Camorra e politica, così funziona il mondo capovolto

Rosaria Capacchione

Avete pensato sul serio che la camorra si sia infiltrata nel cuore dello Stato con le minacce, le intimidazioni, l’ostentazione delle armi? Avete creduto, sia pure per un attimo, che i suoi rapporti con la politica siano stati mediati da faccendieri o imprenditori della terra di mezzo? Che vi sia una faccia presentabile dei Casalesi che si sia affacciata negli uffici della pubblica amministrazione “bussando con i piedi”, cioè con le mani occupate da bustarelle, regalie varie o magari una calibro 9? Ebbene, signori, archiviate per sempre queste convinzioni. Leggete le carte, ascoltate le conversazioni, e capirete cos’è davvero la camorra di nuova generazione. Camorra che non rapina ma che elargisce: consigli legali, suggerimenti amministrativi, prebende, incarichi, doppi incarichi, poltrone. E soldi, anche i soldi – in una sorta di voto di scambio al contrario – necessario a finanziare le primarie o il voto nei Comuni, alla Provincia, alla Regione. Camorra, come sempre, mediatrice di conflitti tra questa o quella corrente del partito che, di volta in volta, ospita quegli uomini funzionali ai suoi piani e ai suoi progetti. Uomini che non vengono contattati ma che contattano, chiedendo al capoclan, sia pur rappresentato dal cognato incensurato, il posto da manager, da dirigente sanitario, da addetto stampa, da capo dei servizi tecnici e informatici. All’occorrenza, anche un aiutino per la carriera politica di questo o quell’amico. Ce n’è per tutti: per l’Udeur, che a Caserta aveva il suo riferimento forte in Nicola Ferraro, poi travolto dalle inchieste (e dalle condanne) per concorso esterno, essendo l’interfaccia politica e imprenditoriale (è stato per oltre un decennio il dominus di Ecocampania, colosso dello smaltimento dei rifiuti) del gruppo Schiavone; e per il Pdl, che con Nicola Cosentino si era appropriato del controllo, politico e non solo, dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano”. Ma anche per il Pd appena nato – era il 2007 – sul quale una parte degli orfanelli dell’Udeur stavano scommettendo.
L’aspetto sorprendente dell’ultima inchiesta della Dda di Napoli – eredità qualificata che Antonello Ardituro ha lasciato ai colleghi prima di trasferirsi al Consiglio Superiore della Magistratura – è, però, un altro. E cioè il ribaltamento dei ruoli, lo sdoganamento di personaggi di dubbia moralità però promossi al rango di consigliere d’affari. L’interlocutore di funzionari, politici , imprenditori o aspiranti tali era (è morto tre anni fa) un signore a nome Francesco Zagaria, omonimo del capoclan ma anche e soprattutto suo cognato. Parentela strettissima e mai nascosta. Francuccio, come lo chiamavano, era il convitato di pietra di tutti gli affari e gli accordi che a nome dell’uno o dell’altro venivano raggiunti nell’ambito della sanità pubblica in Campania: dal 2003 e almeno fino alla fine del 2013, quando la Dia di Napoli ha chiuso le indagini. Morto lui, per un imprevedibile infarto che seguì di due settimane l’arresto di Michele Zagaria nel nascondiglio tecnologico di via Mascagni, a Casapesenna, il dominio sul più grande ospedale della provincia di Caserta è poi passato alla vedova, Elvira Zagaria, “femmina tosta” come la definiscono i sodali intercettati e i collaboratori di giustizia, che fino alla fine ha continuato a pretendere dagli imprenditori “della lista”, cioè i prestanome del fratello e del marito, i “soldi di sopra all’ospedale”.
Dunque, Francuccio: sempre presente ai pranzi e alle cene di Luigi Annunziata, il manager dell’ospedale morto anche lui qualche tempo fa; nella sua stanza; a casa sua a Terzigno, da dove fu organizzata la campagna elettorale per le primarie di Sandro De Franciscis, passato dall’Ulivo all’Udeur e poi al Pd, pretendente alla carica di segretario regionale sostenuto da Francesco Rutelli. La storia ufficiale ci racconta che fu sconfitto da Tino Iannuzzi e che arrivò ultimo; quella giudiziaria che Franco Zagaria mise mano alla tasca e pagò per quegli elettori che non avevano nessuna intenzione di lasciare la quota di un euro nelle casse del neonato partito. E poi al congresso dell’Udeur, che doveva certificare l’ingresso di Angelo Brancaccio, transfuga diessino travolto da un’inchiesta per corruzione. E, ancora, al fianco di Antonio Fantini, che fu potentissimo presidente della Regione Campania.
Dunque Francuccio, che in ospedale poteva contare sul dirigente dell’ufficio tecnico, Bartolomeo Festa, il cui incarico, scaduto ad agosto dello scorso anno, era stato stranamente prorogato dall’ultimo manager, arrivato dopo una controversa gestione commissariale e una commissione d’accesso che, chissà perché, in sei mesi di indagini non aveva scoperto neppure una delle gare d’appalto truccate evidenziate dagli atti d’indagine.
E con Francuccio, buona parte del management dell’azienda ospedaliera, che ne ha assecondato i desideri e chiesto e ottenuto il proprio tornaconto, economico o di potere, prestandosi anche a fare la guerra all’unico dirigente che ostacolava l’attività del comitato d’affari: durante la gestione di Annunziata e anche in quella successiva di Bottino, transitato dall’Asl all’ospedale.
Il romanzo nero scritto dai magistrati antimafia napoletani ha molte pagine non ancora scritte; altre, invece, annotate con l’inchiostro simpatico. In controluce, nelle dichiarazioni di imprenditori e manager coinvolti nel processo parallelo che nel 2013 portò al primo arresto di Bottino, si leggono altri nomi e altri abbozzi d’inchiesta. Si comprende meglio il ruolo di Nicola Cosentino nella scelta di persone di fiducia da collocare nei posti chiave dell’azienda, bancomat sempre pieno e imponente serbatoio di voti; si viene a sapere che l’attuale commissario provinciale di Forza Italia partecipò ai funerali di Franco Zagaria; che lo stesso aveva il badge per l’accesso agli uffici della Regione rilasciati dal consigliere Angelo Polverino; che con Francuccio anche altri uomini fidati di Michele Zagaria, come il consigliere provinciale Antonio Magliulo, erano della partita. E che gli imprenditori del “sistema Zagaria”, individuate da un’inchiesta giornalistica citata negli atti d’indagine, dopo l’arresto del capoclan provarono a truffarlo appropriandosi dei soldi che avevano in deposito fiduciario, per così dire, simulando un’improvvisa coscienza antiracket.
Pensavate davvero che i Casalesi fossero un branco di parvenu, rozzi ed essenzialmente violenti? Credevate davvero che la camorra in giacca e cravatta fosse solo quella di quattro imprenditori arricchiti e furbetti? L’imbarazzo è quello, invece, di trovarsi al cospetto del mondo capovolto, di un sistema tanto bene articolato da indurre a ritenere che sia lo Stato a cercare di infiltrarsi, faticosamente, in un pezzo di società completamente mafiosizzato. E che la strada da percorrere per riguadagnare qualche posizione è ancora lunga e difficile.

VERIFICARE INFILTRAZIONI MAFIOSE SU GESTIONE OSPEDALE DI CASERTA, E VALUTARE COMMISSARIAMENTO

Ho presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno, per chiedere di attivare le procedure di ispezione e di controllo finalizzate alla verifica del grado di infiltrazione mafiosa in merito all’Ospedale ‘Sant’Anna e San Sebastiano’ di Caserta, e per chiedere la valutazione di un eventuale commissariamento della stessa azienda ospedaliera.

La più importante realtà sanitaria dell’intera provincia di Caserta, negli ultimi anni, è stata oggetto dell’attenzione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e delle Procure di Napoli e Santa Maria Capua Vetere, in merito a procedure di nomine e di affidamento dei servizi. Nell’ultima inchiesta si ipotizza la turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso, nell’ipotesi che servizi e forniture siano nelle mani di imprese collegate al clan dei Casalesi. Con l’interrogazione presentata al Ministero dell’Interno, si chiede quali azioni sono state intraprese per impedire che elementi della criminalità organizzata possano gestire appalti e servizi pubblici di primaria importanza, anche alla luce delle dichiarazioni fornite da collaboratori di giustizia.