La primavera di Grillo e la vittoria di Pirro: riflessioni

Quel giorno io lo ricordo bene. Ricordo l’euforia, la sensazione dell’imminente vittoria, della supremazia del popolo sulla politica corrotta, della rivincita sui compromessi storici che si delineavano all’orizzonte. Lo spread non era parola di quei tempi, piuttosto era l’inflazione a galoppare e a condizionare i governi. L’inflazione e il terrorismo. Quel giorno, il 16 marzo 1978, io ero un po’ come i grillini di oggi. Io e i miei compagni. I telegiornali raccontavano di via Fani e dei morti, ma noi eravamo convinti che la cosa importante fosse un’altra: aver messo la Dc in ginocchio e aver fermato l’accordo con il Pci. Avevo 18 anni e un mese, sapevo dove si trovavano i palazzi del potere, quanti fossero i parlamentari, cosa è scritto nella Costituzione. A quel tempo queste cose si studiavano a scuola, alle medie, e nelle sezioni di partito. S(apevam)o che la cultura ti fa liberi e che le rivoluzioni, anche quelle del popolo, hanno sempre avuto una guida intellettuale, di borghesi sposati alla causa. Che fosse una truffa, che ci stessero usando – e con noi i nostri sogni e le nostre speranze di costruire un mondo migliore e più giusto – lo capimmo il 9 maggio: davanti a un cadavere abbandonato nel bagagliaio di una Renault rossa, a mezza strada tra la sede della Dc (e del Grande Oriente d’Italia) e del Pci.

Quel morto, Aldo Moro, pesa ancora sulla coscienza nazionale. Perché trentacinque anni dopo non abbiamo ancora capito bene come andò e perché fu ucciso; non sappiamo neppure con esattezza chi era Mario Moretti, l’uomo delle Br che decise quella morte. Quel morto è l’eredità ingombrante che pesa sulla nostra democrazia incompiuta e che si agita, come uno spettro, anche su questi giorni confusi.

Non posso fare a meno di notare le analogie tra allora e oggi, con l’Italia allo sbando, l’economia a pezzi, l’aria di rivolta che si alimenta della fame e della disperazione. E non posso non leggere con sospetto dei legami tra l’agit-prop (che ora chiamano spin doctor) di M5S e l’alta finanza mondiale, tra il riccioluto Gianroberto e le aziende strategiche italiane e internazionali, a partire da Telecom.

Non ho voglia di indugiare nelle teorie dei complotti, per avere di che alimentarle basta passare qualche minuto sul web, ma non posso neppure fare a meno di   notare che oggi, come allora, l’obiettivo mai negato è quello di creare il disordine e l’ingovernabilità, di spingere l’acceleratore su politiche autoritarie capaci (?) di portare l’ordine lì dove c’è il caos. Approfittando della buona fede e delle speranze dei ragazzi, della rabbia degli adulti affamati, dell’interesse di quella parte della politica che ha molto da nascondere e niente da voler cambiare.

Non credo affatto che Berlusconi e Grillo siano due clown. Credo, invece, che entrambi siamo degli straordinari comunicatori. Che, come tali, utilizzano le regole della comunicazione sfruttando le piattaforme (la televisione e il web) di largo accesso al proprio fine. Che, al momento, mi appare il medesimo: conservare il potere, lo status quo ante, e giocare con il disordine consapevoli che chi governa il disordine controlla le coscienze di uomini e donne sempre più poveri, sempre più soli, sempre più ignoranti.

Gli italiani, andando al voto, hanno scelto. Probabilmente, come sempre, neppure consapevoli di cosa sarebbe accaduto se nessuno avesse vinto. Oggi appaiono frastornati, confusi, avvertono come imminente e irreversibile il pericolo di non avere più, e chissà per quanti anni ancora, uno straccio di lavoro. Sanno che in autunno non ci saranno più soldi per pagare gli stipendi agli statali, sanno che c’è bisogno di interventi urgentissimi per far ripartire l’economia, ma non sanno più a chi chiedere risposte. Questo hanno fatto, gli italiani, non consegnando ad alcuno la vittoria. Non sanno ancora di essere caduti in una trappola e che la storia, come sempre, si sta ripetendo. Senza bombe ma con lo stesso sangue di trentacinque anni fa.

Rosaria Capacchione