Quando il clan dei Casalesi iniziò a morire

Rosaria Capacchione*

Era di maggio quando il clan dei Casalesi iniziò a morire. Un maggio caldo e afoso, come quello siciliano del 1992. Era il 16 di maggio, dieci anni fa, quando Mimmo Noviello, imprenditore di Casal di Principe e proprietario di un’autoscuola, salutò per l’ultima volta la famiglia e fu ammazzato sull’asfalto di Baia Verde, a due passi dall’ufficio. Era stato coraggioso quando non era facile fidarsi dello Stato, non aveva tutela, forse aveva anche smesso di avere paura. Morì e quel giorno si capì – non tutti, non tutti subito – che era finita l’epoca delle ammazzatine di camorra e che si era precipitati in un’era nuova e luttuosa: quella delle rappresaglie e delle stragi. Fu quel giorno che i più attenti misero in fila i fatti strani che erano accaduti nelle due settimane precedenti: l’omicidio di Umberto Bidognetti, un brav’uomo padre di un camorrista poi diventato collaboratore di giustizia; l’incendio della fabbrica di materassi di Pietro Russo, presidente dell’associazione antiracket di Santa Maria Capua Vetere; le telefonate anonime al centralino del Tribunale. I Casalesi avevano cambiato strategia e si erano affidati a un’avanguardia militare, a un manipolo di assassini cocainomani convinti di poter ripristinare la “regola” a colpi di Kalashnikov e di bombe.

Il via libera due mesi prima, durante le discussioni difensive dell’appello del processo Spartacus, quando i detenuti compresero che gli ergastoli sarebbero stati confermati in blocco. Chi aveva promesso aiuto e clemenza non aveva potuto mantenere la parola. Non restava che la vendetta. La scelta cadde su Giuseppe Setola, fortunato beneficiario di arresti domiciliari per ragioni di salute. Un emissario andò a trovarlo e lo investì dell’incarico. Toccava a lui seminare il terrore colpendo tutti nemici del clan: collaboratori di giustizia e loro familiari, imprenditori coraggiosi, magistrati, poliziotti, carabinieri, scrittori e giornalisti. 

Il primo a morire fu Umberto Bidognetti: il figlio Mimì aveva da pochi giorni invitato la sua gente a deporre le armi e cambiare vita. Il 16 maggio fu la volta di Domenico Noviello. Il 30 maggio per un caso non morirono la sorella e la nipote di Anna Carrino, la donna che era stata per un quarto di secolo la compagna di uno dei capi del clan Francesco Bidognetti, e che pure si era consegnata alla Procura antimafia. Il primo giugno toccò a Michele Orsi, imprenditore a mezza strada, che pure aveva timidamente iniziato a collaborare con la giustizia. E poi, in un crescendo, altri morti, altri agguati. E bombe e raffiche di mitra contro vetrine di negozi, camion, concessionarie di auto. Fino alla strage degli africani, il 18 settembre. Fino ai due omicidi di Giugliano e Casal di Principe, ai primi di ottobre. Fino all’agguato del 12 dicembre, registrato in presa diretta attraverso una microspia installata sull’auto degli assassini. Alla fine si conteranno diciotto molti, diciotto feriti, centinaia di attentati in mezza provincia di Caserta.

Durò un mese ancora, fino al 14 gennaio del 2009. Giuseppe Setola aveva perso quasi tutti i compagni di viaggio, arrestati dopo la strage di settembre e molti passati nelle file dei pentiti. I suoi mentori e capi lo avevano mollato, perché con lo sterminio degli africani aveva esagerato. Era nato il “modello Caserta” e la vita per i latitanti era diventata più complicata. Gli fecero l’ultimo regalo. Lo affidarono alle cure del cugino di Antonio Iovine, che doveva accompagnarlo per l’ultimo miglio prima di abbandonarlo a se stesso. Li presero tutti, e anche i più ostinati sostenitori dell’autonomia setoliana dovettero capitolare. La scelta stragista era stata una scelta del clan intero.

Nei due anni e undici mesi successivi si è compiuto il destino di tutti i capi: mentre diventavano definitivi gli ergastoli del processo Spartacus, Nicola Schiavone, Antonio Iovine, Michele Zagaria sono stati via via arrestati. Setola ha provato con scarsa fortuna a “buttarsi pentito”, poi ha nuovamente usato l’arma della malattia. Iovine collabora con la giustizia. Della famiglia Schiavone in libertà non è rimasto nessuno, così come di Bidognetti. Michele Zagaria manda messaggi in codice dal 41 bis. Dei fratelli due sono stati scarcerati, un altro è prossimo a riacquistare la libertà.

Oggi, 16 maggio 2018, dieci anni dopo, a Castelvolturno si è commemorata la morte di Mimmo Noviello: una corona alla lapide di Baia Verde, un convegno sul ruolo dell’antiracket nella sede del Fai, a Ischitella. Un occasione per rinverdire le prospettive dell’azione di denuncia collettiva, e di farlo anche oggi che non è più tempo di emergenza.

Ma è davvero finito il tempo dell’emergenza?

Una domanda destinata a non avere risposta, almeno per ora. Di quella stagione si conoscono molte cose ma non tutte. Per esempio, in nessun processo è stato mai certificato il mandato collettivo conferito a Setola dallo stato maggiore del clan dei Casalesi. Per esempio, non si conosce ancora il nome di chi ordinò l’omicidio più inquietante, quello di Michele Orsi, uomo di raccordo tra politica, impresa e camorra. Per esempio, nessuno ha mai spiegato come e quando fu deciso di bruciare il cugino di Antonio Iovine, affidandogli le cure di Setola. E se è vero che in quei giorni si consumò la frattura al vertice del clan, con Zagaria che voleva uccidere Nicola Schiavone (figlio di Francesco-Sandokan) e con le delazioni incrociate che portarono alle successive catture di Iovine prima, di Zagaria un anno dopo.

E’ certo che quel che rimane è il simulacro del clan che fu. Oggi ha ramificato e strutturato l’ala imprenditoriale e rafforzato la cassaforte segreta. Qualcosa è stato trovato in Romania (ed è stato arrestato Nicola Inquieto), molto altro è altrove (in Spagna?), probabilmente al sicuro. Per sempre. O almeno in attesa di tempi migliori.

*pubblicato su Fanpage.it il 16 maggio 2018

https://napoli.fanpage.it/quando-il-clan-dei-casalesi-inizio-a-morire-16-maggio-2008-l-omicidio-di-mimmo-noviello/

 

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Ciò che resta di latifondi, campieri, caporali e nuovi schiavi

Rosaria Capacchione*
Trent’anni dopo, il valore nominale del salario è invariato: a quei tempi, in Capitanata come nell’agro aversano o nel nocerino-sarnese, mille lire per ogni cassetta di pomodori, e fino a cinquanta al termine di una giornata di lavoro che iniziava quando ancora non era l’alba e finiva che era già il tramonto; oggi, due euro all’ora, che alla fine della giornata diventano venticinque. Oggi come allora, al lordo delle spese di trasporto, cioè la provvigione supplementare pagata dai braccianti al caporale, il venti per cento della giornata. Caporale che fa da intermediario esclusivo tra l’agricoltore e i braccianti, tra le organizzazioni mafiose e gli stagionali che si spostano da una parte all’altra dell’Italia per il raccolto di pomodori, uva, mele, fragole.
Non è storia di oggi, quella denunciata dal ministro Maurizio Martina: sono almeno settant’anni che mafia, camorra e ‘ndrangheta controllano il mercato delle braccia destinate all’agricoltura o all’edilizia con l’ausilio di padroncini e intermediari ai quali viene riconosciuta una provvigione. Attività interrotta solo in concomitanza con clamorose proteste di piazza. Era il 1989 quando dalla “Rotonda degli schiavi” di Villa Literno partì il primo sciopero dei manovali delle campagne: erano tutti centrafricani, tremila uomini che a luglio e agosto si trasferivano in massa nel paesino dell’aversano – neppure diecimila abitanti – che, a quel tempo, era la capitale del distretto dell’oro rosso. I caporali erano tutti tunisini, molti poi passati nelle file della camorra casalese con il ruolo di campieri, guardaspalle, killer. Due estati dopo, complice una virosi che distrusse il raccolto, gli stagionali cambiarono piazza e si concentrarono in Capitanata. Neppure il tempo di ambientarsi ed ecco, nel 1993, che latifondisti e caporali si coalizzarono contro i braccianti africani e li cacciarono in malo modo da Stortana, Stornarella, Orta Nova: erano troppi, contrattavano direttamente con i proprietari dei terreni, strappavano salari migliori. Poi la Calabria, Rosarno e la rivolta del 2010: un altro sciopero degli stagionali africani, che protestavano per le condizioni disumane in cui erano costretti a vivere dai soliti intermediari.
C’è un dato che decine e decine di storie tutte uguali che hanno contrassegnato la storia recente del nostro aere: le proteste e la richiesta di condizioni di vita e di lavoro dignitose sono arrivate solo dai braccianti stranieri, i soli ad aver osato sfidare camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita e i loro emissari. Mai gli italiani, che si sono accontentati di paghe da fame, ancora più basse dei loro compagni di sventura, piegati dal potere di assoggettamento e di intimidazione dei loro fornitori di lavoro, più rassegnati degli altri alle logiche criminali e al vincolo di omertà mai sconfitto nel nostro Sud.
Ha ragione Martina a dire che il caporalato si combatte con gli stessi strumenti utilizzati per combattere le mafie. Perché di un affare di mafia si sta parlando, affare che si nutre ancora oggi della disperazione, della fame, della concorrenza tra poveri.

*pubblicato su L’Unità del 21 agosto 2015