Crimini di guerra, nota a margine (del dibattito al Senato)

di Rosaria Capacchione

C’è una data precisa che segnala la nascita della ribellione verso gli stupri etnici, verso la pubblica umiliazione delle donne delle popolazioni sconfitte dalla guerra, dell’estremo oltraggio ai loro uomini che si erano arresi alla forza delle armi. E’ il 7 febbraio 1963, giorno in cui Pablo Picasso terminò l’ultimo disegno della serie dedicata al “Ratto delle Sabine”, il più famoso stupro di guerra.

Nella sua rivisitazione dei grandi classici della  pittura, l’artista spagnolo aveva letto alla sua maniera, la stessa di Guernica, il dipinto di Nicolas Poussin, realizzato quattro secoli prima. Esposti insieme, uno accanto all’altro, nei saloni del Louvre, raccontano come nessuno scritto ha mai fatto, la trasformazione profonda della società e della percezione della violenza sessuale nella coscienza collettiva. Se Poussin aveva affidato agli stilemi del classicismo il sequestro delle donne della Sabina a opera dei soldati di Roma, così addolcendo e mitigando l’orrore della scena, Picasso ha messo in primo piano i volti deformati dallo stupro, dall’istinto bestiale di chi lo aveva compiuto, la forza crudele della sopraffazione dell’esercito vittorioso. In evidenza, per la prima volta, c’era un volto di donna orribilmente trasformato e trasfigurato dal dolore.

Se le marocchinate che hanno contrassegnato in negativo la storia della seconda guerra mondiale sono quasi sconosciute e comunque non ancora argomento di dibattito e di discussione è anche per questo: perché la vergogna per la violenza sessuale subita, e subita come conseguenza ineluttabile dell’essere donna in tempo di guerra, è stata per anni più forte dell’orrore dello stupro, accadimento che solo da pochissimi anni (per la precisione dal febbraio del 1996) ha smesso di essere un reato contro la morale per diventare, finalmente, reato contro la persona.

Un contributo notevole al nuovo approccio alla questione è stato dato anche dalla diffusione massiccia delle informazioni sugli stupri etnici nei Balcani, con la creazione dei campi di stupro (retaggio di una diffusa pratica nazista) nei quali far nascere bambini serbi da donne bosniache di religione musulmana. Fatti riconosciuti come crimini contro l’umanità e come violazioni delle convenzioni di Ginevra dal Tribunale Internazionale penale per l’ex Jugoslavia. Sentenza confermata nel 2001, appena dodici anni fa. 

(Intervento scritto per la tesi sulle marocchinate della giornalista Tina Palomba, discussa a luglio del 2013)

I rifiuti e il contrappasso

di Rosaria Capacchione

Il fuoco che trasforma in veleno gli scarti del benessere, l’acqua che incrementa la produzione di percolato cancerogeno, il vento che disperde nell’ aria per chilometri e chilometri particelle di diossina e fumi neri e maleodoranti. E’ Giugliano, il giorno dopo l’ennesimo rogo. E’ la Terra dei fuochi nella sua interezza. E’ quella che un tempo fu la Campania Felix e che oggi, in certi giorni sempre più numerosi e ravvicinati, assomiglia allo scenario della Gomorra biblica, spazzata via dalla dissolutezza della sua gente. Gomorra, appunto. Quella di Lot e della punizione divina, quella di Roberto Saviano e poi di Matteo Garrone, che per essere purificata e rinnovata aspetta che un’altra volta il contrappasso ristabilisca verità e giustizia. Nella proposta abbozzata lunedì mattina dal giudice Raffaele Cantone, durante il convegno che accompagnava il “ritorno” di Giancarlo Siani nella sua redazione di via Chiatamone, c’è tutto il senso di una riparazione anche simbolica, e non solo sostanziale, dei guasti provocati dalla camorra e da chi delle ecomafie ha fatto sistema: utilizzare per le bonifiche i soldi confiscati a quanti hanno pianificato la distruzione del territorio traendo da quello scempio ingentissimi guadagni.La proposta di Cantone è stata salutata da un coro di applausi non solo per la sua suggestione ma anche per la sua concretezza e fattibilità. Vediamo perché.

Nelle casse del Fug, il Fondo unico per la giustizia gestito da Equitalia Giustizia, tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre vent’anni. Denaro contante, che nel 2006 – data del primo sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli – era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z, accanto alla Resit e alle discariche di Vassallo. Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare – centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia – che pure è entrato nel provvedimento di confisca. Quei 14 milioni di euro rappresentano il quaranta per cento della somma (36 milioni) attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la caratterizzazione e la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. La sola messa in sicurezza di Resit, che pure apparteneva a Cipriano Chianese, costerà nove milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero manna dal cielo. Ma attualmente non è possibile disporne. Equitalia Giustizia destina, infatti, i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere. Affinché possano essere utilizzati per finalità diverse è necessaria una modifica normativa, possibilmente velocissima (non oltre l’approvazione della legge di stabilità), possibilmente a opera del Governo, che di questo sarà interessato nelle prossime ore,  perché questa sì che ha inequivocabile carattere di urgenza. Una decisione che restituirebbe alla legge sulle confische dei beni mafiosi il suo spirito originario e più autentico, con il ristoro tangibile ed efficace alle popolazioni di quei territori che dalle attività criminali degli ecomafiosi è stato gravemente e irrimediabilmente danneggiato.

(Articolo da Il Mattino del 25 settembre 2013)

La primavera di Grillo e la vittoria di Pirro: riflessioni

Quel giorno io lo ricordo bene. Ricordo l’euforia, la sensazione dell’imminente vittoria, della supremazia del popolo sulla politica corrotta, della rivincita sui compromessi storici che si delineavano all’orizzonte. Lo spread non era parola di quei tempi, piuttosto era l’inflazione a galoppare e a condizionare i governi. L’inflazione e il terrorismo. Quel giorno, il 16 marzo 1978, io ero un po’ come i grillini di oggi. Io e i miei compagni. I telegiornali raccontavano di via Fani e dei morti, ma noi eravamo convinti che la cosa importante fosse un’altra: aver messo la Dc in ginocchio e aver fermato l’accordo con il Pci. Avevo 18 anni e un mese, sapevo dove si trovavano i palazzi del potere, quanti fossero i parlamentari, cosa è scritto nella Costituzione. A quel tempo queste cose si studiavano a scuola, alle medie, e nelle sezioni di partito. S(apevam)o che la cultura ti fa liberi e che le rivoluzioni, anche quelle del popolo, hanno sempre avuto una guida intellettuale, di borghesi sposati alla causa. Che fosse una truffa, che ci stessero usando – e con noi i nostri sogni e le nostre speranze di costruire un mondo migliore e più giusto – lo capimmo il 9 maggio: davanti a un cadavere abbandonato nel bagagliaio di una Renault rossa, a mezza strada tra la sede della Dc (e del Grande Oriente d’Italia) e del Pci.

Quel morto, Aldo Moro, pesa ancora sulla coscienza nazionale. Perché trentacinque anni dopo non abbiamo ancora capito bene come andò e perché fu ucciso; non sappiamo neppure con esattezza chi era Mario Moretti, l’uomo delle Br che decise quella morte. Quel morto è l’eredità ingombrante che pesa sulla nostra democrazia incompiuta e che si agita, come uno spettro, anche su questi giorni confusi.

Non posso fare a meno di notare le analogie tra allora e oggi, con l’Italia allo sbando, l’economia a pezzi, l’aria di rivolta che si alimenta della fame e della disperazione. E non posso non leggere con sospetto dei legami tra l’agit-prop (che ora chiamano spin doctor) di M5S e l’alta finanza mondiale, tra il riccioluto Gianroberto e le aziende strategiche italiane e internazionali, a partire da Telecom.

Non ho voglia di indugiare nelle teorie dei complotti, per avere di che alimentarle basta passare qualche minuto sul web, ma non posso neppure fare a meno di   notare che oggi, come allora, l’obiettivo mai negato è quello di creare il disordine e l’ingovernabilità, di spingere l’acceleratore su politiche autoritarie capaci (?) di portare l’ordine lì dove c’è il caos. Approfittando della buona fede e delle speranze dei ragazzi, della rabbia degli adulti affamati, dell’interesse di quella parte della politica che ha molto da nascondere e niente da voler cambiare.

Non credo affatto che Berlusconi e Grillo siano due clown. Credo, invece, che entrambi siamo degli straordinari comunicatori. Che, come tali, utilizzano le regole della comunicazione sfruttando le piattaforme (la televisione e il web) di largo accesso al proprio fine. Che, al momento, mi appare il medesimo: conservare il potere, lo status quo ante, e giocare con il disordine consapevoli che chi governa il disordine controlla le coscienze di uomini e donne sempre più poveri, sempre più soli, sempre più ignoranti.

Gli italiani, andando al voto, hanno scelto. Probabilmente, come sempre, neppure consapevoli di cosa sarebbe accaduto se nessuno avesse vinto. Oggi appaiono frastornati, confusi, avvertono come imminente e irreversibile il pericolo di non avere più, e chissà per quanti anni ancora, uno straccio di lavoro. Sanno che in autunno non ci saranno più soldi per pagare gli stipendi agli statali, sanno che c’è bisogno di interventi urgentissimi per far ripartire l’economia, ma non sanno più a chi chiedere risposte. Questo hanno fatto, gli italiani, non consegnando ad alcuno la vittoria. Non sanno ancora di essere caduti in una trappola e che la storia, come sempre, si sta ripetendo. Senza bombe ma con lo stesso sangue di trentacinque anni fa.

Rosaria Capacchione

Bonifiche, amministrazione trasparente, nuove leggi sugli appalti e sulla corruzione, roghi tossici: le tematiche affrontate da Rosaria Capacchione in campagna elettorale

Bonifiche, amministrazione trasparente, nuove leggi sugli appalti e sulla corruzione, roghi tossici. Questi gli argomenti principali che hanno caratterizzato la campagna elettorale della giornalista Rosaria Capacchione, candidata al Senato del Partito Democratico. “Messa a sistema”: una parola d’ordine portata in tutti i suoi incontri nelle varie province della Campania. Partendo dall’adesione alla proposta della Cgil per il riutilizzo delle aziende confiscate alle mafie dove si è impegnata a portare nel prossimo Parlamento questa proposta di legge per “far sì che il riutilizzo crei e produca lavoro”. Tutto questo può avvenire attraverso un riordino dell’agenzia per i beni confiscati, secondo la giornalista, ipotizzando anche una modifica dell’articolo 41 della Costituzione introducendo, lì dove parla della promozione di attività economiche e sociali, un piccolo principio: ‘Lo Stato si impegna a promuovere attività di volontariato e produttive su beni sequestrati e confiscati’. Consapevole dei danni creati dai clan sul territorio, la capolista al Senato, ha posto come primo obiettivo la questione delle bonifiche. Una serie di interventi mirati, “un sistema virtuoso”, così come lo ha definito la Capacchione, partendo dai terreni mediamente compromessi a quelli gravemente compromessi. Restituire ai terreni la loro vocazione agroalimentare e turistica. Dove non è possibile, invece, si deve evitare in ogni modo che vengano nuovamente utilizzati per gli sversamenti illeciti. Ma la giornalista ha lanciato un allarme: “La camorra sta mettendo le mani su importanti brevetti detenuti da imprese del Nord specializzate nelle bonifiche”. Come frenare, dunque, le imprese mafiose? “Sono necessarie due cose: il rigoroso controllo sulle società e la creazione di una white list, già esistente, tra l’altro” ha spiegato la candidata durante la conferenza stampa di presentazione del “Nuovo modello Caserta per un’antimafia concreta”, insieme a Camilla Sgambato, candidata alla Camera. Un pacchetto di norme per un’antimafia concreta contenute in un documento di facile attuabilità, ma che possono andare nella direzione di un circuito virtuoso per la ripresa dell’economia del territorio. Altra problematica a cuore della capolista al Senato è stata la riorganizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero, ovvero l’introduzione del decreto legislativo n.155 del 7/9/12 che ha considerato il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere sub-provinciale e, quindi, in astratto sopprimibile. A tal proposito, la Capacchione, insieme alla Sgambato e a Stefano Graziano, si sono impegnati, nei confronti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati sammaritani, ad intraprendere, una volta in Parlamento, tutte le necessarie iniziative finalizzate ad emanare una modifica del decreto.

Per un’antimafia concreta. Capacchione: “Ecco il nostro modello Caserta”

“Inserire l’antimafia in Costituzione per dare un supporto concreto all’attuazione normativa, a partire dall’articolo 18, che regola la libertà di associazione, all’articolo 41 che regola, invece, le attività produttive con l’obbligo da parte dello Stato di incentivare le attività produttive in quelli che sono i beni confiscati e sequestrati”. Parte proprio da queste integrazioni la ‘cornice’ a quella che è la nuova antimafia presentata dalla capolista al Senato, Rosaria Capacchione, lunedì mattina, in una conferenza stampa presso il coordinamento provinciale del Partito Democratico di Caserta. Presenti anche i candidati casertani al Parlamento Camilla Sgambato, Stefano Graziano e Dario Abbate. “Un pacchetto di norme per un’antimafia concreta – ha detto Capacchione – contenute in un documento sottoscritto da tutti i candidati del Pd, di facile attuabilità, ma che possono andare nella direzione di un circuito virtuoso per la ripresa dell’economia del territorio”. “Tutti quei territori che sono stati fortemente danneggiati dalle infiltrazioni di stampo mafioso – continua la giornalista anticamorra – difficilmente dopo lo scioglimento sono ritornati ad una gestione ordinaria. Per questo motivo, sono indispensabili interventi collaterali che vadano al di là di quello repressivo/giudiziario”. “Tra le modifiche – prosegue Capacchione – prevediamo anche quella del 416 ter del codice penale, in quanto un forte problema è costituito anche alla sostituzione di dipendenti degli enti locali ritenuti contigui alle organizzazioni criminali. Sostituzioni rese  impossibili anche dai vincoli di bilancio”. Prevista anche l’introduzione di una ‘White list’. “La white list – spiega la capolista al Senato – va ad agevolare il reinserimento di quelle aziende che ne hanno i requisiti, una sorta di ‘bollino blu’ per chi è stato più bravo, un punteggio premiale come si fa per i concorsi, il tutto con evidenti vantaggi per l’accesso al credito e per l’ottenimento di finanziamenti pubblici nei confronti di chi decide di schierarsi e fare fronte comune contro l’illegalità, ma anche di natura compensativa in quanto si sa che, almeno in alcuni contesti a maggiore tasso di criminalità, atteggiamenti virtuosi possono risultare economicamente penalizzanti. Un ulteriore elemento di valutazione sarà condotto per definire la soglia economica delle caratteristiche principali del rating, fissando dei parametri più restrittivi rispetto a quelli della norma che sono di natura facoltativa, richiedibile da aziende con fatturato annuo globale di almeno 2 milioni di euro riferito anche al gruppo di appartenenza”. Per quanto riguarda le bonifiche la Capacchione dice: “Il primo punto del programma di Bersani è proprio quello di partire dalla bonifiche per il ripristino del territorio e dare un minimo di dignità alla Campania per promuovere le sue eccellenze, dai prodotti tipici dell’agricoltura alla produzione della mozzarella e, di conseguenza, aumentare le offerte di lavoro”. 

Rifiuti e veleni, il piano di Capacchione per rilanciare il territorio

“Se il mio ruolo fosse ancora oggi quello della giornalista che denuncia, mi sarei occupata senza dubbio del perché l’amministratore giudiziario non vuole concedere l’area Resit al sindaco di Parete. Ma nei miei impegni futuri c’è senz’altro anche questa priorità, ovvero la gestione nei rapporti tra la pubblica amministrazione e quello che è un patrimonio enorme nelle mani dello Stato e inutilizzato”. Ha commentato così la candidata al Senato del Pd, Rosaria Capacchione, la riflessione fatta dal sindaco di Parete, Raffaele Vitale, che, durante una pubblica assemblea, svoltasi sabato mattina nella cittadina aversana, sul tema bonifiche e riqualificazione del territorio, ha posto il problema dell’area Resit, sotto sequestro, destinata ad isola ecologica, ma finita nei meandri giudiziari e abbandonata a se stessa. All’incontro erano presenti l’onorevole Stefano Graziano, Francesco Pascale di Legambiente e la coordinatrice del “Comitato Fuochi” delle provincie di Napoli e Caserta, Novella Vitale, la quale ha sottoposto alla candidata un documento di intenti sul dramma del biocidio nella cosiddetta “terra dei veleni”. Nel sottoscrivere il documento, la giornalista anticamorra si è impegnata, attraverso apposite interpellanze, a portare in Parlamento la questione per un’azione legislativa ed esecutiva. Un dramma comunque già affrontato, per la prima volta in sede istituzionale, dal Pd, come ha sottolineato l’onorevole Graziano, citando la relazione, di circa 600 pagine, approvata dalla Commissione d’inchiesta, sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti in Campania. Dallo studio si evince che nella regione l’inquinamento ha prodotto “danni incalcolabili, che graveranno sulle generazioni future”. Ed è proprio per salvaguardare le generazioni future che la capolista del Pd al Senato ha già in mente alcune idee. “Innanzitutto occorre riordinare l’agenzia per i beni confiscati, – dice la Capacchione – ed estromettere la gestione Equitalia del Fondo Unico Giustizia, rendendolo più agevole e funzionale. Addirittura ipotizzo una modifica dell’articolo 41 della Costituzione, introducendo, lì dove parla della promozione di attività economiche e sociali, un piccolo principio: ‘Lo stato si impegna a promuovere attività di volontariato e produttive su beni sequestrati e confiscati’”. Consapevole che i clan abbiano distrutto, in modo forse irrimediabile, una parte del territorio, per la Capacchione si può comunque ripartire dal rimediabile. A tal proposito, lancia una stoccata al candidato dell’Udc, Gianpiero Zinzi, “che – dice la giornalista – ha scoperto l’acqua calda quando dice che dobbiamo coltivare prodotti No Food su terreni non bonificabili”. “Credo, invece – continua la candidata democratica – che su qui terreni possiamo costruire qualcosa per impedire che vengano riutilizzati per sversamenti illeciti”. Mentre per i terreni bonificabili, la Capacchione propone “una serie di interventi mirati, affidati a piccole agenzie territoriali, come parrocchie, comuni e associazioni, in accordo con i consorzi che gestiscono alcune tipologie di rifiuti, per ripulire le numerose piccole aree inquinate”. Altre aree, poi, potrebbero essere ripristinate “per restituire al territorio la sua vocazione agroalimentare e turistica”. Per quanto riguarda le aree gravemente inquinate “c’è bisogno – sottolinea la capolista del Pd – di un intervento pesante del Governo attraverso contributi statali e fondi europei”. Ma la Capacchione avverte: “Attenti a non far mettere la mani su quei soldi a chi ha creato questo disastro, attraverso una rigorosa verifica antimafia nei confronti delle ditte che dovranno operare”. Bisogna creare, dunque, conclude la candidata, “un sistema virtuoso”. Immagine