Iovine e l’armadio degli scheletri (ovvero le brutte cose della politica)

Rosaria Capacchione*
Per raccontare la palude, il brodo di coltura della mafia e la sua capacità di sopravvivere a se stessa e alla repressione dello Stato, Pino Arlacchi e Nando Dalla Chiesa avevano saccheggiato a piene mani i testi di Primo Levi e le dinamiche concentrazionarie descritte ne “I sommersi e i salvati”. Erano convinti che nei lager, come nei mondi mafiosi, “sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie”. Era quasi trent’anni fa, e “La palude e la città” divenne l’analisi più lucida e spietata delle tecniche di conquista del potere a opera della grande criminalità organizzata. Analisi che riguardava anche le forme del linguaggio e l’incoerenza e la contraddizione tra i principi affermati e quelli negati. Scrivevano i due studiosi che il mafioso, “per difendere i politici più screditati attacca con veemenza la cultura del sospetto; ma getta contemporaneamente manciate di sospetto sui suoi avversari; e non in assenza di prove ma in presenza di prove contrarie”. E a proposito dei processi, “intima il silenzio a tutti, pretendendo che non si parli più di mafia per non interferire sul corso della giustizia, e poi un anno dopo accusa gli stessi che voleva zittire di credere in una via puramente giudiziaria della lotta alla mafia”.
Ho riletto il libro di Arlacchi e Dalla Chiesa quando sono stati depositati in tribunale i primi verbali d’interrogatorio di Antonio Iovine, ergastolano, uno dei quattro capi del cartello camorristico dei Casalesi, da quaranta giorni collaboratore di giustizia. L’ho fatto quando le accuse di Iovine hanno sfiorato uomini politici e apparati giudiziari: quella palude, appunto, senza la quale la mafia sarebbe stata una semplice accozzaglia di taglieggiatori e non, qual è, un sistema complesso che si nutre soprattutto della complicità o dell’ignavia della zona grigia. Come non accadeva da molti anni, le parole di Iovine sono state accolte da scetticismo, derisione, levate di scudi in difesa di quel sistema che pure, in Campania, ha prodotto morti, corruzione, sviluppo malato, mercato alterato. Antonio Iovine ha sinora detto cose che tutti conoscevano, anche se queste cose non hanno mai avuto dignità di sentenza. Ha raccontato un contesto: l’indifferenza del clan all’appartenenza politica di questo o quell’amministratore pubblico; la capacità di controllo delle commesse pubbliche attraverso imprenditori collusi; l’impunità giudiziaria pagata e conquistata soprattutto in virtù della sordina messa dalla maggior parte della stampa italiana alle vicende di quella che veniva considerata una banda di paese e non una succursale di Cosa Nostra alla quale era gemellata da decine di anni.
Se avesse parlato solo di ammazzatine, di lotte di successione, di fatti di malavita comune, le sue parole sarebbero state accolte come rivelatrici e disvelatrici di decenni di misteri. E invece Iovine sta puntando il dito contro la società civile, contro quegli uomini, uguali a noi, che non sparano e che per questo si ritengono immuni dall’accusa di mafiosità. E per questo ogni sua parola è bollata come veleno, fango, diffamazione. Prima ancora che la Procura di Napoli abbia avuto modo di riscontrarle e che i fatti stessi possano confermarle o smentirle. Una difesa di casta, la difesa della borghesia che fa quadrato attorno ai suoi uomini non accettando che si possa guardare il re nudo e dire che sia tale: reazione magistralmente raccontata da Leonardo Sciascia nei suoi romanzi sul potere, a cominciare da Todo Modo.
Ben vengano le parole di Iovine. Se non altro perché offrono l’occasione per discutere di cosa è stata la politica in una parte importante del Mezzogiorno d’Italia e, per certi versi, cosa è ancora la politica quando mette la ricerca del consenso al di sopra dei programmi, delle idee, dei progetti. Tra gli uomini, di ogni colore, che hanno fatto parte del mondo che ha fiancheggiato più o meno consapevolmente l’epopea dei Casalesi ce ne sono alcuni che ancora oggi rappresentano i cittadini nelle amministrazioni locali, alla Regione, in Parlamento. Ieri fingevano di non vedere e non capire (quando non spartivano il denaro con gli stessi mafiosi) in nome di posti di lavoro da offrire a una terra affamata o di un preteso sviluppo del territorio che sviluppo vero invece non è mai stato. Oggi fingono di non sapere riproponendo se stessi sulla scena della politica in virtù di una notevole capacità di raccogliere preferenze, consenso personale disancorato, però, dalla reale volontà di interpretare i bisogni del territorio e di trasformarli in ricchezza diffusa.
Iovine ha aperto l’armadio degli scheletri di cui non conosciamo i nomi ma di cui intuiamo i ruoli. E sappiamo che per difendere se stessi alzeranno barricate e utilizzeranno l’arma del discredito e cercheranno di conservare il ruolo dei sommersi. E’ la loro ultima occasione per salvare se stessi; è la nostra ultima occasione per chiedere la verità e per salvare il Paese. Senza vendette ma senza sconti.

*pubblicato su L’Unità del 28 giugno 2014

Annunci

Il contesto: il caso Cosentino e tutti gli altri. Ecco cosa frena lo sviluppo del Sud

Rosaria Capacchione*

Un metodo. Un sistema rodato e funzionante, che ha trasformato Cosa Nostra, la camorra e la ‘ndrangheta in holding affaristiche e interi settori (il calcestruzzo, il movimento terra, la logistica, la distribuzione delle derrate alimentari) dell’economia italiana in comparti para-mafiosi. E’ il tavolino a tre gambe descritto da Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, che la famiglia Zagaria ha successivamente raffinato fino a riassumere in una sola persona tutti i perni della stessa piattaforma. E’ lo schema che è possibile riconoscere negli atti d’indagine che hanno portato in carcere Nicola, Giovanni e Antonio Cosentino. Inchiesta in cui la contiguità con i Casalesi fa da sfondo ma che racconta, al di là delle contestazioni del giudice e i risvolti processuali, un sistema finanziario e politico che ha impedito e ancora impedisce il normale sviluppo economico del Mezzogiorno d’Italia. E’ un sistema talmente vantaggioso per chi lo adotta e ne fa parte da essere diventato contagioso, espandendosi in altre parti del Paese: in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna, in Toscana, nella Lombardia che si appresta a rilanciare il prodotto Italia con Expo 2015. Ma è nel Sud, per la precisione alla periferia dell’area metropolitana di Napoli, che il tavolino a tre gambe (l’accordo tra politica, impresa e mafia) ha dato i suoi frutti più proficui. La sintesi è racchiusa nelle parole di Giovanni Cosentino, il più grande dei fratelli, il vero erede della fortuna accumulata dal padre Silvio nel dopoguerra con il commercio del carburante: “Chi ha più forza quello spara”…“Dove ci vuole la politica c’è mio fratello Nicola; dove ci vogliono i soldi ci sto io e dove ci vuole la forza c’è pure la forza”. Che l’abbia usata oppure no non ha alcuna importanza, perché in questa parte d’Italia a democrazia dimezzata è sufficiente sapere che l’uso della forza non è affatto monopolio dello Stato; e che tra i parenti e affini dell’interlocutore c’è effettivamente qualcuno che potrebbe usare la forza delle armi.
E’ impressionante vedere come il metodo mafioso del controllo del territorio sia stato applicato dall’Aversana Petroli al controllo della distribuzione del carburante. Non un solo impianto doveva e poteva sfuggire alla ditta. E non solo a Casal di Principe, dove poteva valere una sorta di tutela dell’onore, di lesa maestà di confine. No, la regola valeva per tutta la provincia, anche alle porte di Caserta, senza nessuna effettiva ragione commerciale, con il ricorso sistematico a prestanome: a Casagiove come a Casapesenna, dimostrando così una notevole sensibilità ai mutevoli equilibri della camorra che spara. In questo contesto il ruolo di Nicola Cosentino, il politico, appare servente rispetto all’impresa di famiglia. Se non ci fosse stato lui, ne sarebbe stato trovato un altro altrettanto disponibile a fornire gli stessi servigi.
Ma fa impressione anche un altro dato, che definisce il limite di tanto strapotere: l’incapacità di pensare in grande, nonostante l’interlocuzione quotidiana e la familiarità con i vertici delle grandi compagnie petrolifere e del comparto energetico italiano. Guardiamo, per esempio, all’evoluzione dei grandi capitali in America, soprattutto a quelli di origine dubbia: alle seconde e alle terze generazioni è toccato il compito di riscattare, almeno in parte, le ambiguità dei genitori restituendo alle università, alle fondazioni, alle organizzazioni benefiche, una quota del maltolto. Quei capitali si sono moltiplicati anche in virtù del consenso sociale guadagnato attraverso la distribuzione (non clientelare) di posti di lavoro o di assistenza. Ebbene, nel nostro caso nulla di tanto è all’orizzonte. Anzi. Nel sistema del tavolino a tre gambe non c’è spazio per chi non fa parte della stessa cordata: appalti, forniture, benefici, licenze, posti di lavoro sono le briciole riservate clientelarmente a chi partecipa all’affare e lo agevola. Tutti gli altri sono esclusi, emarginati, messi nell’angolo, costretti a difendersi in tribunale da denuncie strumentali, attaccati da giornali locali (emblematica la cena tra Giovanni Cosentino e l’allora direttore di un quotidiano casertano) che dello scandalo hanno fatto la loro ragion d’essere.
Il Far West? Qualcosa di molto simile. In realtà una terra di camorra è fatta proprio così, per quanto ostico possa sembrare ammetterlo. E in una terra così è molto più facile adeguarsi che combattere. Vale anche per i pezzi dello Stato che per lunghissimi anni hanno fatto finta di non vedere e di non capire cosa si nascondeva dietro alcuni potentati economici che hanno dominato a lungo tra Napoli e Caserta nei comparti dell’edilizia, della sanità, dei rifiuti, dei trasporti, dell’energia (come in questo caso); dietro il trasferimento o l’isolamento di poliziotti e di carabinieri; dietro l’inutile rincorrere carte altrettanto inutili; dietro gli infiniti depistaggi di denunce posticce. Potentati che hanno mosso molto denaro senza produrre vera ricchezza. Leonardo Sciascia ne ha fatto capolavori, di storie così. Lo ha fatto, talvolta, senza mai nominare la parola mafia ma di mafia, indubbiamente, parlando.

*intervento pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – ed. Napoli il 5 aprile 2014

Il voto e la mafia, democrazia in vendita

Rosaria Capacchione*

Tutto è in vendita, nel mondo globale. Anche la democrazia. Con una gradualità nella sua progressiva compromissione, nella corrosione del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, nel tradimento dei valori repubblicani contenuti nella Costituzione. Una gradualità che inizia con l’accettazione di piccoli favori, preferiti  ai diritti, e che via via diventa reciproca convenienza alla corruzione e a una gestione particolare, privata, della cosa pubblica. Gestione che in terre di mafia diventa essa stessa carattere distintivo della mafia.

E’ il voto lo strumento dello scambio: il voto amministrativo e il voto politico, passando per le elezioni di organismi di categoria e financo per le primarie. La libera espressione del proprio consenso barattato con la promessa di favori o di protezione, coartata attraverso la ricerca di procacciatori di voti capaci di imporre, in virtù del proprio potere, una preferenza piuttosto che un altra, un candidato (o un partito) al posto dell’altro.

Se c’è una patologia che ha dissanguato la nostra democrazia è da ricercare appunto nei meccanismi del consenso: nelle regioni meridionali, dove tradizionalmente sono insediate le organizzazioni mafiose, e poi via via – seguendo la linea della palma, salita ben più dei 500 metri all’anno ottimisticamente indicati da Leonardo Sciascia più di 50 anni fa e arrivata ormai  alle Alpi – in quelle del Nord, che la vulgata voleva esenti da infiltrazioni della criminalità organizzata. Le ultime inchieste giudiziarie che hanno riguardato la Lombardia, il Piemonte, la Ligura, hanno definitivamente spazzato ogni residua illusione sulla immunità di quelle regioni  nelle quali, anzi, più evidente si è rivelata la ricerca da parte del candidato di quel consenso acquistabile da soggetti collegati alla ndrangheta. Voti comprati con denaro contante ma più ancora con la promessa di futuri favori o di una più generica, e insidiosa, messa a disposizione della propria amicizia e disponibilità.

Nei confronti della mafia  e della politica c’è bisogno, dunque, di una profonda bonifica sociale. E in questa direzione va la modifica dell’articolo 416 ter del codice penale, che punisce il voto di scambio politico-mafioso. Reato che nella formulazione in vigore è stato scarsamente applicato, vista la quasi impossibilità di dimostrare la compravendita del consenso attraverso la dazione di denaro, essendo piuttosto altre utilità – appalti, servizi, pubbliche forniture, assunzioni nelle partecipate – la moneta utilizzata dalla parte politica per ricompensare il procacciatore mafioso di consensi.  Nella formulazione licenziata dalla Camera, così come abbiamo evidenziato sin dal primo momento in commissione giustizia, il reato continuava a essere destinato alla non applicazione. Aveva sì esteso l’oggetto dello scambio aggiungendo le “altre utilità” già così indicate – per esempio – nell’articolato degli articoli 318 e 319 del codice penale che puniscono la corruzione; ma aveva introdotto altri termini, come il procacciamento o la consapevolezza della metodologia mafiosa utilizzata dal venditore di voti, che avrebbe obbligato il giudice a dimostrare l’effettività del procacciamento con l’uso delle armi o altri sistemi intimidatori, imponendo di fatto una probatio diabolica. Ancora, lasciava nel limbo dell’impunità quei comportamenti preparatori allo scambio e, ovviamente, l’accordo tra il politico e il mafioso, a prescindere dall’esito dello stesso. Accordo, vale la pena di ricordare, che rappresenta il vero vulnus, il momento di caduta verticale delle regole democratiche a vantaggio di quelle mafiose, e che presuppone la messa a disposizione del soggetto mafioso di beni che appartengono alla collettività.

Inchieste sempre più numerose della magistratura dimostrano che il voto di scambio diventa sempre più decisivo nel determinare gli equilibri della politica italiana. Ha assunto, inoltre, modalità e proporzioni sistematiche grazie alla mediazione assicurata dalla criminalità organizzata. Oggi non è più solo il singolo uomo politico a promettere qualcosa in cambio di un voto al singolo elettore: interi blocchi di voti, in alcuni casi decine di migliaia, sono venduti al miglior offerente dai clan mafiosi.

Chi si occupa quotidianamente di indagini sulla criminalità organizzata stima che l’incidenza del voto di scambio di matrice mafiosa sia quantificabile in un 5 per cento delle prefernze nelle regioni del nord. Sa anche che il il potere economico (ancor prima che militare) della criminalità organizzata sta proprio lì dove manca quello dello Stato, incapace di offrirsi come alternativa appetibile alla mafia ancor prima che di contrastarla efficacemente. Anche perché, come ha sostenuto Salvatore Lupo, c’è una “richiesta di mafia” in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico che ancora pretende di essere soddisfatto.

Le inchieste degli ultimi anni sono un segnale inequivocabile della necessità immediata di agire per contrastare il voto di scambio. Il compiuto esercizio del diritto di voto è possibile solo se la competizione elettorale si svolge nel pieno della legalità: obiettivo che nel contesto italiano passa necessariamente dal deciso contrasto della criminalità organizzata che con questo provvedimento avrà incassato un significativa e durevole sconfitta.

*intervento in Senato durante la discussione generale sulla modifica del 416 ter del codice penale