Ciò che resta di latifondi, campieri, caporali e nuovi schiavi

Rosaria Capacchione*
Trent’anni dopo, il valore nominale del salario è invariato: a quei tempi, in Capitanata come nell’agro aversano o nel nocerino-sarnese, mille lire per ogni cassetta di pomodori, e fino a cinquanta al termine di una giornata di lavoro che iniziava quando ancora non era l’alba e finiva che era già il tramonto; oggi, due euro all’ora, che alla fine della giornata diventano venticinque. Oggi come allora, al lordo delle spese di trasporto, cioè la provvigione supplementare pagata dai braccianti al caporale, il venti per cento della giornata. Caporale che fa da intermediario esclusivo tra l’agricoltore e i braccianti, tra le organizzazioni mafiose e gli stagionali che si spostano da una parte all’altra dell’Italia per il raccolto di pomodori, uva, mele, fragole.
Non è storia di oggi, quella denunciata dal ministro Maurizio Martina: sono almeno settant’anni che mafia, camorra e ‘ndrangheta controllano il mercato delle braccia destinate all’agricoltura o all’edilizia con l’ausilio di padroncini e intermediari ai quali viene riconosciuta una provvigione. Attività interrotta solo in concomitanza con clamorose proteste di piazza. Era il 1989 quando dalla “Rotonda degli schiavi” di Villa Literno partì il primo sciopero dei manovali delle campagne: erano tutti centrafricani, tremila uomini che a luglio e agosto si trasferivano in massa nel paesino dell’aversano – neppure diecimila abitanti – che, a quel tempo, era la capitale del distretto dell’oro rosso. I caporali erano tutti tunisini, molti poi passati nelle file della camorra casalese con il ruolo di campieri, guardaspalle, killer. Due estati dopo, complice una virosi che distrusse il raccolto, gli stagionali cambiarono piazza e si concentrarono in Capitanata. Neppure il tempo di ambientarsi ed ecco, nel 1993, che latifondisti e caporali si coalizzarono contro i braccianti africani e li cacciarono in malo modo da Stortana, Stornarella, Orta Nova: erano troppi, contrattavano direttamente con i proprietari dei terreni, strappavano salari migliori. Poi la Calabria, Rosarno e la rivolta del 2010: un altro sciopero degli stagionali africani, che protestavano per le condizioni disumane in cui erano costretti a vivere dai soliti intermediari.
C’è un dato che decine e decine di storie tutte uguali che hanno contrassegnato la storia recente del nostro aere: le proteste e la richiesta di condizioni di vita e di lavoro dignitose sono arrivate solo dai braccianti stranieri, i soli ad aver osato sfidare camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita e i loro emissari. Mai gli italiani, che si sono accontentati di paghe da fame, ancora più basse dei loro compagni di sventura, piegati dal potere di assoggettamento e di intimidazione dei loro fornitori di lavoro, più rassegnati degli altri alle logiche criminali e al vincolo di omertà mai sconfitto nel nostro Sud.
Ha ragione Martina a dire che il caporalato si combatte con gli stessi strumenti utilizzati per combattere le mafie. Perché di un affare di mafia si sta parlando, affare che si nutre ancora oggi della disperazione, della fame, della concorrenza tra poveri.

*pubblicato su L’Unità del 21 agosto 2015