Casamonica, pure il trash può essere mafia

Rosaria Capacchione*
C’è un filmato, tra i tanti che girano in queste ore sulla rete, che spiega come è potuto accadere e perché potrà accadere ancora. Non è quello del carro con il tiro a sei, non quello della folla e delle auto di lusso parcheggiate sul sagrato della chiesa, e nemmeno quella delle imbarazzanti dichiarazioni del parroco. No, è invece quello, più intimo e familiare, che riprende Vittorio Casamonica in tenuta da Soprano’s, con una improbabile cravatta larga una ventina di centimetri attraversata da fasce luccicanti, che canta My Way cercando di imitare la postura di Frank Sinatra. Tra i suoi amici ce n’è uno che giocherella con un orologio, un Rolex, di oro massiccio e brillanti. In apparenza è gente ricca che si diverte alla buona. In fondo, don Vittorio è zingaro e burino, culturalmente prossimo a quell’Antonio Polese, il “Boss delle cerimonie”, che ha imperversato per una intera stagione televisiva mettendo in mostra, su Real Time, il non plus ultra della cafonaggine matrimoniale e del camorra-style: cocchi dorati, abiti rinascimentali, vasellame simil reale. Impossibile non ridere, nell’uno e nell’altro caso.

Il fatto è che, per ragioni imperscrutabili, si tende a credere – a Roma come in certa parte della Campania – che un burino che strappa un sorriso sia sostanzialmente innocuo. Nei video non c’è traccia di lupare e pistole, di coppole – dritte o storte – nemmeno l’ombra. Non si sente parlare in siciliano, in calabrese, in casalese, in napoletano. Vittorio Casamonica, dunque, è solo la quintessenza dello zingaro ricco: magari ladro, magari strozzino, magari assassino, ma mafioso… ma dai, la mafia è una cosa seria.
Ecco, a Roma la pensano così. Un po’ tutti. La gente comune, poliziotti, carabinieri, finanzieri, pure qualche magistrato, pure la base dei partiti. I commercianti che pagano il pizzo no, ma in fondo in fondo don Vittorio Casamonica e i suoi figli e nipoti e cugini, ha garantito a molti liquidità di cassa, recupero di crediti altrimenti inesigibili, un minimo di tranquillità sociale in quella suburra che va dalla Romanina a Ostia, anche questa in mano agli zingari.
Ora, se l’invisibile Matteo Messina Denaro concede le stesse cose in Sicilia non c’è dubbio che stia esercitando il suo ruolo di capomafia; se nell’agro aversano Antonio Iovine e Michele Zagaria, silenziosi e vestiti con la sobria eleganza dei ricchi di lungo corso, taglieggiavano e assicuravano pace sociale, senza dubbio erano capicamorra. Nella Roma caciarona e superficiale si vorrebbe, invece, che i nuovi mafiosi avessero più stile, fossero lombrosianamente riconoscibili per consentire a chi non sa (e non ha tanta voglia di sapere) di capire al volo. Prendiamo il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco. Non è arrivato all’impudenza del collega di Oppio Mamertina, che un anno fa minacciò dal pulpito i giornalisti che avevano ripreso l’inchino della Madonna davanti alla casa del capomafia, ma è sulla buona strada. Lui, don Giancarlo Manieri, non sapeva che il morto fosse un delinquente (non legge i giornali, evidentemente), non ha visto e non ha sentito: non le gigantografie di don Vittorio affisse sul sagrato, non le scritte blasfeme (ma come dovrebbe conquistarlo, il vecchio Casamonica, il paradiso? con due minacce, con mazzette di denaro? ), non i petali di rose, non le pale dell’elicottero che volteggiava sulla sua testa, non le musiche de “Il padrino”. Il carro funebre sì, quello lo ha visto.

Lui non ha visto e non ha sentito, e con lui chierichetti, aiutanti, fedeli di passaggio. Lo so, è una illazione, ma sospetto che i parenti del defunto abbiano lasciato nella cassetta delle elemosine un’offerta degna del suo rango mafioso: in fondo, una piccola scorciatoia già battuta per diventare re di Roma e che potrebbe funzionare per la scalata dei Cieli. Secoli fa si chiamava vendita delle indulgenze.
A sud del Garigliano storie così sono storie di vita quotidiana. Funerali come quello di Vittorio Casamonica non se ne vedono più da almeno vent’anni (vietati dai questori per ragioni di ordine pubblico) ma le processioni con gli ossequi ai boss resistono al tempo e alle polemiche, in Calabria e in Campania soprattutto. La festa patronale, per esempio, in paesi ad alta densità mafiosa continua a essere il luogo privilegiato per l’esercizio del potere e per la ricerca del consenso. Prendiamo le gare dei “Gigli” (a Barra, Nola, Crispano): i capizona partecipano direttamente alle gare, finanziando la costruzione dei carri e accaparrandosi le migliori paranze di accollatori (gli uomini che portano a spalla le gigantesche macchine da festa).
L’esercizio del potere, appunto. Potere tirannico che assicura al popolino la festa, la farina e la forca. Potere mafioso che ha bisogno di simboli riconoscibili da tutti: in tempo di pace, non le armi ma l’ostentazione della ricchezza che si può ottenere entrando a far parte della stessa congregazione. I funerali, che per la Chiesa sono la Passione di ogni cristiano e che per questo, come nei riti pasquali, devono essere sobri, sono il momento di massima espressione di quel potere, con la chiamata alla partecipazione di quanti devono ossequio al defunto. Nei paesi del Mezzogiorno la morte del boss era accompagnata, sempre, dalla serrata dei negozi, obbligati a chiudere “per lutto”. E i sacerdoti che vietavano le celebrazioni solenni venivano puntualmente minacciati. Molti facevano buon viso, e accettavano l’offerta in denaro. Altri, ancora oggi, aderivano, compiaciuti o rassegnati: è il caso del parroco di Oppido Mamertina ma anche, per esempio, del viceparroco di San Cipriano d’Aversa che, una decina di anni fa, quando don Pino Puglisi e don Peppe Diana erano stati già uccisi da un pezzo, aveva benedetto una sala oratoriale intitolata a un noto riciclatore del clan dei Casalesi. La scusa? Che il morto era stato un benefattore.
Storie di mafia? Storie di mafia, certo, ma senza confini territoriali: non basta un fiume per mettere in salvo i romani da riti e tradizioni che hanno portato al disfacimento del Sud. E non serve liquidare il tutto come folclore da zingari. Però mettiamoci d’accordo: se l’ostentazione arcaica del potere mafioso attraverso i fasti di un funerale è solo folclore, se si grida allo scandalo se un professionista viene condannato per mafia e assolti, invece, i boss che con lui erano imputati; se fa ridere la mafia di ieri e non si riconosco i tratti di quella di oggi, non è che per caso, oggi più di ieri, c’è diffuso bisogno di mafia?

*pubblicato su L’Unità del 22 agosto 2015

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Dalla parte della parte offesa: retroscena di una sentenza sulle minacce di camorra

orchestra

La nota stonata

di

Rosaria Capacchione*

Siamo gente strana, noi giornalisti. Parliamo, discutiamo, prevediamo catastrofi che gli altri non riescono neppure a immaginare; puntiamo l’indice, noi illuminati, contro la retorica del mafioso buono che non c’è più, perché in effetti il mafioso buono è una categoria esistente solo nella vulgata, nel racconto delle gesta dei Beati Paoli che nessuno legge più da almeno cent’anni. Denunciamo, noi cantori del divenire della realtà, l’avvento della borghesia mafiosa che ha soppiantato i vecchi boss con la coppola storta e la lupara; e poi, quando ci scontriamo con un vero borghese mafioso, con un professionista prestato alla mafia (o, se vi pare, con un mafioso prestato alle professioni), non lo riconosciamo.

Lo abbiamo lì, davanti a noi, seduto in un’aula di tribunale, che osserva con un mezzo sorriso stampato sulle labbra strette e sottili le fasi finali del processo, ma per tributargli la patente di mafiosità vorremmo che fosse armato e che parlasse lo slang casalese. Scriviamo e diciamo che le mafie hanno cambiato veste ma in realtà ci piacerebbe che indossassero quella vecchia, così rassicurante con le sue macchie di sangue e il suo visibile potere di minaccia. E quando una sentenza condanna l’avvocato Michele Santonastaso e assolve due capiclan come Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, ecco che la stessa appare distonica, stravagante, addirittura donabbondiesca se non proprio omissiva. E ci straccia le vesti per la giustizia negata.

Non so cosa il tribunale scriverà per motivare l’insolito dispositivo, che ha chiuso una vicenda giudiziaria iniziata quasi sette anni fa, alla vigilia della più tragica stagione dell’epopea casalese. Non lo so e sono molto curiosa di saperlo, se non altro perché quel processo riguarda anche me, giornalista e parte offesa, giornalista (ora prestata al Parlamento) e testimone di quei fatti terribili, diciotto morti e diciotto feriti in una manciata di mesi: tutti innocenti, tutti funzionali a una disperata strategia di sopravvivenza e a una visibile e rumorosa rivalsa contro gli ergastoli, il carcere duro, le confische che avevano affamato il clan e le famiglie degli affiliati. Dovevo esserci anche io nell’elenco delle vittime? Non lo so, so che non ci sono, probabilmente perché lo Stato decise di proteggermi. Lo fece all’indomani di quello stranissimo episodio che è stato oggetto del processo, chiuso il 10 novembre del 2014 nell’aula 116 del Tribunale di Napoli. Cioè, 2433 giorni dopo la lettura di una istantanea di remissione degli atti, una ricusazione fatta, durante un’udienza del processo al clan dei Casalesi che va sotto il nome di Spartacus, dall’avvocato Michele Santonastaso. Che, subito dopo, annunciò la rinuncia alla difesa del suo cliente più importante, Francesco Bidognetti. Lesse ottantuno pagine di veleno sfuso, poca tecnica e molte insinuazioni, accuse, calunnie. Fango, insomma, mascherato da atto processuale.

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Un capitolo era dedicato alle mie gesta di giornalista prezzolata dalla Procura: bontà sua, sempre meglio che essere prezzolati da una banda di assassini. Oggettivamente, un capitolo diffamante. Ma io, da giornalista, mi impressiono assai poco dinanzi a una diffamazione. Il fatto è che in quelle righe era raccontata un’altra storia, quella dell’indagine abortita (nel 2004) su un giudice della Corte di Assise di Appello di Napoli che aveva venduto un suo terreno a un camorrista di Casapesenna, che non si era astenuto dal giudicarlo, che lo aveva assolto ribaltando la sentenza di primo grado. La storia era proseguita due anni dopo, con lo stesso giudice che un’altra volta stava processando lo stesso imputato e che aveva dovuto rinunciare in seguito a una interrogazione parlamentare che ricapitolava l’intera vicenda. L’atto di sindacato ispettivo aveva come fondamento un articolo che avevo scritto, in beata solitudine, quando la prima vicenda era stata oggetto di una ispezione ministeriale. Neppure l’arrivo a Napoli della delegazione dei supervisori di via Arenula aveva convinto i miei prudentissimi colleghi della necessità di prestare un po’ di attenzione alle vicende e ai processi del clan dei Casalesi.

Il processo Spartacus, concluso in primo grado nel 2005, era destinato alla stessa sezione del giudice ispezionato, Pietro Lignola. La IV sezione. Proprio quella che poi l’ha trattato. Ma fu deciso, forse anche a causa delle polemiche, che venisse assegnato a un altro collegio. Anni dopo, a maggio del 2014 (sei mesi fa), un altro dei capi del cartello casalese, Antonio Iovine, ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha raccontato di aver pagato l’avvocato Michele Santonastaso perché comprasse due sentenze favorevoli in altrettanti processi di omicidi da lui effettivamente commessi e per i quali era stato già condannato in primo grado. Le due sentenze di assoluzione effettivamente ci sono state e portano entrambe la firma del giudice Lignola. Che sia stato corrotto oppure no non è ancora cosa nota.

Quando lessi i riferimenti al giudice Lignola nelle righe della ricusazione ebbi davvero paura. Compresi che l’avvocato Santonastaso aveva scelto quella strada per indicare al mondo delle carceri i responsabili del mancato aggiustamento del processo Spartacus: Roberto Saviano aveva dato notorietà internazionale a un clan che prima era quasi sconosciuto; Federico Cafiero de Raho aveva tenacemente sostenuto la pubblica accusa e dato voce ai pentiti; Raffaele Cantone, che di Spartacus non si era mai occupato, aveva colpito al cuore alcune ramificazioni che sembravano invincibili e, soprattutto, aveva lavorato con successo nelle indagini sui consorzi di bacino dei rifiuti e sulle società miste infiltrate dal clan. Io ero quella che aveva costretto il garantista giudice Lignola a non occuparsi del processo più importante.
Mi aveva messo al muro, chiunque avrebbe potuto sparare.

Lo pensai quel giorno, il 13 marzo del 2008. Lo pensai per qualche settimana. Ma siccome non accadeva nulla iniziai a rassicurarmi. Certo, mi avevano dato la scorta, ma io rivolevo la libertà, che è un’altra cosa. Poi, a maggio, iniziò la stagione delle stragi.
Non mi chiesi, allora, se l’istanza di ricusazione fosse stata concordata con Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, che l’avevano firmata. L’ho sempre considerata qualcosa di molto diverso da una minaccia: cioè, una sentenza irrevocabile Un’istanza utile al clan ma anche all’avvocato Michele Santonastaso, che magari aveva promesso molto più di quanto avrebbe potuto mantenere. E che lavorava in sinergia con i suoi clienti – nell’altro processo in cui è imputato di associazione mafiosa sono ricostruite decine di episodi che lo vedono nella veste di stratega del clan ma in funzione quasi autonoma, come se fosse il capo dell’ufficio legale del clan – ma senza svelare i trucchi del mestiere. Ha raccontato Antonio Iovine di non avergli mai chiesto a chi andassero i soldi necessari a comprare le sentenze di assoluzione perché non era affar suo: lui pagava un servizio acquistato da un professionista efficiente.

Ecco, il punto è questo. Non so se la sentenza di lunedì sia giusta o sbagliata, riduttiva o soltanto rigida. So, invece, che nel dispositivo ha centrato un obiettivo nuovo punendo solo e soltanto il colletto bianco, il professionista compartecipe delle finalità mafiose del clan ma non vincolato dall’obbligo di rendicontazione preventiva. Se così fosse, la decisione del giudice Aldo Esposito avrebbe una straordinaria portata innovativa, specchio reale degli strumenti delle nuove mafie. Se così fosse, come io l’ho vissuta.

*pubblicato su Nazioneindiana.com che ringrazio con affetto

Iovine e l’armadio degli scheletri (ovvero le brutte cose della politica)

Rosaria Capacchione*
Per raccontare la palude, il brodo di coltura della mafia e la sua capacità di sopravvivere a se stessa e alla repressione dello Stato, Pino Arlacchi e Nando Dalla Chiesa avevano saccheggiato a piene mani i testi di Primo Levi e le dinamiche concentrazionarie descritte ne “I sommersi e i salvati”. Erano convinti che nei lager, come nei mondi mafiosi, “sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie”. Era quasi trent’anni fa, e “La palude e la città” divenne l’analisi più lucida e spietata delle tecniche di conquista del potere a opera della grande criminalità organizzata. Analisi che riguardava anche le forme del linguaggio e l’incoerenza e la contraddizione tra i principi affermati e quelli negati. Scrivevano i due studiosi che il mafioso, “per difendere i politici più screditati attacca con veemenza la cultura del sospetto; ma getta contemporaneamente manciate di sospetto sui suoi avversari; e non in assenza di prove ma in presenza di prove contrarie”. E a proposito dei processi, “intima il silenzio a tutti, pretendendo che non si parli più di mafia per non interferire sul corso della giustizia, e poi un anno dopo accusa gli stessi che voleva zittire di credere in una via puramente giudiziaria della lotta alla mafia”.
Ho riletto il libro di Arlacchi e Dalla Chiesa quando sono stati depositati in tribunale i primi verbali d’interrogatorio di Antonio Iovine, ergastolano, uno dei quattro capi del cartello camorristico dei Casalesi, da quaranta giorni collaboratore di giustizia. L’ho fatto quando le accuse di Iovine hanno sfiorato uomini politici e apparati giudiziari: quella palude, appunto, senza la quale la mafia sarebbe stata una semplice accozzaglia di taglieggiatori e non, qual è, un sistema complesso che si nutre soprattutto della complicità o dell’ignavia della zona grigia. Come non accadeva da molti anni, le parole di Iovine sono state accolte da scetticismo, derisione, levate di scudi in difesa di quel sistema che pure, in Campania, ha prodotto morti, corruzione, sviluppo malato, mercato alterato. Antonio Iovine ha sinora detto cose che tutti conoscevano, anche se queste cose non hanno mai avuto dignità di sentenza. Ha raccontato un contesto: l’indifferenza del clan all’appartenenza politica di questo o quell’amministratore pubblico; la capacità di controllo delle commesse pubbliche attraverso imprenditori collusi; l’impunità giudiziaria pagata e conquistata soprattutto in virtù della sordina messa dalla maggior parte della stampa italiana alle vicende di quella che veniva considerata una banda di paese e non una succursale di Cosa Nostra alla quale era gemellata da decine di anni.
Se avesse parlato solo di ammazzatine, di lotte di successione, di fatti di malavita comune, le sue parole sarebbero state accolte come rivelatrici e disvelatrici di decenni di misteri. E invece Iovine sta puntando il dito contro la società civile, contro quegli uomini, uguali a noi, che non sparano e che per questo si ritengono immuni dall’accusa di mafiosità. E per questo ogni sua parola è bollata come veleno, fango, diffamazione. Prima ancora che la Procura di Napoli abbia avuto modo di riscontrarle e che i fatti stessi possano confermarle o smentirle. Una difesa di casta, la difesa della borghesia che fa quadrato attorno ai suoi uomini non accettando che si possa guardare il re nudo e dire che sia tale: reazione magistralmente raccontata da Leonardo Sciascia nei suoi romanzi sul potere, a cominciare da Todo Modo.
Ben vengano le parole di Iovine. Se non altro perché offrono l’occasione per discutere di cosa è stata la politica in una parte importante del Mezzogiorno d’Italia e, per certi versi, cosa è ancora la politica quando mette la ricerca del consenso al di sopra dei programmi, delle idee, dei progetti. Tra gli uomini, di ogni colore, che hanno fatto parte del mondo che ha fiancheggiato più o meno consapevolmente l’epopea dei Casalesi ce ne sono alcuni che ancora oggi rappresentano i cittadini nelle amministrazioni locali, alla Regione, in Parlamento. Ieri fingevano di non vedere e non capire (quando non spartivano il denaro con gli stessi mafiosi) in nome di posti di lavoro da offrire a una terra affamata o di un preteso sviluppo del territorio che sviluppo vero invece non è mai stato. Oggi fingono di non sapere riproponendo se stessi sulla scena della politica in virtù di una notevole capacità di raccogliere preferenze, consenso personale disancorato, però, dalla reale volontà di interpretare i bisogni del territorio e di trasformarli in ricchezza diffusa.
Iovine ha aperto l’armadio degli scheletri di cui non conosciamo i nomi ma di cui intuiamo i ruoli. E sappiamo che per difendere se stessi alzeranno barricate e utilizzeranno l’arma del discredito e cercheranno di conservare il ruolo dei sommersi. E’ la loro ultima occasione per salvare se stessi; è la nostra ultima occasione per chiedere la verità e per salvare il Paese. Senza vendette ma senza sconti.

*pubblicato su L’Unità del 28 giugno 2014

Le assoluzioni (sbagliate) e l’impunità dei Casalesi

Rosaria Capacchione*
Sì, lo so, ora diranno tutti che l’avevano capito. I più prudenti che l’avevano almeno sospettato. Ma quando accadde, non una ma una decina di volte, furono pochi a meravigliarsi in pubblico di quelle assoluzioni: pochi magistrati, pochissimi giornalisti. Tutti gli altri preferirono credere che quelle sentenze fossero solo la conseguenza di un eccesso di garantismo, del sistematico sminuzzamento del quadro indiziario che finiva per ridurre a zero il valore della prova, dell’ammissione di formidabili perizie foniche o balistiche che ribaltavano il quadro accusatorio. Forse è andata veramente così ma le parole di Antonio Iovine – parole come pietre, avrebbe detto Carlo Levi – danno invece sostanza all’ipotesi di compravendita della giustizia penale: l’assoluzione di un capoclan assassino in cambio di denaro. Mediatori, dice Iovine, alcuni avvocati appartenenti a una sorta di sistema specializzato nell’aggiustamento dei processi. Duecento milioni in un caso, duecentomila euro in un altro, pagati in due volte come nella migliore tradizione del voto di scambio: metà al momento dell’accordo, l’altra metà dopo il verdetto. Bugie di pentito? Millanterie di avvocato, magari più bravo o più fortunato dei colleghi? Oppure è vero, e dunque se il clan dei Casalesi è diventato mafia è stato perché della borghesia mafiosa hanno fatto parte anche alcuni magistrati?
L’unica cosa certa è che lo sapevano tutti che la IV Corte di Assise di Appello non credeva alla bontà delle dichiarazioni di Dario De Simone, il più preciso e pericoloso (per gli imputati) collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, il grande accusatore del processo Spartacus. Il presidente Pietro Lignola non gli credeva e lo metteva per iscritto, talvolta con una discreta dose di sarcasmo. Garantista con i Casalesi, giustizialista con i camorristi napoletani: evidentemente, suggerivano coloro che giuravano sulla sua buona fede, la qualità delle indagini sui “viddani” Casalesi lasciava molto a desiderare. Ma è un fatto che il sistematico scardinamento della credibilità di quello che era stato il numero tre del clan (e anche, a quel tempo, il più alto in grado dei pentiti) stava minando Spartacus nelle sue fondamenta. Per altro, su quel tema la IV Corte di Assise di Appello stava consolidando una corposa giurisprudenza di merito e proprio a quella sezione era destinato il maxiprocesso ai Casalesi.
Una volta, due volte, tre volte: Lignola aveva chiesto chiarimenti sull’isolamento disposto a carico di Francesco Schiavone-Sandokan, all’epoca (il 1998) capo dei Casalesi, che dal 41 bis era riuscito a far arrivare all’esterno lettere di minaccia. Aveva assolto tutti gli imputati dell’omicidio della psicologa formiana Paola Stroffolino e del suo amante Luigi Griffo, e cioè Michele e Vincenzo Zagaria, condannando il solo De Simone che pure aveva fatto trovare i cadaveri in una cisterna a mezza strada tra Parete e Giugliano, proprio di fronte al terreno sul quale oggi sono depositati alcuni milioni i tonnellate di ecoballe. Anche Antonio Iovine aveva beneficiato del garantismo dell’anziano giudice che compariva in aula indossando il tocco, impugnando un martelletto e lasciando in camera di consiglio il suo inseparabile cagnolino.
In tutti i casi la Corte di Assise di Santa Maria Capua aveva concluso l’istruttoria dibattimentale condannando quegli uomini, tutti pezzi da novanta del potentissimo e ferocissimo clan casertano.
Tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004 il primo incidente di percorso. Sulla scrivania del pm Francesco Curcio era arrivato un atto notarile trovato dalla Dia durante una perquisizione a Casapesenna. Documento trasmesso immediatamente al Csm con allegata una nota che segnalava la singolarità di alcune assoluzioni decise dalla IV Corte di Assise di Napoli e la possibile incompatibilità del suo presidente nel processo per il duplice omicidio Griffo-Stroffolino.
Nella relazione si riferiva che a dicembre del 1991 Lignola aveva venduto un appezzamento di terreno di due ettari, a Casapesenna, a una donna del posto, coltivatrice diretta. Quella donna era Maria Vicigrado, moglie di Domenico Zagaria, con il quale era in regime di comunione dei beni. Maria Vicigrado e Domenico Zagaria sono i genitori di Vincenzo Zagaria, boss dei Casalesi condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, all’epoca dei fatti già condannato, con sentenza passata in giudicato, per associazione camorristica nella qualità di appartenente al clan Bardellino. Opportunità avrebbe voluto, sottolineava la nota della Procura di Napoli, che il magistrato si fosse astenuto dalla trattazione del processo nel quale, ribaltando la decisione di primo grado, Zagaria era stato assolto.
Ad aprile del 2004 Napoli arrivarono gli ispettori del ministero della Giustizia: che acquisirono sentenze, ascoltarono testimonianze, tornarono a Roma senza decidere nulla ma invitando a una maggiore prudenza. Due anni e mezzo dopo, però, Vincenzo Zagaria era tornato di nuovo dinanzi al vecchio proprietario del terreno diventato dei suoi genitori. Era imputato, assieme al solito Dario De Simone, di uno degli omicidi più importanti della storia della camorra casalese: quello di Mario Iovine, braccio destro di Antonio Bardellino, ucciso in una cabina telefonica a Cascais.
Alla vigilia della decisione il parlamentare siciliano Beppe Lumia aveva chiesto al ministro Guardasigilli di accertare le ragioni della mancata astensione del giudice Lignola. Che quella volta fu costretto ad astenersi.
Il processo Spartacus, come da previsione, fu assegnato alla IV sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ma non al collegio del presidente Lignola. La credibilità di Dario De Simone non è stata più messa in discussione, gli ergastoli sono diventati definitivi.

*pubblicato su Il Mattino del19 giugno 2014

Le dichiarazioni di Iovine impongono un intervento sulle omissioni dello Stato

Le sconvolgenti dichiarazioni di Antonio Iovine, capo del clan dei Casalesi che da qualche settimana collabora con la giustizia, impongono una seria riflessione del Parlamento sulle cause che hanno determinato il radicamento della camorra in Campania ma, soprattutto,sulla qualità degli strumenti repressivi necessari a stroncare alla radice il fenomeno. Iovine,raccontando i rapporti con gli esponenti della politica e dell’imprenditoria, descrive un sistema ben più complesso del semplice clan, così come lo abbiamo conosciuto e visto rappresentare nei processi di associazione mafiosa.

E’ appunto, un sistema nel quale le tre categorie camminano autonomamente e si sostengono a vicenda anche grazie alla corruzione e alla degradazione profonda della macchina burocratica. Antonio Iovine, ammettendo le sue responsabilità, ha richiamato lo Stato alle sue,accusandolo di aver agevolato con comportamenti omissivi il proliferare di quel sistema, talmente rodato da funzionare anche in assenza dei capiclan.

Il capo dei Casalesi ha confermato quindi lo scenario che il pm Antonello Ardituro aveva delineato nella requisitoria del processo a carico di politici, come Nicola Ferraro, e di imprenditori coinvolti nei vari filoni d’indagine sui rapporti tra politica e camorra nel Casertano. Cioè, dell’esistenza di uno scacchiere congiunto nel quale i soggetti coinvolti si muovono senza distinzioni di provenienza partitica e nel sistematico conflitto d’interesse tra imprenditori e politici alimentato dal ricorso al voto di scambio garantito dalla camorra e dagli appalti affidati al sistema della rotazione tra imprese.Una struttura così complessa,nella quale la violenza assume un ruolo marginale o è del tutto assente, sfugge alle categorie del nostro codice penale, rappresentando invece la mafia del terzo millennio.

Il pentimento del boss: imputato Iovine, ora confessi

Rosaria Capacchione*
Dunque, signor Iovine, ora ci dica come andò. Ci racconti lei, che nel clan dei Casalesi è entrato dal portone principale, come quel manipolo di delinquenti da strada è riuscito a trasformarsi in consorteria mafiosa, con quali complicità, con quali coperture. Parta dalla fine della storia, e non dall’inizio. E da quel «bar che lavora molto ed è sempre pieno di clienti» che vogliono «sfogliatelle fresche» sfornate a Caserta tutte le mattine. Non ci basterà leggere i retroscena di omicidi efferati, non ci soddisferà la ricostruzione dell’ennesima epopea camorristica fatta di piombo e sangue. Le basti sapere che noi sappiamo che Terra di Lavoro, grazie a lei e ai suoi amici, è diventata – ed è ancora – una sorta di Poisonville e che noi, noi cittadini testimoni di quasi trent’anni di gesta criminali, siamo pronti ad assistere all’ultimo atto di una lunghissima partita a scacchi, torneo in cui lo Stato è stato spesso sul punto di compiere mosse sbagliate, talvolta fatali, riuscendo però sempre a salvare la partita.
Dunque, signor Iovine, lei ha perso. Da giocatore, da scommettitore su scala industriale, potrebbe ancora accarezzare l’idea di tentare di strappare una patta, ma non ci provi. Perché tanto di lei si sa e tantissimo altro si vuole ancora sapere. Dicevamo del bar. Sì, proprio il bar di cui si parlava nella lettera anonima inviata a Michele Zagaria due anni fa, quella missiva in codice con il report di aggiornamento sui nuovi equilibri raggiunti dopo l’arresto del suo complice e sodale. Ci sembrò che l’Antonio citato fosse lei e che si parlasse di affari: investimenti commerciali, soprattutto, i soli che in tempi di stagnazione continuavano stranamente a funzionare. Negozi? Oppure l’inesauribile fila di clienti è quella, invece, degli imprenditori ancora in cerca di appalti? Di certo c’è la necessità urgente di sapere dove ha conservato i suoi soldi. E dov’è il forziere, mai trovato, del suo amico Francesco Schiavone. E dove gli investimenti della famiglia Zagaria. Non parliamo (non parliamo soltanto) di ville e villaggi turistici, come quelli sequestrati in Puglia qualche tempo fa, ma di soldi, di denaro contante, quello che è servito – per esempio – per pagare le vacanze a Montecarlo, a Parigi, sulle montagne dell’Alsazia e della Lorena. Quello accumulato durante gli anni della bella vita romana. A proposito di Roma: non sarebbe male se ci parlasse dei tempi di Gilda, e di come sia riuscito a mettere le mani sulla discoteca più famosa della Capitale strappandola alla Banda della Magliana. Amici suoi? Soci occasionali? È grazie a loro che aveva messo le mani anche sulle slot, sulla linea più redditizia dei Monopoli? È con loro che suo cugino Mario aveva aperto i caseifici sul litorale di Ostia? Ci parli di Gilda, di chi la frequentava, di chi la gestiva. E ci dica se davvero era affidato alle cure di suo cugino Riccardo, quello che coprì l’ultimo tratto della latitanza di Setola lo stragista.
Ma queste, signor Iovine, sono ancora piccolezze. Perché lei certamente conosce alcuni dei misteri di questa dolorante parte d’Italia. I rifiuti, per esempio, e le coperture che hanno consentito vent’anni e più di emergenza. Lei, signor Iovine, compirà cinquant’anni tra qualche mese. Ne aveva venticinque quando diventò socio di Ecologia 89, la ditta che faceva da stazione appaltante per la raccolta illegale dei rifiuti sull’asse nord-sud. Poco più di un ragazzo, ma già nell’affare del secolo. Per la verità era ancora più giovane quando partecipò (così si racconta) al suo primo omicidio importante, quello di Ciro Nuvoletta. Era il 1984 e a quel tempo si disse che accanto ad Antonio Bardellino e Mario Iovine c’era pure ’o ninno, quel ninno bello (il bel ragazzino, il ragazzino dalla faccia d’angelo) così iniziato ai rituali di camorra. A proposito di Bardellino: ce ne parli, signor Iovine. Ci dica come andò veramente la storia e, soprattutto, ci dica chi oggi conserva la sua eredità: soldi, aziende, immobili che nessuno, proprio nessuno, ha mai cercato ma che hanno arricchito all’improvviso oscuri cottimisti, piccoli faccendieri, forse lo stesso patron delle ecomafie, Cipriano Chianese.
Parlavamo dei rifiuti. Ecco, non sarebbe male capire una volta e per tutte come, da Ecologia 89, si è potuti arrivare alle piazzole di cemento armato su cui sono accatastate le ecoballe, quelle per le quali i fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico sono sotto processo per aver favorito il clan dei Casalesi. Anzi, proprio lei, signor Antonio Iovine. Ne aveva altre di piazzole? E quali sono, signor Iovine? E se tanto era riuscito a fare, non ci nasconda allora chi sono gli uomini politici che in questi lunghissimi anni l’hanno aiutata a crescere e a diventare uno dei capi dei Casalesi. E chi ha lusingato fornendo appoggio elettorale. Solo sindaci e consiglieri comunali del suo paese, oggi ancora commissariato? Sarebbe assai strano, anche se il suo paese, San Cipriano d’Aversa, è lo stesso di Bardellino. E a Napoli? E a Roma? Non poteva bastarle un piccolo consigliere comunale per manovrare in Regione o per controllare appalti e forniture nell’Azienda ospedaliera di Caserta. Il servizio mensa, per esempio, sul quale i camorristi di Marcianise non potevano chiedere tangenti perché era roba che apparteneva a lei. E le nomine nella stessa azienda, tutte decise a Napoli o ancora più su, pure (almeno in parte) controllate da lei. Fu in quell’ospedale che morì suo padre Oreste, lo ricorda? A quel tempo era latitante (chi l’avvertiva, signor Iovine, quando riusciva miracolosamente a scappare?). Così, per curiosità, andò a salutarlo prima dell’ultima ora?
A lei, signor Iovine, piace il mondo della sanità. Lo avevamo capito tantissimi anni fa, quando dalle parti di Frignano – dove lei fu arrestato per l’ultima volta prima della lunghissima latitanza seguita all’inchiesta Spartacus – ogni tanto veniva trovato qualche deposito clandestino di medicinali. Poi ha fatto il salto di qualità, e ha acquistato qualche grande farmacia destinata, almeno in apparenza, a sua figlia Filomena: che ha studiato, è andata all’università, si è laureata appunto in farmacia. Sa nulla, signor Iovine, del grande affare dei farmaci ospedalieri? E delle forniture in nero alle cliniche private? Ci spieghi, signor Iovine, perché alla gente le questioni di salute interessano assai più degli omicidi di mafia. Però le tocca parlare anche di questi, di quelli mai scoperti e di quelli di cui si sa tutto. Per esempio, di quelli della stagione del terrore setoliano. E del via libera che arrivò in un’aula di tribunale attraverso un proclama che portava anche la sua firma. Ce lo dica ora o mai più: perché il piombo e il sangue hanno sempre una ragione ma i tempi lunghi della giustizia hanno significato solo se sono l’anticamera della verità. Non siamo in un hard boiled, signor Iovine. Non c’è un altro Dashiell Hammett a scrivere il lieto fine di un’enclave mafiosa e purulenta. Ma sappia che di verità questo pezzo d’Italia ha urgente bisogno. Per ricominciare.

*pubblicato su Il Mattino del 24 maggio 2014