Le assoluzioni (sbagliate) e l’impunità dei Casalesi

Rosaria Capacchione*
Sì, lo so, ora diranno tutti che l’avevano capito. I più prudenti che l’avevano almeno sospettato. Ma quando accadde, non una ma una decina di volte, furono pochi a meravigliarsi in pubblico di quelle assoluzioni: pochi magistrati, pochissimi giornalisti. Tutti gli altri preferirono credere che quelle sentenze fossero solo la conseguenza di un eccesso di garantismo, del sistematico sminuzzamento del quadro indiziario che finiva per ridurre a zero il valore della prova, dell’ammissione di formidabili perizie foniche o balistiche che ribaltavano il quadro accusatorio. Forse è andata veramente così ma le parole di Antonio Iovine – parole come pietre, avrebbe detto Carlo Levi – danno invece sostanza all’ipotesi di compravendita della giustizia penale: l’assoluzione di un capoclan assassino in cambio di denaro. Mediatori, dice Iovine, alcuni avvocati appartenenti a una sorta di sistema specializzato nell’aggiustamento dei processi. Duecento milioni in un caso, duecentomila euro in un altro, pagati in due volte come nella migliore tradizione del voto di scambio: metà al momento dell’accordo, l’altra metà dopo il verdetto. Bugie di pentito? Millanterie di avvocato, magari più bravo o più fortunato dei colleghi? Oppure è vero, e dunque se il clan dei Casalesi è diventato mafia è stato perché della borghesia mafiosa hanno fatto parte anche alcuni magistrati?
L’unica cosa certa è che lo sapevano tutti che la IV Corte di Assise di Appello non credeva alla bontà delle dichiarazioni di Dario De Simone, il più preciso e pericoloso (per gli imputati) collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, il grande accusatore del processo Spartacus. Il presidente Pietro Lignola non gli credeva e lo metteva per iscritto, talvolta con una discreta dose di sarcasmo. Garantista con i Casalesi, giustizialista con i camorristi napoletani: evidentemente, suggerivano coloro che giuravano sulla sua buona fede, la qualità delle indagini sui “viddani” Casalesi lasciava molto a desiderare. Ma è un fatto che il sistematico scardinamento della credibilità di quello che era stato il numero tre del clan (e anche, a quel tempo, il più alto in grado dei pentiti) stava minando Spartacus nelle sue fondamenta. Per altro, su quel tema la IV Corte di Assise di Appello stava consolidando una corposa giurisprudenza di merito e proprio a quella sezione era destinato il maxiprocesso ai Casalesi.
Una volta, due volte, tre volte: Lignola aveva chiesto chiarimenti sull’isolamento disposto a carico di Francesco Schiavone-Sandokan, all’epoca (il 1998) capo dei Casalesi, che dal 41 bis era riuscito a far arrivare all’esterno lettere di minaccia. Aveva assolto tutti gli imputati dell’omicidio della psicologa formiana Paola Stroffolino e del suo amante Luigi Griffo, e cioè Michele e Vincenzo Zagaria, condannando il solo De Simone che pure aveva fatto trovare i cadaveri in una cisterna a mezza strada tra Parete e Giugliano, proprio di fronte al terreno sul quale oggi sono depositati alcuni milioni i tonnellate di ecoballe. Anche Antonio Iovine aveva beneficiato del garantismo dell’anziano giudice che compariva in aula indossando il tocco, impugnando un martelletto e lasciando in camera di consiglio il suo inseparabile cagnolino.
In tutti i casi la Corte di Assise di Santa Maria Capua aveva concluso l’istruttoria dibattimentale condannando quegli uomini, tutti pezzi da novanta del potentissimo e ferocissimo clan casertano.
Tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004 il primo incidente di percorso. Sulla scrivania del pm Francesco Curcio era arrivato un atto notarile trovato dalla Dia durante una perquisizione a Casapesenna. Documento trasmesso immediatamente al Csm con allegata una nota che segnalava la singolarità di alcune assoluzioni decise dalla IV Corte di Assise di Napoli e la possibile incompatibilità del suo presidente nel processo per il duplice omicidio Griffo-Stroffolino.
Nella relazione si riferiva che a dicembre del 1991 Lignola aveva venduto un appezzamento di terreno di due ettari, a Casapesenna, a una donna del posto, coltivatrice diretta. Quella donna era Maria Vicigrado, moglie di Domenico Zagaria, con il quale era in regime di comunione dei beni. Maria Vicigrado e Domenico Zagaria sono i genitori di Vincenzo Zagaria, boss dei Casalesi condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, all’epoca dei fatti già condannato, con sentenza passata in giudicato, per associazione camorristica nella qualità di appartenente al clan Bardellino. Opportunità avrebbe voluto, sottolineava la nota della Procura di Napoli, che il magistrato si fosse astenuto dalla trattazione del processo nel quale, ribaltando la decisione di primo grado, Zagaria era stato assolto.
Ad aprile del 2004 Napoli arrivarono gli ispettori del ministero della Giustizia: che acquisirono sentenze, ascoltarono testimonianze, tornarono a Roma senza decidere nulla ma invitando a una maggiore prudenza. Due anni e mezzo dopo, però, Vincenzo Zagaria era tornato di nuovo dinanzi al vecchio proprietario del terreno diventato dei suoi genitori. Era imputato, assieme al solito Dario De Simone, di uno degli omicidi più importanti della storia della camorra casalese: quello di Mario Iovine, braccio destro di Antonio Bardellino, ucciso in una cabina telefonica a Cascais.
Alla vigilia della decisione il parlamentare siciliano Beppe Lumia aveva chiesto al ministro Guardasigilli di accertare le ragioni della mancata astensione del giudice Lignola. Che quella volta fu costretto ad astenersi.
Il processo Spartacus, come da previsione, fu assegnato alla IV sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ma non al collegio del presidente Lignola. La credibilità di Dario De Simone non è stata più messa in discussione, gli ergastoli sono diventati definitivi.

*pubblicato su Il Mattino del19 giugno 2014

Il pentimento del boss: imputato Iovine, ora confessi

Rosaria Capacchione*
Dunque, signor Iovine, ora ci dica come andò. Ci racconti lei, che nel clan dei Casalesi è entrato dal portone principale, come quel manipolo di delinquenti da strada è riuscito a trasformarsi in consorteria mafiosa, con quali complicità, con quali coperture. Parta dalla fine della storia, e non dall’inizio. E da quel «bar che lavora molto ed è sempre pieno di clienti» che vogliono «sfogliatelle fresche» sfornate a Caserta tutte le mattine. Non ci basterà leggere i retroscena di omicidi efferati, non ci soddisferà la ricostruzione dell’ennesima epopea camorristica fatta di piombo e sangue. Le basti sapere che noi sappiamo che Terra di Lavoro, grazie a lei e ai suoi amici, è diventata – ed è ancora – una sorta di Poisonville e che noi, noi cittadini testimoni di quasi trent’anni di gesta criminali, siamo pronti ad assistere all’ultimo atto di una lunghissima partita a scacchi, torneo in cui lo Stato è stato spesso sul punto di compiere mosse sbagliate, talvolta fatali, riuscendo però sempre a salvare la partita.
Dunque, signor Iovine, lei ha perso. Da giocatore, da scommettitore su scala industriale, potrebbe ancora accarezzare l’idea di tentare di strappare una patta, ma non ci provi. Perché tanto di lei si sa e tantissimo altro si vuole ancora sapere. Dicevamo del bar. Sì, proprio il bar di cui si parlava nella lettera anonima inviata a Michele Zagaria due anni fa, quella missiva in codice con il report di aggiornamento sui nuovi equilibri raggiunti dopo l’arresto del suo complice e sodale. Ci sembrò che l’Antonio citato fosse lei e che si parlasse di affari: investimenti commerciali, soprattutto, i soli che in tempi di stagnazione continuavano stranamente a funzionare. Negozi? Oppure l’inesauribile fila di clienti è quella, invece, degli imprenditori ancora in cerca di appalti? Di certo c’è la necessità urgente di sapere dove ha conservato i suoi soldi. E dov’è il forziere, mai trovato, del suo amico Francesco Schiavone. E dove gli investimenti della famiglia Zagaria. Non parliamo (non parliamo soltanto) di ville e villaggi turistici, come quelli sequestrati in Puglia qualche tempo fa, ma di soldi, di denaro contante, quello che è servito – per esempio – per pagare le vacanze a Montecarlo, a Parigi, sulle montagne dell’Alsazia e della Lorena. Quello accumulato durante gli anni della bella vita romana. A proposito di Roma: non sarebbe male se ci parlasse dei tempi di Gilda, e di come sia riuscito a mettere le mani sulla discoteca più famosa della Capitale strappandola alla Banda della Magliana. Amici suoi? Soci occasionali? È grazie a loro che aveva messo le mani anche sulle slot, sulla linea più redditizia dei Monopoli? È con loro che suo cugino Mario aveva aperto i caseifici sul litorale di Ostia? Ci parli di Gilda, di chi la frequentava, di chi la gestiva. E ci dica se davvero era affidato alle cure di suo cugino Riccardo, quello che coprì l’ultimo tratto della latitanza di Setola lo stragista.
Ma queste, signor Iovine, sono ancora piccolezze. Perché lei certamente conosce alcuni dei misteri di questa dolorante parte d’Italia. I rifiuti, per esempio, e le coperture che hanno consentito vent’anni e più di emergenza. Lei, signor Iovine, compirà cinquant’anni tra qualche mese. Ne aveva venticinque quando diventò socio di Ecologia 89, la ditta che faceva da stazione appaltante per la raccolta illegale dei rifiuti sull’asse nord-sud. Poco più di un ragazzo, ma già nell’affare del secolo. Per la verità era ancora più giovane quando partecipò (così si racconta) al suo primo omicidio importante, quello di Ciro Nuvoletta. Era il 1984 e a quel tempo si disse che accanto ad Antonio Bardellino e Mario Iovine c’era pure ’o ninno, quel ninno bello (il bel ragazzino, il ragazzino dalla faccia d’angelo) così iniziato ai rituali di camorra. A proposito di Bardellino: ce ne parli, signor Iovine. Ci dica come andò veramente la storia e, soprattutto, ci dica chi oggi conserva la sua eredità: soldi, aziende, immobili che nessuno, proprio nessuno, ha mai cercato ma che hanno arricchito all’improvviso oscuri cottimisti, piccoli faccendieri, forse lo stesso patron delle ecomafie, Cipriano Chianese.
Parlavamo dei rifiuti. Ecco, non sarebbe male capire una volta e per tutte come, da Ecologia 89, si è potuti arrivare alle piazzole di cemento armato su cui sono accatastate le ecoballe, quelle per le quali i fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico sono sotto processo per aver favorito il clan dei Casalesi. Anzi, proprio lei, signor Antonio Iovine. Ne aveva altre di piazzole? E quali sono, signor Iovine? E se tanto era riuscito a fare, non ci nasconda allora chi sono gli uomini politici che in questi lunghissimi anni l’hanno aiutata a crescere e a diventare uno dei capi dei Casalesi. E chi ha lusingato fornendo appoggio elettorale. Solo sindaci e consiglieri comunali del suo paese, oggi ancora commissariato? Sarebbe assai strano, anche se il suo paese, San Cipriano d’Aversa, è lo stesso di Bardellino. E a Napoli? E a Roma? Non poteva bastarle un piccolo consigliere comunale per manovrare in Regione o per controllare appalti e forniture nell’Azienda ospedaliera di Caserta. Il servizio mensa, per esempio, sul quale i camorristi di Marcianise non potevano chiedere tangenti perché era roba che apparteneva a lei. E le nomine nella stessa azienda, tutte decise a Napoli o ancora più su, pure (almeno in parte) controllate da lei. Fu in quell’ospedale che morì suo padre Oreste, lo ricorda? A quel tempo era latitante (chi l’avvertiva, signor Iovine, quando riusciva miracolosamente a scappare?). Così, per curiosità, andò a salutarlo prima dell’ultima ora?
A lei, signor Iovine, piace il mondo della sanità. Lo avevamo capito tantissimi anni fa, quando dalle parti di Frignano – dove lei fu arrestato per l’ultima volta prima della lunghissima latitanza seguita all’inchiesta Spartacus – ogni tanto veniva trovato qualche deposito clandestino di medicinali. Poi ha fatto il salto di qualità, e ha acquistato qualche grande farmacia destinata, almeno in apparenza, a sua figlia Filomena: che ha studiato, è andata all’università, si è laureata appunto in farmacia. Sa nulla, signor Iovine, del grande affare dei farmaci ospedalieri? E delle forniture in nero alle cliniche private? Ci spieghi, signor Iovine, perché alla gente le questioni di salute interessano assai più degli omicidi di mafia. Però le tocca parlare anche di questi, di quelli mai scoperti e di quelli di cui si sa tutto. Per esempio, di quelli della stagione del terrore setoliano. E del via libera che arrivò in un’aula di tribunale attraverso un proclama che portava anche la sua firma. Ce lo dica ora o mai più: perché il piombo e il sangue hanno sempre una ragione ma i tempi lunghi della giustizia hanno significato solo se sono l’anticamera della verità. Non siamo in un hard boiled, signor Iovine. Non c’è un altro Dashiell Hammett a scrivere il lieto fine di un’enclave mafiosa e purulenta. Ma sappia che di verità questo pezzo d’Italia ha urgente bisogno. Per ricominciare.

*pubblicato su Il Mattino del 24 maggio 2014

Rifiuti, i fuochi fatui e la fabbrica del silenzio

Rosaria Capacchione*
La prima montagna di rifiuti, accatastati alla rinfusa su un fondo agricolo, senza ordine e senza tutela alcuna per l’ambiente e per l’uomo, iniziò a crescere venticinque anni fa. Un mostro alto duecento metri che si materializzò nel mezzo della piana dei Mazzoni, tra Napoli e Caserta, zona d’elezione per la produzione della mozzarella di bufala, una delle eccellenze agroalimentari italiane. Via via quella montagna si è moltiplicata: da una parte i rifiuti smaltiti illegalmente, dall’altro le migliaia di ecoballe prodotte durante le emergenze del 2003 e del 2008. E sotto terra, percolato prodotto dagli scarti industriali, poi precipitato nella falda; fusti pieni di liquidi tossici; fanghi dei depuratori distribuiti nei fondi agricoli. E intorno, tonnellate e tonnellate di carta, plastica, pellame, collanti.
E’ questo l’humus, il contesto, il combustibile dei fuochi fatui che infiammano le notti e i giorni di centinaia di miglia di cittadini, intossicati dai fumi neri degli incendi. Ed è questo il quadro in cui la camorra, la malapolitica, la massoneria, hanno lucrato per un quarto di secolo. Il decreto che oggi si appresta a diventare legge offre un significativo e fondamentale contributo alla soluzione del più visibile di questi problemi: i roghi, con le ricadute che essi hanno sulla salute dei cittadini. Decreto al quale, a causa dei tempi strettissimi di conversione, è mancato il contributo che questa camera sarebbe stata ben lieta di offrire in forza dell’ultraventennale conoscenza di territorio e fenomeno di alcuni di noi e degli approfondimenti fatti, anche con ispezioni in Campania, dalla commissione ambiente del Senato e della commissione antimafia. Prendiamo atto con favore, comunque, che sia stata recepita una proposta partita proprio da quest’aula alla fine di settembre, e cioè l’impiego per le bonifiche di una parte dei fondi del Fondo unico per la giustizia, confiscati agli ecomafiosi campani. E confidiamo che i controlli sul territorio delegati ai militari riescano a fermare i roghi di rifiuti abbandonati.
Ma restano aperte ancora alcune questioni che, ovviamente, non potevano essere affrontate in un decreto ma che attengono a una più generale e complessa opera di prevenzione: culturale ma anche di polizia. Prendiamo, per esempio, il combustibile dei roghi, fatto di scarti di lavorazione di prodotti industriali che derivano dal mercato del falso, il cui valore è stimato in mezzo miliardo di euro all’anno: capi di abbigliamento, cd e dvd, giocattoli, occhiali, profumi e, soprattutto, scarpe, che pesano il venti per cento dell’intero fatturato del falso. La produzione è concentrata in Campania, tra le province di Napoli e Caserta; regione che è al terzo posto in Italia anche per propensione al consumo di beni contraffatti. Eppure, la confezione di milioni e milioni di pezzi, assemblati nelle fabbrichette di Arzano, Casoria, Grumo Nevano, Frattamaggiore, Aversa, ufficialmente non produce neppure un etto di scarto di lavorazione, neppure una tomaia da buttare, neppure un litro di collante da smaltire. Possibile? La ragione e la logica dicono di no, le statistiche invece danno forma al paradosso: la produzione di rifiuti industriali in Campania è sostanzialmente inesistente. La realtà, testimoniata dai roghi quotidiani nella «terra dei fuochi» o dall’incendio doloso di migliaia di ecoballe, dà ragione alla logica. E conferma le stime dell’Ispra, l’istituto per la protezione ambientale, rielaborate da Legambiente: in un anno/campione (quello preso in considerazione è il 2009) in Campania viene prodotto illegalmente oltre un milione di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Per l’esattezza, un milione e 39.312 tonnellate, e cioè il 26 per cento della produzione regionale di rifiuti (4 milioni e 989.258 tonnellate). Il 12,60 per cento deriva da attività sommersa criminale, e cioè (in prevalenza) dalla contraffazione, dall’edilizia abusiva, dalla rottamazione illegale; il 18,50 per cento da attività sommersa fiscale. Stessa percentuali su base nazionale, con una produzione complessiva di quasi quaranta milioni di tonnellate di rifiuti industriali provenienti da attività criminali o da aziende che realizzano una percentuale di produzione in nero, con il fine di evadere il fisco.
L’Istituto indica, inoltre, nella gestione dei rifiuti speciali l’emergenza nazionale di domani perché se sinora il fenomeno dello smaltimento illecito è stato proprio delle regioni a tradizionale presenza mafiosa, tra le quali la Campania è sempre stata in testa, oggi si è esteso a tutta l’Italia. Ebbene, in questo contesto sarebbe opportuno e urgente il censimento – delegato alle forze dell’ordine – delle fabbriche del falso o delle produzioni in regime di evasione fiscale, per individuare e colpire i produttori di materiale di scarto che, essendo illegale, non può essere smaltito legalmente.
E non basta. In vista delle imminenti bonifiche, è necessaria una particolarissima attenzione alle ditte che parteciperanno ai lavori. Il decreto legge già offre paletti e misure di salvaguardia che vanno in questa direzione, mutuando i severissimi protocolli già adottati per impedire infiltrazioni mafiose nei lavori dell’Expo. Ma per evitare che la storia, anche recentissima, si ripeta domani mattina è indispensabile accertare una volta e per sempre chi e che cosa ha consentito il disastro ambientale della Campania. Disastro conosciuto da oltre vent’anni, documentato dalle relazioni parlamentari della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e da atti d’indagine che precedono di molto le dichiarazioni dell’allora collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, oggi strumentalmente utilizzate per individuare un qualunque colpevole a prescindere dalla sua effettiva conoscenza di quegli atti. Disastro raccontato in un’inchiesta i cui atti sono pubblici dal 1993 e in una informativa depositata nel 1996, finita in una sorta di fascicolo virtuale, dimenticata e ritrovata solo quattro anni fa. Ebbene, è compito di questo parlamento chiedere la verità su quegli anni e sulle complicità che favorirono la nascita e la crescita delle ecomafie – il primo atto è stato la richiesta di desecratazione di verbali ancora coperti da segreto funzionale o investigativo presentata alla presidenza del Senato ai primi di dicembre -. E di farlo con forza, perché il rischio di altre collusioni e compromissioni anche questa volta è dietro l’angolo.
*intervento in Senato durante il dibattito per la conversione del decreto sulla terra dei fuochi

La memoria corta, l’elogio dell’insulto e la dittatura del web

Per trovarne le tracce, devi conoscere il nome esatto della località dove furono nascosti i fusti pieni di veleni. Devi sapere, per esempio, che si trova in contrada Purgatorio a Sant’Angelo in Formis, una frazione di Capua. Se per caso ricordi solo il nome della cava di sabbia, la cava Buonaurio, ecco che Google ti dice che ciò che stai cercando non esiste. Eppure io li vidi: era una mattina grigia e piovosa di quasi dieci anni fa e il fiume che si era ritirato dopo la piena aveva portato in superficie centinaia e centinaia di bidoni – alcuni sigillati, altri corrosi dalla ruggine – arrivati da chissà quale industria chimica e fatti sparire nel laghetto. Quella di Purgatorio è la discarica più grande di rifiuti tossici trovata nella terra dei veleni. Scorie chimiche nascoste dall’acqua del laghetto artificiale che si era formato dopo l’estrazione della sabbia. Dunque era vero che i bidoni che arrivavano dal Nord finivano nei laghetti, ma non in quelli di Mezzagni, a Castelvolturno, dove li avevano inutilmente cercati i sommozzatori nel 1991 e, molto tempo dopo, il sommergibile teleguidato – si chiamava Pluto – arrivato da Genova per riscontrare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, proprio quel Carmine Schiavone che oggi dichiara a mezzo mondo di aver inutilmente denunciato i siti trasformati in discarica abusiva. Quella volta Schiavone sbagliò, come ha ricordato il capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che a quel tempo coordinava le indagini sul clan dei Casalesi e che per primo – il 16 maggio del 1993 – aveva raccolto le accuse del primo pentito della potentissima organizzazione mafiosa campana.

Delle ricerche compiute dai sub nel 1991 c’è traccia in un filmato di Mixer, girato dopo il caso di Mario Tamburrino: era un autista di camion, lavorava per la Tanagro Trasporti. Uno dei due soci dell’azienda era anche proprietario di una cava di sabbia. Ebbene, nella notte del 4 febbraio di quell’anno si trovava sulla statale Domiziana con un carico di 571 fusti di rifiuti pericolosi affidati da aziende piemontesi a una ditta di Cuneo che avrebbe dovuto smaltirli in discariche autorizzate. Li scaricò, invece, lungo una traversa della statale, un contenitore si aprì e alcune gocce di quegli scarti chimici gli schizzarono in faccia. Era materiale altamente corrosivo, anche radioattivo. Tamburrino finì in ospedale e quel giorno iniziò la caccia ai nascondigli dei rifiuti. Di lui si è persa ogni traccia: forse morto, forse zittito con una manciata di denaro, forse entrambe le cose.

Ne sono stati trovati tanti di bidoni pieni di veleno: a Casal di Principe, sin dall’estate del 1988; a Villa di Briano, a Villa Literno, a Castelvolturno, a Grazzanise, a Santa Maria la Fossa, tra Marcianise e Maddaloni, nell’area industriale di Aversa e in quella di Pascarola – a pochi passi dalla parrocchia di don Maurizio Patriciello. Sono stati trovati anche nelle cave di tufo che costeggiano i tracciati dell’Asse di andata al lavoro e della superstrada Nola-Villa Literno. Una volta gli scarti di una conceria furono scaricati nella pozza d’acqua della falda, emersa durante gli scavi. La stessa pozza in cui morì annegato un bambino che era andato a pesca di rane. La stessa inquinata dai nitriti precipitati dai frutteti vicini, irrorati con sostanze velenose perché le percoche crescessero velocemente e, in apparenza, belle. Le stesse percoche che la vecchia contadina, in una scena magistrale del “Gomorra” di Matteo Garrone regala al cinico Toni Servillo e che lui butta via, sapendo che mangiarle significava morire.

Dunque, i fusti del 1988. Li trovarono in piena estate a pochi metri dai terreni di via Sondrio, a Casale, dove oggi si tiene il mercato e dove l’ultimo pentito – piccolo autotrasportatore al soldo dell’ultimo rampollo dei Casalesi – ha appena fatto ritrovare vecchi rottami di ferro che fu colorato di azzurro e scarti dei depuratori sepolti a dieci metri di profondità. Appartengono, quei terreni, all’Immobiliare Bellavista, quella sequestrata alla famiglia di Dante Passarelli – il re dello zucchero campano morto misteriosamente quasi nove anni fa – cassiere dei Casalesi e uomo di fiducia del clan Schiavone. Lo chiamavano “panzone” e cambiava assegni e anticipava i soldi che servivano ai soldati del boss chiamato Sandokan. Quando quei fusti spuntarono dalla terra Renato Natale, che allora era consigliere comunale, si preoccupò e chiese conto di quel ritrovamento al sindaco e alle autorità sanitarie. Non arrivarono risposte.

Proprio accanto al fondo della Immobiliare Bellavista c’è un altro suolo, di proprietà della Curia di Aversa, che negli anni passati – gli stessi – era nelle mani della famiglia di Carmine Schiavone, il pentito che dice di essere stato abbandonato dallo Stato. Un anno e mezzo fa anche da quella terra emersero altri fusti di rifiuti sepolti alla fine degli anni Ottanta, quando le ecomafie muovevano i primi passi.

Nei terreni adiacenti al campo sportivo, quello che negli anni d’oro del clan Schiavone aveva ospitato le gesta calcistiche (?) del fenomeno Albanova, finirono invece centinaia di tonnellate di pezze: quelle raccolte dalle associazioni umanitarie, quelle destinate ai mercati dell’usato, quelle vendute ai maceri, e invece abbandonate all’ingresso del paese, lì dove oggi campeggia il cartello intitolato a don Peppe Diana e al suo martirio.

Venticinque anni di cronaca e di storia maledetta, una lunghissima teoria di ricordi che testimoniano l’indifferenza dello Stato e il silenzio di quanti hanno visto, talvolta hanno subìto, molto più spesso hanno condiviso i lautissimi guadagni del traffico di rifiuti. Perché la verità scomoda che nessuno dice è che molti, se ancora vivi, sanno dove sono nascosti i fusti dei veleni perché hanno messo anche i propri terreni a disposizione incassando fino a cinque milioni di lire per ogni carico e costruendo su quelle scorie le case per se stessi e i propri figli. Anche questo dovrebbero sapere coloro che oggi urlano e insultano, rivendicando una ben misera primogenitura della denuncia e che allora lasciarono soli quanti si affannavano, nell’indifferenza generale, a segnalare il pericolo, le infiltrazioni mafiose nell’affare, i primi picchi sospetti di malattie linfatiche e tumorali.

Il primo ricordo è ancorato alla collina di immondizia che Giacomo Diana, gestore di discariche e uomo al soldo del clan La Torre, aveva fatto crescere nello spazio di un mese tra Cancello Arnone e Castelvolturno. Ai piedi di quel mostro sorvolato da migliaia di gabbiani  c’era la carcassa di una bufala, monumento alla morte prossima ventura di quel pezzo di litorale. Fu allora che conobbi Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie. Si presentò in redazione esibendo il suo titolo di avvocato e proponendosi come l’uomo della legalità. Mi accompagnò a visitare la sua discarica, che allora si chiamava Setri e che poi diventò Resit, vantandone l’alta qualità a dispetto di quella vicina, che apparteneva a Gaetano Vassallo. A me sembrarono uguali, due bocche smisurate che fagocitavano gli scarti di case e di fabbriche, migliaia di tonnellate di carta, rifiuti organici, scarti di cucina, vecchie suppellettili e chissà cos’altro ancora. Fece un errore, Chianese. Un errore grave. Mi invitò a pranzo alla Lanterna, un ristorante che alla cronista di nera diceva anche troppo e che rivelò poi il luogo delle riunioni di affari tra l’avvocato, i camorristi, i soci massoni con i quali  trattava lo smaltimento dei rifiuti industriali. Credo che fosse il 1989, lo stesso anno di nascita di Ecololgia 89, la società dei capiclan casalesi creata apposta per spartire tra le fazioni Schiavone, Bidognetti e Iovine i lautissimi guadagni del traffico di scorie velenose.

Si scoprì tutto qualche anno dopo, quando un tal Nunzio Perrella iniziò a collaborare con la giustizia e i carabinieri di Napoli disvelarono i primi intrecci tra camorra, politica e massoneria all’ombra dei rifiuti. Furono documentati i rapporti tra l’uomo di fiducia di Bidognetti, Gaetano Cerci, e il capo della P2 Licio Gelli. Si scoprì il ruolo di Chianese e poi quello di Vassallo. Si accertarono tangenti e coperture politiche. Era il 1992. Si arrivò alla sentenza di primo grado ma l’inchiesta fu uccisa dalla prescrizione. Per molti anni ancora Chianese e Vassallo saranno poi gli strateghi della malagestione dei rifiuti in Campania, i registi dell’eterna emergenza, i rastrellatori di centinaia di milioni di euro messi a disposizione da Regione e Governo fino al 2009. Erano uomini della camorra con solidi legami con gli apparati di sicurezza, anche questi documentati dalle indagini. Quelli di Chianese durati fino al suo arresto, a gennaio del 2006.

Ma qualcuno ha mantenuto quei contatti se poi uomini dei Servizi hanno potuto gestire la trattativa con il potentissimo capoclan casalese Michele Zagaria, rimasto latitante per sedici anni, che ha assicurato la pace sociale – e cioè il silenzio degli abitanti dei territori trasformati in discarica – in cambio di subappalti e di una sorta di  salvacondotto. Durante l’ultima emergenza, quella iniziata nel 2007 e finita nel 2009, lui o un suo rappresentante (un fratello?) ha incontrato in almeno due occasioni uomini degli apparati di sicurezza e delegati del Commissario straordinario. Due interrogazioni parlamentari presentate nel 2010 su questo tema sono ancora in attesa di risposta.

Il governo riferisca su tutti i siti inquinati dalla camorra

Sin dal 1988 nei territori di Casal di Principe, Villa di Briano, Villa Literno, Castelvolturno, Villaricca, Frignano, Capua, sono stati rinvenuti fusti di rifiuti nocivi sotterrati nei terreni di aree destinate a coltivaziobni intensive. Dal 1992 abbiamo numerose dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che indicano i luoghi destinati all’interramento illecito di rifiuti, così come altri siti sono stati individuati nell’ambito di autonome indagini di polizia giudiziaria. Tra le zone di cui parliamo, c’è il cosiddetto “comprensorio delle discariche e delle ecoballe”, un’area di oltre trecento chilometri quadrati compresa tra la parte settentrionale della provincia di Napoli e l’agro aversano. 

Oggi, con la ripresa dei lavori del Senato, ho presentato un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia. Con questa interrogazione, presentata insieme ai senatori campani del Partito Democratico Enzo Cuomo, Angelica Saggese e Pasquale Sollo e firmata da molti senatori di diversi gruppi politici, si chiede di conoscere se risulta ultimata l’opera di monitoraggio delle aree inquinate; se è stato predisposto un adeguato programma di bonifica; se sono state attivate tutte le procedure per cinturare i fondi agricoli inquinati e trasformati in zone “no food”; e risultano intraprese e portate a termine tutte le verifiche e i riscontri di quanto dichiarato di quei collaboratori di giustizia che hanno partecipato a vario titolo al traffico di rifiuti tossici e nocivi; se risulta l’esistenza di altri verbali secretati, dai quali sia possibile venire a conoscenza di altri siti trasformati in discariche illegali.

Dalla riorganizzazione dei tribunali in corso, grave pericolo di agevolazione ai clan

Apprendo con grande disappunto che le obiezioni mosse dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e dagli organismi investigativi in merito al contrasto alla camorra nell’area al confine tra le province di Napoli e Caserta sono state trasformate in una banale e anacronistica questione di campanile.

L’annuncio dato dal Guardasigilli al Csm in merito alla dislocazione della sede dell’istituendo Tribunale di Napoli nord ad Aversa va in direzione contraria ai rilievi mossi nell’autunno scorso dalla Dda e ad aprile del 2013 dallo stesso Csm: il contrasto al clan dei casalesi, con il suo carico di processi e attività di indagine, è stato così consegnato a due distinti tribunali che avranno competenze su aree strettamente collegate, che sono un unico territorio di conflitto da parte del clan dei casalesi. Tanto per citare un esempio, i luoghi delle stragi del 2008 sono stati separati dai luoghi in cui quelle stesse stragi sono state decise.

Ancor più grave appare la decisione, in quanto presa nel mezzo di una delicata trattativa tra il parlamento e lo stesso dicastero, in merito alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie di cui proprio quella di Santa Maria Capua Vetere è punto centrale. Decisione che cade, inoltre, proprio quando quest’ultimo Tribunale in cui sono stati celebrati tutti i più importanti processi contro il clan dei casalesi sta ospitando i procedimenti a carico di esponenti politici imputati di reati di camorra. Se il ministro dovesse confermare questa volontà, le organizzazioni criminali che operano nel casertano ne trarranno un sicuro giovamento; allo stesso tempo l’istituendo Tribunale avrà un tale carico di lavoro da rendere impraticabile sin da ora ogni previsione di rapida celebrazione dei processi.

VERIFICARE INFILTRAZIONI MAFIOSE SU GESTIONE OSPEDALE DI CASERTA, E VALUTARE COMMISSARIAMENTO

Ho presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno, per chiedere di attivare le procedure di ispezione e di controllo finalizzate alla verifica del grado di infiltrazione mafiosa in merito all’Ospedale ‘Sant’Anna e San Sebastiano’ di Caserta, e per chiedere la valutazione di un eventuale commissariamento della stessa azienda ospedaliera.

La più importante realtà sanitaria dell’intera provincia di Caserta, negli ultimi anni, è stata oggetto dell’attenzione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e delle Procure di Napoli e Santa Maria Capua Vetere, in merito a procedure di nomine e di affidamento dei servizi. Nell’ultima inchiesta si ipotizza la turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso, nell’ipotesi che servizi e forniture siano nelle mani di imprese collegate al clan dei Casalesi. Con l’interrogazione presentata al Ministero dell’Interno, si chiede quali azioni sono state intraprese per impedire che elementi della criminalità organizzata possano gestire appalti e servizi pubblici di primaria importanza, anche alla luce delle dichiarazioni fornite da collaboratori di giustizia.