Pitești, Romania: benvenuti alla fiera dell’Est dei Casalesi

Rosaria Capacchione*

Anno 2002. Il clan dei Casalesi è controllato dal solito quadrumvirato – Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti in carcere, Michele Zagaria e Antonio Iovine latitanti da sette anni – e sta per abbandonare la veste classica del monolite per diventare un cartello di famiglie mafiose. Il processo Spartacus non è ancora concluso, gli ergastoli sono di là da venire, dietro la porta la possibilità di una scarcerazione fortunosa (come per poco non accade tra quel dicembre e il marzo del 2003 a Schiavone). Una traccia porta i carabinieri a Casapesenna, alla casa dei coniugi Vincenzo Inquieto e Maria Rosaria Massa, lui idraulico senza risorse, lei maestra di danza. La perquisizione si rivela infruttuosa.

Anno 2004. Il 13 gennaio i carabinieri controllano l’abitazione di un fratello di Vincenzo, Nicola, a San Cipriano d’Aversa. Trovano il padrone di casa, la moglie rumena (la prima, Simona Ileana) e Carmine Zagaria. Nicola Inquieto e il fratello del boss avevano cercato di evitare gli investigatori scappando attraverso una botola. Che aveva ospitato, in tempi precedenti, un latitante di cui vengono trovate alcune tracce. Stesso anno, la cattura di Antonio Iovine sembra cosa quasi fatta (passeranno, invece, altri sei anni prima di consegnarlo al carcere). La Procura antimafia di Napoli sta iniziando a ricostruire la rete di parentele, di rapporti, di amici e di fiancheggiatori. Un’indagine che, quattro anni dopo, porterà all’arresto di tutta la galassia del “Ninno bello” di San Cipriano, che dieci anni dopo inizierà a collaborare con la giustizia. Nell’agro aversano dilaniato dagli omicidi le voci rimbalzano nell’etere e nelle auto imbottite di microspie. Due uomini ridacchiano, parlano (in codice) delle donne che aiutano i latitanti. E accennano a “quella della Clio”, Maria Rosaria Massa.

Due cose appartengono a quel tempo: la prima emergenza rifiuti in Campania e la nascita dell’impero economico di Michele Zagaria in Romania. Della genesi della prima sappiamo molto ma non ancora tutto. Dell’altra abbiamo letto nelle carte dell’inchiesta della Dia di Napoli che, qualche giorno fa, ha portato all’arresto di Nicola Inquieto e di un altro fratello Giuseppe. Molto era reperibile anche su Facebook – dove è stato possibile seguire in presa diretta la fine del secondo matrimonio, la nascita del nuovo amore con la bellissima venticinquenne Ioana Petrescu, l’ingresso nella casa sfarzosissima, il matrimonio, l’arrivo (un anno fa) della figlia – e su fonti aperte della rete. Per esempio, sul sito istituzionale della Italy Constructii, la società capofila dell’impero costruito a Pitești dall’ex venditore di Cd taroccati, Nicola Inquieto, è pubblicato per scopi pubblicitari il bilancio della società con l’andamento dei profitti e delle perdite.

Il grafico mostra una situazione incerta fino al 2009, un balzo notevole tra il 2010 e il 2011, la caduta verticale e poi, di recente, la nuova ripresa. Michele Zagaria viene arrestato a dicembre del 2011, il fratello Carmine viene scarcerato a marzo del 2017. La ricchezza apparente di Nicola Inquieto, testa di legno di Michele Zagaria, è fatta di mattoni, terreni e piscine, oltre che di due società immobiliari: la già citata Italy Constructii e la gemella Daniela Constructii. Daniela Inquieto è la nipote di Nicola, la ragazzina che chiamava “zio” il boss latitante e sua prediletta.

La IC e la DC posseggono 15 fabbricati, 151 terreni, 57 appartamenti, 16 garage, 2 aree di parcheggio, 5 spazi commerciali, un deposito. In pratica, l’intero quartiere di New Gavana, la periferia residenziale di Pitești dove Nicola Inquieto e la moglie Ioana avevano aperto tre mesi fa un lussuosissimo centro benessere, il Vitality . Ma la ricchezza di Michele Zagaria non è (non è solo) quella visibile nei filmati. Il suo tesoro, gelosamente protetto, è la rete di contatti altissimi che gli hanno garantito per sedici anni una comoda latitanza e la costruzione di una ricchezza smisurata. Riguardiamo le date indicate in apertura: 2002, 2004 e, poi ancora, 2010 e 2011, quando il capoclan viene individuato e la sua staffetta seguita. La cattura salta, esattamente come saltò quella di Bernardo Provenzano. La traccia era sempre la stessa, una costante (e questa è la prima inspiegabile anomalia) la presenza nella sua vita della famiglia Inquieto. Va a vuoto anche nel novembre del 2010, tre giorni dopo l’arresto di Antonio Iovine: ad Aversa, in piazza Magenta, la Squadra Mobile di Napoli smantella l’outlet gestito da un altro fratello Inquieto, Giuseppe, pure arrestato la settimana scorsa. Michele Zagaria non viene trovato anche se più di uno tra i curiosi che assistevano alle operazioni di scavo si disse sicuro di averlo visto andare via, confondendosi tra la folla. I danni provocati dagli scavi vengono risarciti dallo Stato.
E questa è un’altra stranezza.

Tempo dopo, Maria Rosaria Massa parlando con la figlia Daniela, le rivela il suo sospetto che, l’anno successivo, sia stato proprio Giuseppe a consegnare il boss alla polizia. Dicevamo della perquisizione nel 2002, poi di quella del 2004, i collaboratori di giustizia parlano della seconda. L’altra è affidata alla memoria degli investigatori che la eseguirono e che cercarono invano il bunker sotterraneo, in vico Mascagni, che probabilmente però a quell’epoca ancora non era stato costruito.

“Il loro rapporto – racconta Antonio Iovine – risale addirittura al 1997-1998 data dalla quale Michele Zagaria ha usufruito dell’appoggio della famiglia Inquieto. Infatti si è anche servito del fratello Nicola, acquistando a suo nome una casa a San Cipriano, dove poi fu rinvenuto il fratello di Zagaria, Carmine, e dove fu scoperto un nascondiglio. Dopo il rinvenimento, per allentare la tensione delle forze dell’ordine, Zagaria Michele allontanò Inquieto Nicola mandandolo in Romania così affidandosi nuovamente al fratello Inquieto Vincenzo”. Confermano Massimiliano Caterino, Attilio Pellegrino, Generoso Restina (che parla anche di un incontro tra Michele Zagaria e il senatore Luigi Cesaro), Michele Barone. Perché, dunque, il prudentissimo Michele Zagaria ha continuato a fidarsi di persone “bruciate”? E perché quelle tracce sono state seguite solo saltuariamente?

Nicola Inquieto a Pitești, la città dei tulipani gemellata a Caserta dal 1972 e ormai piccola colonia italiana. Il fratello Vincenzo a Casapesenna, nel ruolo di semplice vivandiere. In Romania vanno i soldi incassati in Italia, ma incassati da quale affare? Certamente il traffico di rifiuti e lo smaltimento, durante le due emergenza campane; attività “protetta” da uomini degli apparati di sicurezza interessati a risolvere il problema anche a costo di trattare con la camorra e garantire la libertà a chi poteva fornire mezzi e terreni, garantendo la pace sociale e smorzando le proteste di chi non voleva i veleni napoletani nelle sue campagne. A qualcuno, a quel tempo (tra il 2003 e il 2010) sarà sembrato un prezzo congruo. E poi ci sono i centri commerciali: il Jambo, sequestrato a Trentola Ducenta un paio di anni fa, ma non solo il Jambo.

Un investimento, pare di capire dai messaggi in codice mandati da Michele Zagaria ad Antonio Iovine il 10 febbraio scorso, e annotati da un agente della polizia penitenziaria, che i due avrebbero avviato insieme prima che la loro latitanza si concludesse. Potrebbe essere questo il riferimento al “bar di Antonio che lavora molto ed è sempre pieno di clienti che vengono appositamente da Caserta tutte le mattine” contenuto nella lettera misteriosa e mai decifrata inviata a Michele Zagaria ad aprile del 2012. Una rassicurazione sul buon andamento degli affari comuni. Ma questo è un altro capitolo della storia.

*pubblicato su Fanpage.it del 19 aprile 2018

continua su: https://napoli.fanpage.it/pitesti-romania-benvenuti-alla-fiera-dell-est-dei-casalesi/
http://napoli.fanpage.it/

 

Annunci

La rotta dei rifiuti: così è nata Gomorra

di Rosaria Capacchione*
La differenza l’ha fatta il Fattore C. Ma l’origine è la stessa. Coincide, la genesi dell’emergenza, con la crisi dell’apparato industriale che aveva assicurato lo smaltimento dei rifiuti organici e industriali. In Lombardia e in Toscana il corto circuito fu provocato dalla diossina e dalla progressiva, ma velocissima, chiusura delle grandi discariche che erano state al servizio delle fabbriche e delle concerie. In Campania, dieci anni dopo, dal riempimento dei grandi fossi comunali che avrebbero dovuto assicurare una discreta autonomia per un altro ventennio ma che invece furono colmati prima del tempo proprio dalle scorie che arrivavano dal Nord.
La differenza, dicevamo, l’ha fatta la camorra, che in Campania ha rallentato e poi bloccato la soluzione strutturale del problema che altrove è stato, invece, governato e irregimentato in appena cinque anni: dal 1985 al 1990. Cinque anni che hanno segnato irreparabilmente il destino ambientale delle province di Napoli e Caserta, raccontati da un imprenditore napoletano, Pietro Colucci, parte offesa e testimone in un processo – che va sotto il nome di «Operazione Artemide» – che si è chiuso con la condanna di tutti gli imputati.
Il racconto, marginale nell’economia del procedimento, è contenuto nelle motivazioni della sentenza. E ricostruisce, in maniera originale rispetto al punto di vista dei collaboratori di giustizia, la nascita delle ecomafie. Lui, che aveva ereditato dal padre l’azienda che raccoglieva i rifiuti tra Mondragone e Sessa Aurunca, nel 1984 aveva subito un’estorsione dal capozona mondragonese. Rinunciò all’appalto in quel comune, conservò Sessa Aurunca ma poi, dieci anni dopo, lasciò anche quella zona. Al suo posto entrarono altri due imprenditori, Sarnataro e Barbieri, imposti dal capoclan Augusto La Torre. E furono questi ultimi a fare da apripista, qualche tempo dopo, alla Ecoquattro dei fratelli Michele e Sergio Orsi.
La storia di Pietro Colucci, dunque, è il prequel dello scandalo dei consorzi e dell’affare che ha travolto l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, l’ex ministro Mario Landolfi e uno stuolo di amministratori locali che avevano trasformato il consorzio di bacino Ce4 in un carrozzone dispensatore di soldi e di assunzioni, a beneficio della camorra e della politica. E vi compare un personaggio, Giacomo Diana (morto durante il dibattimento), che ha fatto da sponda necessaria e indispensabile ai trafficanti di veleni della prima ora. Gestiva, Diana, la discarica Bortolotto, a Castelvolturno: una montagna di spazzatura en plein air, naturalmente abusiva, che nelle sue viscere ha nascosto tonnellate di bidoni pieni di scarti di lavorazione delle concerie toscane.
È l’epoca in cui i Casalesi – Francesco Schiavone, Antonio Iovine, Francesco Bidognetti – entravano nell’affare in prima persona. La loro società, con sede in Toscana, si chiamava Ecologia 89. E in cui Nunzio Perrella, camorrista della zona flegrea, scopriva che il traffico di rifiuti era più redditizio del traffico di droga, stringendo un patto d’affari con Cipriano Chianese, avvocato con le entrature giuste in Regione e dei Servizi.
Colucci racconta il passaggio dalla fase artigianale a quella industriale della raccolta e dello smaltimento, transizione segnata da contenziosi amministrativi e proteste di piazze: perché in quei mesi erano iniziate anche le lunghe code di camion che arrivavano da mezza Italia e che lasciavano cadere immondizia e percolato in strada. Proteste che in tempi più recenti – l’emergenza del 2007/2008 – i Casalesi hanno addomesticato per proprio tornaconto, assicurando la pax sociale in cambio del monopolio dei trasporti e dello stoccaggio delle ecoballe.
«Per un lungo periodo c’è stata una discarica a Sessa che non mi ricordo da chi fosse gestita, ma era una discarica della città, quindi i camion sversavano in città. Questa discarica fu chiusa, perché nella fase di emergenza nazionale di Lombardia e Toscana, quando cominciarono a chiudere tutti gli inceneritori perché producevano diossina e quelle regioni non erano organizzate per ricevere i propri rifiuti, cominciarono a portare i rifiuti al sud. Cominciò in quella fase l’area della criminalità organizzata legata al trasporto di rifiuti, trasporto talvolta lecito, talvolta illecito, che ha fatto storia, purtroppo. E quella discarica fu chiusa non perché avesse smaltito illecitamente, ma perché accettava rifiuti da fuori regione». Quindi, lo sversamento necessario nell’impianto di Diana. Aggiunge Colucci:«L’emergenza nazionale che ha riguardato tutto il comparto, dalla Lombardia alla Toscana comincia nell’85/86 e dura fino al 1990, quando poi quelle regioni si organizzarono in proprio con impianti». E commenta: «Fu uno scandalo nazionale perché prima invasero il Lazio, poi la Campania, poi andarono in Puglia lecitamente. In Calabria, invece, ci sono andati sempre, anche illecitamente. Lo ricordo perché come associazione (Assoambiente, che riunisce le imprese private aderenti a Confindustria che si occupano dell’igiene urbana, ndr) abbiamo studiato il fenomeno, ormai agli atti parlamentari della commissione di inchiesta sull’ecomafia. Questa vicenda ha coinvolto la Campania dall’86 al 1990, dal punto di vista ufficiale. Ufficioso, i rifiuti sono sempre arrivati, purtroppo, e le autorità hanno fatto di tutto per bloccarli, ma non sempre ci sono riusciti con celerità».
* pubblicato su Il Mattino, agosto 2012

A proposito di FanPage, di rifiuti e di camorra

Rosaria Capacchione

Riavvolgiamo il nastro e torniamo ai blocchi di partenza, depurando la storia da influenze (e violenze) della campagna elettorale, da eccessi caratteriali, da gelosie professionali, da timori per le conseguenze dell’inchiesta. Anzi, delle inchieste: quella giornalistica e quella giudiziaria. Torniamo indietro e stiamo ai fatti, che sono molto più semplici e brutali di quanto appaia. Quella narrata dai filmati di FanPage e dai decreti di perquisizione della Procura di Napoli è storia di camorra, di camorra che non spara ma potrebbe farlo ma che innanzitutto pensa agli affari. Camorra di nuova generazione? Niente affatto, è la stessa che si agita sul campo da quando ha scoperto, grazie al terremoto del 1980, che l’impresa e gli appalti pagano più delle normali estorsioni: è sufficiente la corruzione E’ la stessa che scoprì, come scriveva il sociologo Amato Lamberti dopo il sequestro di Ciro Cirillo (1981), che molto più redditizio del crimine tradizionale è gestire “un vero e proprio sistema di imprese economiche finalizzate all’accumulazione in termini capitalistici […] nello stesso momento in cui si insedia su un territorio, tende ad occupare contemporaneamente mercato criminale e mercato legale. Solo che, mentre sul mercato (criminale) ci si muove con la logica del monopolio e dell’allargamento continuo, su quello legale tende a privilegiare solo quei settori di attività che o consentono un’elevatissima redditività o consentono l’acquisizione e il drenaggio del denaro pubblico”. A quel tempo erano soprattutto i fondi della ricostruzione post-terremoto, un’emergenza durata trent’anni. Ma già s’intravedeva quella successiva, tutta legata all’ambiente e allo smaltimento dei rifiuti.
Nunzio Perrella, camorrista napoletano e imprenditore del settore, veniva arrestato nel 1991, mentre lo storico Nicola Tranfaglia dava alle stampe il saggio “La mafia come metodo” che citava, a proposito della camorra, proprio le parole di Lamberti. E raccontava, Perrella, che l’oro della camorra era l’immondizia che lui stesso aveva portato a spasso per l’Italia, su e giù dal Nord al Sud. Al Sud, ha raccontato nel libro “Oltre Gomorra” scritto assieme al giornalista Paolo Coltro e pubblicato tredici mesi fa, quando al Nord avevano riempito tutti i fossi e le discariche disponibili.
Nunzio Perrella, dunque, dopo il pentimento – datato 1992 – e la lunga detenzione, ricampare sulla scena più di un anno fa, esattamente il 19 gennaio 2017, alla presentazione del libro. Dice subito che ha ancora molto da raccontare e far scoprire e che vorrebbe collaborare ancora con la magistratura. Per ritrovato senso civico? Per calcolo? Per riguadagnarsi lo stipendio da pentito? Non lo sappiamo e non ha neppure molta importanza: prima di lui lo hanno fatto in tanti, e da sempre. La pubblicistica sulla mafia è ricchissima di testi scritti a quattro mani con collaboratori di giustizia, a partire dalle confessioni di Tommaso Buscetta affidate alla penna di Enzo Biagi (Il boss è solo, 1987). Documenti preziosissimi che hanno contribuito, e non poco, alla nascita di una diffusa coscienza antimafia.
Ritroviamo Perrella in un video di FanPage diffuso ad agosto dello scorso anno, sei mesi fa. Accompagna Sacha Biazzo, il giornalista che ha firmato anche “Bloody Money”, in alcune vecchie discariche di Ferrara e fa ritrovare immondizia e amianto sepolti sotto campi di grano.
E ora eccolo di nuovo, nella veste del se stesso di un tempo: cioè, di un imprenditore dei rifiuti, senza scrupoli e disponibile a pagare per arrivare agli appalti. Che in giro per l’Italia si fa accompagnare da un giornalista, però, perché è con lui che sta collaborando. L’appalto più ghiotto riguarda lo smaltimento delle ecoballe, oltre mezzo miliardo di euro disponile per svuotare il sito di Taverna del Re. Sacha Biazzo lo accompagna perché vuole ricostruire e documentare il sistema che fa girare la macchina delle bonifiche e che sovrintende alla sempiterna emergenza dei rifiuti. I protagonisti sono quelli di sempre: mediatori, faccendieri, funzionari pubblici, politici. E’ lo stesso schema dell’operazione Adelphi (1993), l’indagine ispirata da Nunzio Perrella, che individuò verticinque anni fa la catena di montaggio delle collusioni, sopravvissuta però ai processi e rimasta in funzione fino alle due grandi emergenze del 2003 e del 2008. Fino a un nuovo pentimento: quello di Gaetano Vassallo, pure lui imprenditore dei rifiuti e pure lui vicino alla famiglia Bidognetti: “Sono stato sempre assolto – disse – ma ero sempre colpevole”.

FanPage e Perrella girano i video che la testata web sta pubblicando a puntate; la Procura di Napoli indaga sullo stesso segmento che porta alla Sma, la società regionale che si occupa di rifiuti. Ed ecco che, leggendo i decreti di perquisizione, si definisce meglio il quadro d’insieme: gli uomini di Sma che compaiono nei filmati di FanPage sono solo alcuni di quelli monitorati dai magistrati napoletani. Ci sono, tra gli altri, Luciano Passariello e Roberto De Luca, ma anche il dirigente della Regione Campania Lucio Varriale, il dipendente della Sma distaccato alla segreteria di Passariello Agostino Chiatto; Andrea Basile, ritenuto l’attuale reggente del clan Cimmino; gli imprenditori Salvatore Porro, Abramo Maione, Vincenzo Riccio, Antonio Cristofaro e Giovanni Caruson interessati a un appalto per lo smaltimento di fanghi. Nella geografia criminale campana Caruson è collocato dalle parti del clan Cimmino del Vomero; Cristofaro da quelle del gruppo casalese della famiglia Bidognetti. E’ lo stesso Bidognetti, ergastolano e detenuto al 41 bis, condannato anche per disastro ambientale nel processo per la discarica Resit di Giugliano e storico alleato dei Cimmino: coinvolti in un duplice omicidio (per il quale è stato condannato all’ergastolo lo zio dell’imprenditore Cristofaro) e in un processo per una perizia “aggiustata”.
Questo filone d’indagine non ha niente a che vedere con l’inchiesta giornalistica di FanPage: Luciano Passariello, è, infatti, destinatario di due distinti decreti di perquisizione, l’altro assieme al direttore generale di Sma, Lorenzo Di Domenico, che si è dimesso dall’incarico.
Incrociando tutto il materiale disponibile emerge con evidenza un dato: il sistema criminale dei rifiuti è rimasto uguale a se stesso, ed è gestito dagli uomini di sempre. La ricostruzione giornalistica ha documentato in presa diretta il metodo; la Procura sta autonomamente verificando l’esistenza di reati gravissimi. Due piani differenti e che s’incrociano solo parzialmente.
Il primo filmato messo in rete, e il cui impatto devastante è stato assorbito dalla polemica politica successiva al coinvolgimento di Roberto De Luca, riguarda invece lo smaltimento di rifiuti industriali nelle condotte dei depuratori: trentamila euro per far sparire in mare e nelle fogne il contenuto di un’autobotte di veleno. Accordo in presa diretta, rischio elevatissimo per i giornalisti che hanno documentato la trattativa. Rischio che il disvelamento della stessa non ha ridotto, anzi ha aumentato. In un passaggio, l’uomo che ha fatto i prezzi parla anche di tecniche per ripulire le acque. E scopre un altro nervo scoperto: l’inchiesta incompiuta sull’accaparramento, da parte di uomini del clan dei Casalesi, di brevetti per la depurazione dei rifiuti industriali. Fatti raccontati marginalmente nel processo per le misure di prevenzione a carico dell’avvocato Michele Santonastaso, recentemente condannato anche in appello per associazione camorristica, difensore storico di Francesco Bidognetti e dell’altro capo casalese, Antonio Iovine, da quattro anni collaboratore di giustizia. In quel procedimento, la ricostruzione della nascita di Eco.Art, una società che all’epoca dei fatti (2013) era in fase di accreditamento alla Regione Campania, attraverso una costellazione di imprese e di uomini vicini al clan: Pasquale Pirolo, che fu l’uomo di fiducia di Antonio Bardellino; Cipriano Caterino, Gaetano Del Vecchio, Giovanni Ricciardi. L’indagine su Eco.Art e sulle bonifiche si arenò a causa del quasi contestuale trasferimento di investigatori e magistrati ma avrebbe meritato ben altri approfondimenti. Al momento si ignora, per esempio, se le stesse persone siano ancora sulla piazza, magari sotto lo schermo di una nuova società. O se l’affare sia passato di mano.
E’ certo, comunque, che i lavori dell’ultima commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti si siano conclusi segnalando numerose criticità in Campania. Alcune riguardano l’incendio dei siti di stoccaggio (come l’Ilside di Bellona) di rifiuti pericolosi. Un altro comparto nel quale è ben visibile la manina dei soliti noti. E che meriterebbe un’altra inchiesta.

I rifiuti e il contrappasso

di Rosaria Capacchione

Il fuoco che trasforma in veleno gli scarti del benessere, l’acqua che incrementa la produzione di percolato cancerogeno, il vento che disperde nell’ aria per chilometri e chilometri particelle di diossina e fumi neri e maleodoranti. E’ Giugliano, il giorno dopo l’ennesimo rogo. E’ la Terra dei fuochi nella sua interezza. E’ quella che un tempo fu la Campania Felix e che oggi, in certi giorni sempre più numerosi e ravvicinati, assomiglia allo scenario della Gomorra biblica, spazzata via dalla dissolutezza della sua gente. Gomorra, appunto. Quella di Lot e della punizione divina, quella di Roberto Saviano e poi di Matteo Garrone, che per essere purificata e rinnovata aspetta che un’altra volta il contrappasso ristabilisca verità e giustizia. Nella proposta abbozzata lunedì mattina dal giudice Raffaele Cantone, durante il convegno che accompagnava il “ritorno” di Giancarlo Siani nella sua redazione di via Chiatamone, c’è tutto il senso di una riparazione anche simbolica, e non solo sostanziale, dei guasti provocati dalla camorra e da chi delle ecomafie ha fatto sistema: utilizzare per le bonifiche i soldi confiscati a quanti hanno pianificato la distruzione del territorio traendo da quello scempio ingentissimi guadagni.La proposta di Cantone è stata salutata da un coro di applausi non solo per la sua suggestione ma anche per la sua concretezza e fattibilità. Vediamo perché.

Nelle casse del Fug, il Fondo unico per la giustizia gestito da Equitalia Giustizia, tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre vent’anni. Denaro contante, che nel 2006 – data del primo sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli – era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z, accanto alla Resit e alle discariche di Vassallo. Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare – centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia – che pure è entrato nel provvedimento di confisca. Quei 14 milioni di euro rappresentano il quaranta per cento della somma (36 milioni) attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la caratterizzazione e la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. La sola messa in sicurezza di Resit, che pure apparteneva a Cipriano Chianese, costerà nove milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero manna dal cielo. Ma attualmente non è possibile disporne. Equitalia Giustizia destina, infatti, i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere. Affinché possano essere utilizzati per finalità diverse è necessaria una modifica normativa, possibilmente velocissima (non oltre l’approvazione della legge di stabilità), possibilmente a opera del Governo, che di questo sarà interessato nelle prossime ore,  perché questa sì che ha inequivocabile carattere di urgenza. Una decisione che restituirebbe alla legge sulle confische dei beni mafiosi il suo spirito originario e più autentico, con il ristoro tangibile ed efficace alle popolazioni di quei territori che dalle attività criminali degli ecomafiosi è stato gravemente e irrimediabilmente danneggiato.

(Articolo da Il Mattino del 25 settembre 2013)

Il governo riferisca su tutti i siti inquinati dalla camorra

Sin dal 1988 nei territori di Casal di Principe, Villa di Briano, Villa Literno, Castelvolturno, Villaricca, Frignano, Capua, sono stati rinvenuti fusti di rifiuti nocivi sotterrati nei terreni di aree destinate a coltivaziobni intensive. Dal 1992 abbiamo numerose dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che indicano i luoghi destinati all’interramento illecito di rifiuti, così come altri siti sono stati individuati nell’ambito di autonome indagini di polizia giudiziaria. Tra le zone di cui parliamo, c’è il cosiddetto “comprensorio delle discariche e delle ecoballe”, un’area di oltre trecento chilometri quadrati compresa tra la parte settentrionale della provincia di Napoli e l’agro aversano. 

Oggi, con la ripresa dei lavori del Senato, ho presentato un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia. Con questa interrogazione, presentata insieme ai senatori campani del Partito Democratico Enzo Cuomo, Angelica Saggese e Pasquale Sollo e firmata da molti senatori di diversi gruppi politici, si chiede di conoscere se risulta ultimata l’opera di monitoraggio delle aree inquinate; se è stato predisposto un adeguato programma di bonifica; se sono state attivate tutte le procedure per cinturare i fondi agricoli inquinati e trasformati in zone “no food”; e risultano intraprese e portate a termine tutte le verifiche e i riscontri di quanto dichiarato di quei collaboratori di giustizia che hanno partecipato a vario titolo al traffico di rifiuti tossici e nocivi; se risulta l’esistenza di altri verbali secretati, dai quali sia possibile venire a conoscenza di altri siti trasformati in discariche illegali.

RIFIUTI, L’EMENDAMENTO DEL MINISTRO ORLANDO SUI RIFIUTI IN CAMPANIA VA NELLA DIREZIONE GIUSTA

Quella intrapresa dal ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, sul tema dei rifiuti in Campania, è sicuramente la strada giusta.

L’emendamento presentato dal ministro al Disegno di legge per la conversione del Decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, recante disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia, con il quale si introduce il divieto temporaneo di importazione nella Regione Campania dei rifiuti speciali e di quelli urbani pericolosi, è innanzitutto una presa d’atto e un gesto di rispetto per una terra già duramente colpita dall’inquinamento procurato da una gestione scellerata dei rifiuti.

Rifiuti e veleni, il piano di Capacchione per rilanciare il territorio

“Se il mio ruolo fosse ancora oggi quello della giornalista che denuncia, mi sarei occupata senza dubbio del perché l’amministratore giudiziario non vuole concedere l’area Resit al sindaco di Parete. Ma nei miei impegni futuri c’è senz’altro anche questa priorità, ovvero la gestione nei rapporti tra la pubblica amministrazione e quello che è un patrimonio enorme nelle mani dello Stato e inutilizzato”. Ha commentato così la candidata al Senato del Pd, Rosaria Capacchione, la riflessione fatta dal sindaco di Parete, Raffaele Vitale, che, durante una pubblica assemblea, svoltasi sabato mattina nella cittadina aversana, sul tema bonifiche e riqualificazione del territorio, ha posto il problema dell’area Resit, sotto sequestro, destinata ad isola ecologica, ma finita nei meandri giudiziari e abbandonata a se stessa. All’incontro erano presenti l’onorevole Stefano Graziano, Francesco Pascale di Legambiente e la coordinatrice del “Comitato Fuochi” delle provincie di Napoli e Caserta, Novella Vitale, la quale ha sottoposto alla candidata un documento di intenti sul dramma del biocidio nella cosiddetta “terra dei veleni”. Nel sottoscrivere il documento, la giornalista anticamorra si è impegnata, attraverso apposite interpellanze, a portare in Parlamento la questione per un’azione legislativa ed esecutiva. Un dramma comunque già affrontato, per la prima volta in sede istituzionale, dal Pd, come ha sottolineato l’onorevole Graziano, citando la relazione, di circa 600 pagine, approvata dalla Commissione d’inchiesta, sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti in Campania. Dallo studio si evince che nella regione l’inquinamento ha prodotto “danni incalcolabili, che graveranno sulle generazioni future”. Ed è proprio per salvaguardare le generazioni future che la capolista del Pd al Senato ha già in mente alcune idee. “Innanzitutto occorre riordinare l’agenzia per i beni confiscati, – dice la Capacchione – ed estromettere la gestione Equitalia del Fondo Unico Giustizia, rendendolo più agevole e funzionale. Addirittura ipotizzo una modifica dell’articolo 41 della Costituzione, introducendo, lì dove parla della promozione di attività economiche e sociali, un piccolo principio: ‘Lo stato si impegna a promuovere attività di volontariato e produttive su beni sequestrati e confiscati’”. Consapevole che i clan abbiano distrutto, in modo forse irrimediabile, una parte del territorio, per la Capacchione si può comunque ripartire dal rimediabile. A tal proposito, lancia una stoccata al candidato dell’Udc, Gianpiero Zinzi, “che – dice la giornalista – ha scoperto l’acqua calda quando dice che dobbiamo coltivare prodotti No Food su terreni non bonificabili”. “Credo, invece – continua la candidata democratica – che su qui terreni possiamo costruire qualcosa per impedire che vengano riutilizzati per sversamenti illeciti”. Mentre per i terreni bonificabili, la Capacchione propone “una serie di interventi mirati, affidati a piccole agenzie territoriali, come parrocchie, comuni e associazioni, in accordo con i consorzi che gestiscono alcune tipologie di rifiuti, per ripulire le numerose piccole aree inquinate”. Altre aree, poi, potrebbero essere ripristinate “per restituire al territorio la sua vocazione agroalimentare e turistica”. Per quanto riguarda le aree gravemente inquinate “c’è bisogno – sottolinea la capolista del Pd – di un intervento pesante del Governo attraverso contributi statali e fondi europei”. Ma la Capacchione avverte: “Attenti a non far mettere la mani su quei soldi a chi ha creato questo disastro, attraverso una rigorosa verifica antimafia nei confronti delle ditte che dovranno operare”. Bisogna creare, dunque, conclude la candidata, “un sistema virtuoso”. Immagine