L’ex pm Donato Ceglie si dimette dalla magistratura

Rosaria Capacchione*

La parabola di Donato Ceglie si chiude con la discesa vertiginosa verso l’uscita dalla magistratura, con una sentenza di condanna per abuso d’ufficio, una prescrizione per concorso esterno, un processo per concussione che in appello rischia di scivolare verso una conclusione diversa da quella di primo grado, l’assoluzione. L’uomo che fu il pm di punta della Procura di Santa Maria Capua Vetere negli anni d’oro della battaglia contro le ecomafie, ha chiesto di lasciare l’ordine giudiziario. Lo ha fatto il 5 febbraio scorso, con dimissioni irrevocabili. Lo ha ribadito il 12 marzo e poi il 13 aprile, sollecitando il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, per una rapida trattazione del fascicolo. Che, sinora, non è ancora in calendario. Verrà prima l’udienza del 4 giugno, quando Palazzo dei Marescialli dovrà decidere su un nuovo procedimento disciplinare, incardinato poche settimane fa. E, probabilmente, solo allora si saprà se le dimissioni saranno accolte o se , invece, alla sospensione da funzione e stipendio, decisa il 4 marzo del 2016 in sede cautelare, si aggiungerà un’altra sanzione. L’uscita definitiva dalla scena chiuderebbe per sempre la partita, eliminando il rischio di una possibile e ignominiosa rimozione dai ranghi della magistratura.

La parabola si chiude, dicevamo, nella maniera peggiore. Lasciando l’amaro in bocca e tante ombre, mai diradate, sui rapporti tra il magistrato napoletano e imprenditori dei rifiuti, condannati per contiguità con il clan dei Casalesi: Cipriano Chianese prima, i fratelli Michele e Sergio Orsi poi. Rapporti che sono stati stati esplicitamente ammessi da Sergio Orsi (il fratello Michele è stato ucciso dieci anni fa a Casal di Principe dagli uomini di Giuseppe Setola ma non si sa ancora con il mandato di chi) a dibattimento, o documentati altrimenti. Rapporti che il magistrato manteneva in costanza delle sue indagini sulle ecomafie e che nascono una ventina di anni fa, quando indagava proprio sulle discariche di Chianese. Scoperti (e denunciati) tra il 1994 e il 1996 da uno sconcertato Roberto Mancini, l’ispettore della Criminalpol ucciso dalla leucemia. Ma diventati di dominio pubblico solo quando Donato Ceglie era ormai finito in disgrazia, travolto da un’indagine per concussione sessuale poi conclusasi con la sua assoluzione.

Di tutto questo c’è qualche riferimento nelle motivazioni della sentenza con la quale il 13 novembre dello scorso anno il Tribunale di Roma (presidente Paola Roja, a latere Maria Teresa Cialoni e Paola Della Vecchia), lo condannava per abuso d’ufficio in merito alle consulenze mai autorizzate fatte alla Coldiretti nazionale per il Rapporto Agromafie ma fatturate (75mila euro in quattordici mesi) a un consulente. Sentenza che accerta anche la responsabilità penale del magistrato in merito a un altro capo d’imputazione: la trattazione “privata” di una querela presentata da una donna contro l’ex marito e da lui contro di lei. Una donna, Sara Fusco, che nel frattempo era diventata la sua amante. Ma il fatto è stato dichiarato non punibile per intervenuta prescrizione. Lei, in aula, ha smentito la relazione ma per questo ora è indagata per falsa testimonianza. Stessa sorte per il direttore di Coldiretti, che pure aveva cercato di ridimensionare il ruolo del magistrato e di smentire i rapporti economici.

I giudici romani, in sessanta pagine, hanno riassunto una parte tutto sommato marginale delle molteplici attività del collega samaritano. E non potevano fare altrimenti, visto che si trovavano a giudicare solo una parte residuale dell’imponente materiale investigativo raccolto dalla pm antimafia Barbara Sargenti, passata dalla Dda di Roma alla Direzione nazionale antimafia. Materiale che è a fondamento della sospensione da funzione e stipendio decisa dal Csm, sul quale è intervenuta la prescrizione a cui Ceglie non ha inteso rinunciare e sul quale, dunque, non è stato possibile alcun approfondimento processuale. Sono contenuti in quegli atti, composti da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, di testimoni e di intercettazioni telefoniche, i dubbi e le ombre sull’intera attività giudiziaria del magistrato, che nel privato appare uomo completamente diverso da quanto sembrava in pubblico. Apparenza che gli era valsa la consulenza in commissione Antimafia, in commissione sulle Ecomafie, all’università “Luigi Vanvitelli” (all’epoca Sun) dove aveva conosciuto molte delle ragazza poi passate per l’appartamentino sammaritano che utilizzava come garçonniere e come studio privato, messo a disposizione dal consulente (poi diventato uno dei suoi accusatori più importanti) e dove i carabinieri di Caserta trovarono un quadro regalato da un  uomo di Casal di Principe, che si è scoperto essere un fiancheggiatore del clan Zagaria, che gestiva un deposito di mezzi sequestrati e che talvolta gli faceva da autista. La buona fama di Ceglie era sopravvissuta anche al primo processo, quello per la concussione sessuale, e al trasferimento d’ufficio. Per due volte, nel 2014 e nel 2015, era stato chiamato in commissione Ambiente, al Senato, per dire la sua sulle norme in via di approvazione.

Poi la caduta, precipitosa e ingloriosa. Con la condanna anche al risarcimento di sessantamila euro e altre azioni di rivalsa in sede civile in via di fissazione. E la prospettiva della decadenza: con essa, anche delle possibilità future, come ha scritto al Csm sollecitando la ratifica delle sue dimissioni, di un nuovo lavoro.

pubblicato su Fanpage.it il 22 maggio 2018

https://napoli.fanpage.it/dopo-accuse-e-condanne-il-pm-donato-ceglie-si-dimette-dalla-magistratura/

 

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La rotta dei rifiuti: così è nata Gomorra

di Rosaria Capacchione*
La differenza l’ha fatta il Fattore C. Ma l’origine è la stessa. Coincide, la genesi dell’emergenza, con la crisi dell’apparato industriale che aveva assicurato lo smaltimento dei rifiuti organici e industriali. In Lombardia e in Toscana il corto circuito fu provocato dalla diossina e dalla progressiva, ma velocissima, chiusura delle grandi discariche che erano state al servizio delle fabbriche e delle concerie. In Campania, dieci anni dopo, dal riempimento dei grandi fossi comunali che avrebbero dovuto assicurare una discreta autonomia per un altro ventennio ma che invece furono colmati prima del tempo proprio dalle scorie che arrivavano dal Nord.
La differenza, dicevamo, l’ha fatta la camorra, che in Campania ha rallentato e poi bloccato la soluzione strutturale del problema che altrove è stato, invece, governato e irregimentato in appena cinque anni: dal 1985 al 1990. Cinque anni che hanno segnato irreparabilmente il destino ambientale delle province di Napoli e Caserta, raccontati da un imprenditore napoletano, Pietro Colucci, parte offesa e testimone in un processo – che va sotto il nome di «Operazione Artemide» – che si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati.
Il racconto, marginale nell’economia del procedimento, è contenuto nelle motivazioni della sentenza. E ricostruisce, in maniera originale rispetto al punto di vista dei collaboratori di giustizia, la nascita delle ecomafie. Lui, che aveva ereditato dal padre l’azienda che raccoglieva i rifiuti tra Mondragone e Sessa Aurunca, nel 1984 aveva subito un’estorsione dal capozona mondragonese. Rinunciò all’appalto in quel comune, conservò Sessa Aurunca ma poi, dieci anni dopo, lasciò anche quella zona. Al suo posto entrarono altri due imprenditori, Sarnataro e Barbieri, imposti dal capoclan Augusto La Torre. E furono questi ultimi a fare da apripista, qualche tempo dopo, alla Ecoquattro dei fratelli Michele e Sergio Orsi.
La storia di Pietro Colucci, dunque, è il prequel dello scandalo dei consorzi e dell’affare che ha travolto l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, l’ex ministro Mario Landolfi e uno stuolo di amministratori locali che avevano trasformato il consorzio di bacino Ce4 in un carrozzone dispensatore di soldi e di assunzioni, a beneficio della camorra e della politica. E vi compare un personaggio, Giacomo Diana (morto durante il dibattimento), che ha fatto da sponda necessaria e indispensabile ai trafficanti di veleni della prima ora. Gestiva, Diana, la discarica Bortolotto, a Castelvolturno: una montagna di spazzatura en plein air, naturalmente abusiva, che nelle sue viscere ha nascosto tonnellate di bidoni pieni di scarti di lavorazione delle concerie toscane.
È l’epoca in cui i Casalesi – Francesco Schiavone, Antonio Iovine, Francesco Bidognetti – entravano nell’affare in prima persona. La loro società, con sede in Toscana, si chiamava Ecologia 89. E in cui Nunzio Perrella, camorrista della zona flegrea, scopriva che il traffico di rifiuti era più redditizio del traffico di droga, stringendo un patto d’affari con Cipriano Chianese, avvocato con le entrature giuste in Regione e dei Servizi.
Colucci racconta il passaggio dalla fase artigianale a quella industriale della raccolta e dello smaltimento, transizione segnata da contenziosi amministrativi e proteste di piazze: perché in quei mesi erano iniziate anche le lunghe code di camion che arrivavano da mezza Italia e che lasciavano cadere immondizia e percolato in strada. Proteste che in tempi più recenti – l’emergenza del 2007/2008 – i Casalesi hanno addomesticato per proprio tornaconto, assicurando la pax sociale in cambio del monopolio dei trasporti e dello stoccaggio delle ecoballe.
«Per un lungo periodo c’è stata una discarica a Sessa che non mi ricordo da chi fosse gestita, ma era una discarica della città, quindi i camion sversavano in città. Questa discarica fu chiusa, perché nella fase di emergenza nazionale di Lombardia e Toscana, quando cominciarono a chiudere tutti gli inceneritori perché producevano diossina e quelle regioni non erano organizzate per ricevere i propri rifiuti, cominciarono a portare i rifiuti al sud. Cominciò in quella fase l’area della criminalità organizzata legata al trasporto di rifiuti, trasporto talvolta lecito, talvolta illecito, che ha fatto storia, purtroppo. E quella discarica fu chiusa non perché avesse smaltito illecitamente, ma perché accettava rifiuti da fuori regione». Quindi, lo sversamento necessario nell’impianto di Diana. Aggiunge Colucci:«L’emergenza nazionale che ha riguardato tutto il comparto, dalla Lombardia alla Toscana comincia nell’85/86 e dura fino al 1990, quando poi quelle regioni si organizzarono in proprio con impianti». E commenta: «Fu uno scandalo nazionale perché prima invasero il Lazio, poi la Campania, poi andarono in Puglia lecitamente. In Calabria, invece, ci sono andati sempre, anche illecitamente. Lo ricordo perché come associazione (Assoambiente, che riunisce le imprese private aderenti a Confindustria che si occupano dell’igiene urbana, ndr) abbiamo studiato il fenomeno, ormai agli atti parlamentari della commissione di inchiesta sull’ecomafia. Questa vicenda ha coinvolto la Campania dall’86 al 1990, dal punto di vista ufficiale. Ufficioso, i rifiuti sono sempre arrivati, purtroppo, e le autorità hanno fatto di tutto per bloccarli, ma non sempre ci sono riusciti con celerità».
* pubblicato su Il Mattino, agosto 2012

I rifiuti e il contrappasso

di Rosaria Capacchione

Il fuoco che trasforma in veleno gli scarti del benessere, l’acqua che incrementa la produzione di percolato cancerogeno, il vento che disperde nell’ aria per chilometri e chilometri particelle di diossina e fumi neri e maleodoranti. E’ Giugliano, il giorno dopo l’ennesimo rogo. E’ la Terra dei fuochi nella sua interezza. E’ quella che un tempo fu la Campania Felix e che oggi, in certi giorni sempre più numerosi e ravvicinati, assomiglia allo scenario della Gomorra biblica, spazzata via dalla dissolutezza della sua gente. Gomorra, appunto. Quella di Lot e della punizione divina, quella di Roberto Saviano e poi di Matteo Garrone, che per essere purificata e rinnovata aspetta che un’altra volta il contrappasso ristabilisca verità e giustizia. Nella proposta abbozzata lunedì mattina dal giudice Raffaele Cantone, durante il convegno che accompagnava il “ritorno” di Giancarlo Siani nella sua redazione di via Chiatamone, c’è tutto il senso di una riparazione anche simbolica, e non solo sostanziale, dei guasti provocati dalla camorra e da chi delle ecomafie ha fatto sistema: utilizzare per le bonifiche i soldi confiscati a quanti hanno pianificato la distruzione del territorio traendo da quello scempio ingentissimi guadagni.La proposta di Cantone è stata salutata da un coro di applausi non solo per la sua suggestione ma anche per la sua concretezza e fattibilità. Vediamo perché.

Nelle casse del Fug, il Fondo unico per la giustizia gestito da Equitalia Giustizia, tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre vent’anni. Denaro contante, che nel 2006 – data del primo sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli – era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z, accanto alla Resit e alle discariche di Vassallo. Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare – centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia – che pure è entrato nel provvedimento di confisca. Quei 14 milioni di euro rappresentano il quaranta per cento della somma (36 milioni) attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la caratterizzazione e la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. La sola messa in sicurezza di Resit, che pure apparteneva a Cipriano Chianese, costerà nove milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero manna dal cielo. Ma attualmente non è possibile disporne. Equitalia Giustizia destina, infatti, i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere. Affinché possano essere utilizzati per finalità diverse è necessaria una modifica normativa, possibilmente velocissima (non oltre l’approvazione della legge di stabilità), possibilmente a opera del Governo, che di questo sarà interessato nelle prossime ore,  perché questa sì che ha inequivocabile carattere di urgenza. Una decisione che restituirebbe alla legge sulle confische dei beni mafiosi il suo spirito originario e più autentico, con il ristoro tangibile ed efficace alle popolazioni di quei territori che dalle attività criminali degli ecomafiosi è stato gravemente e irrimediabilmente danneggiato.

(Articolo da Il Mattino del 25 settembre 2013)