorristi di Marcianise non potevano chiedere tangenti perché era roba che apparteneva a lei. E le nomine nella stessa azienda, tutte decise a Napoli o ancora più su, pure (almeno in parte) controllate da lei. Fu in quell’ospedale che morì suo padre Oreste, lo ricorda? A quel tempo era latitante (chi l’avvertiva, signor Iovine, quando riusciva miracolosamente a scappare?). Così, per curiosità, andò a salutarlo prima dell’ultima ora?
A lei, signor Iovine, piace il mondo della sanità. Lo avevamo capito tantissimi anni fa, quando dalle parti di Frignano – dove lei fu arrestato per l’ultima volta prima della lunghissima latitanza seguita all’inchiesta Spartacus – ogni tanto veniva trovato qualche deposito clandestino di medicinali. Poi ha fatto il salto di qualità, e ha acquistato qualche grande farmacia destinata, almeno in apparenza, a sua figlia Filomena: che ha studiato, è andata all’università, si è laureata appunto in farmacia. Sa nulla, signor Iovine, del grande affare dei farmaci ospedalieri? E delle forniture in nero alle cliniche private? Ci spieghi, signor Iovine, perché alla gente le questioni di salute interessano assai più degli omicidi di mafia. Però le tocca parlare anche di questi, di quelli mai scoperti e di quelli di cui si sa tutto. Per esempio, di quelli della stagione del terrore setoliano. E del via libera che arrivò in un’aula di tribunale attraverso un proclama che portava anche la sua firma. Ce lo dica ora o mai più: perché il piombo e il sangue hanno sempre una ragione ma i tempi lunghi della giustizia hanno significato solo se sono l’anticamera della verità. Non siamo in un hard boiled, signor Iovine. Non c’è un altro Dashiell Hammett a scrivere il lieto fine di un’enclave mafiosa e purulenta. Ma sappia che di verità questo pezzo d’Italia ha urgente bisogno. Per ricominciare.

*pubblicato su Il Mattino del 24 maggio 2014

Rifiuti, i fuochi fatui e la fabbrica del silenzio

Rosaria Capacchione*
La prima montagna di rifiuti, accatastati alla rinfusa su un fondo agricolo, senza ordine e senza tutela alcuna per l’ambiente e per l’uomo, iniziò a crescere venticinque anni fa. Un mostro alto duecento metri che si materializzò nel mezzo della piana dei Mazzoni, tra Napoli e Caserta, zona d’elezione per la produzione della mozzarella di bufala, una delle eccellenze agroalimentari italiane. Via via quella montagna si è moltiplicata: da una parte i rifiuti smaltiti illegalmente, dall’altro le migliaia di ecoballe prodotte durante le emergenze del 2003 e del 2008. E sotto terra, percolato prodotto dagli scarti industriali, poi precipitato nella falda; fusti pieni di liquidi tossici; fanghi dei depuratori distribuiti nei fondi agricoli. E intorno, tonnellate e tonnellate di carta, plastica, pellame, collanti.
E’ questo l’humus, il contesto, il combustibile dei fuochi fatui che infiammano le notti e i giorni di centinaia di miglia di cittadini, intossicati dai fumi neri degli incendi. Ed è questo il quadro in cui la camorra, la malapolitica, la massoneria, hanno lucrato per un quarto di secolo. Il decreto che oggi si appresta a diventare legge offre un significativo e fondamentale contributo alla soluzione del più visibile di questi problemi: i roghi, con le ricadute che essi hanno sulla salute dei cittadini. Decreto al quale, a causa dei tempi strettissimi di conversione, è mancato il contributo che questa camera sarebbe stata ben lieta di offrire in forza dell’ultraventennale conoscenza di territorio e fenomeno di alcuni di noi e degli approfondimenti fatti, anche con ispezioni in Campania, dalla commissione ambiente del Senato e della commissione antimafia. Prendiamo atto con favore, comunque, che sia stata recepita una proposta partita proprio da quest’aula alla fine di settembre, e cioè l’impiego per le bonifiche di una parte dei fondi del Fondo unico per la giustizia, confiscati agli ecomafiosi campani. E confidiamo che i controlli sul territorio delegati ai militari riescano a fermare i roghi di rifiuti abbandonati.
Ma restano aperte ancora alcune questioni che, ovviamente, non potevano essere affrontate in un decreto ma che attengono a una più generale e complessa opera di prevenzione: culturale ma anche di polizia. Prendiamo, per esempio, il combustibile dei roghi, fatto di scarti di lavorazione di prodotti industriali che derivano dal mercato del falso, il cui valore è stimato in mezzo miliardo di euro all’anno: capi di abbigliamento, cd e dvd, giocattoli, occhiali, profumi e, soprattutto, scarpe, che pesano il venti per cento dell’intero fatturato del falso. La produzione è concentrata in Campania, tra le province di Napoli e Caserta; regione che è al terzo posto in Italia anche per propensione al consumo di beni contraffatti. Eppure, la confezione di milioni e milioni di pezzi, assemblati nelle fabbrichette di Arzano, Casoria, Grumo Nevano, Frattamaggiore, Aversa, ufficialmente non produce neppure un etto di scarto di lavorazione, neppure una tomaia da buttare, neppure un litro di collante da smaltire. Possibile? La ragione e la logica dicono di no, le statistiche invece danno forma al paradosso: la produzione di rifiuti industriali in Campania è sostanzialmente inesistente. La realtà, testimoniata dai roghi quotidiani nella «terra dei fuochi» o dall’incendio doloso di migliaia di ecoballe, dà ragione alla logica. E conferma le stime dell’Ispra, l’istituto per la protezione ambientale, rielaborate da Legambiente: in un anno/campione (quello preso in considerazione è il 2009) in Campania viene prodotto illegalmente oltre un milione di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Per l’esattezza, un milione e 39.312 tonnellate, e cioè il 26 per cento della produzione regionale di rifiuti (4 milioni e 989.258 tonnellate). Il 12,60 per cento deriva da attività sommersa criminale, e cioè (in prevalenza) dalla contraffazione, dall’edilizia abusiva, dalla rottamazione illegale; il 18,50 per cento da attività sommersa fiscale. Stessa percentuali su base nazionale, con una produzione complessiva di quasi quaranta milioni di tonnellate di rifiuti industriali provenienti da attività criminali o da aziende che realizzano una percentuale di produzione in nero, con il fine di evadere il fisco.
L’Istituto indica, inoltre, nella gestione dei rifiuti speciali l’emergenza nazionale di domani perché se sinora il fenomeno dello smaltimento illecito è stato proprio delle regioni a tradizionale presenza mafiosa, tra le quali la Campania è sempre stata in testa, oggi si è esteso a tutta l’Italia. Ebbene, in questo contesto sarebbe opportuno e urgente il censimento – delegato alle forze dell’ordine – delle fabbriche del falso o delle produzioni in regime di evasione fiscale, per individuare e colpire i produttori di materiale di scarto che, essendo illegale, non può essere smaltito legalmente.
E non basta. In vista delle imminenti bonifiche, è necessaria una particolarissima attenzione alle ditte che parteciperanno ai lavori. Il decreto legge già offre paletti e misure di salvaguardia che vanno in questa direzione, mutuando i severissimi protocolli già adottati per impedire infiltrazioni mafiose nei lavori dell’Expo. Ma per evitare che la storia, anche recentissima, si ripeta domani mattina è indispensabile accertare una volta e per sempre chi e che cosa ha consentito il disastro ambientale della Campania. Disastro conosciuto da oltre vent’anni, documentato dalle relazioni parlamentari della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e da atti d’indagine che precedono di molto le dichiarazioni dell’allora collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, oggi strumentalmente utilizzate per individuare un qualunque colpevole a prescindere dalla sua effettiva conoscenza di quegli atti. Disastro raccontato in un’inchiesta i cui atti sono pubblici dal 1993 e in una informativa depositata nel 1996, finita in una sorta di fascicolo virtuale, dimenticata e ritrovata solo quattro anni fa. Ebbene, è compito di questo parlamento chiedere la verità su quegli anni e sulle complicità che favorirono la nascita e la crescita delle ecomafie – il primo atto è stato la richiesta di desecratazione di verbali ancora coperti da segreto funzionale o investigativo presentata alla presidenza del Senato ai primi di dicembre -. E di farlo con forza, perché il rischio di altre collusioni e compromissioni anche questa volta è dietro l’angolo.
*intervento in Senato durante il dibattito per la conversione del decreto sulla terra dei fuochi