Il voto e la mafia, democrazia in vendita

Rosaria Capacchione*

Tutto è in vendita, nel mondo globale. Anche la democrazia. Con una gradualità nella sua progressiva compromissione, nella corrosione del rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, nel tradimento dei valori repubblicani contenuti nella Costituzione. Una gradualità che inizia con l’accettazione di piccoli favori, preferiti  ai diritti, e che via via diventa reciproca convenienza alla corruzione e a una gestione particolare, privata, della cosa pubblica. Gestione che in terre di mafia diventa essa stessa carattere distintivo della mafia.

E’ il voto lo strumento dello scambio: il voto amministrativo e il voto politico, passando per le elezioni di organismi di categoria e financo per le primarie. La libera espressione del proprio consenso barattato con la promessa di favori o di protezione, coartata attraverso la ricerca di procacciatori di voti capaci di imporre, in virtù del proprio potere, una preferenza piuttosto che un altra, un candidato (o un partito) al posto dell’altro.

Se c’è una patologia che ha dissanguato la nostra democrazia è da ricercare appunto nei meccanismi del consenso: nelle regioni meridionali, dove tradizionalmente sono insediate le organizzazioni mafiose, e poi via via – seguendo la linea della palma, salita ben più dei 500 metri all’anno ottimisticamente indicati da Leonardo Sciascia più di 50 anni fa e arrivata ormai  alle Alpi – in quelle del Nord, che la vulgata voleva esenti da infiltrazioni della criminalità organizzata. Le ultime inchieste giudiziarie che hanno riguardato la Lombardia, il Piemonte, la Ligura, hanno definitivamente spazzato ogni residua illusione sulla immunità di quelle regioni  nelle quali, anzi, più evidente si è rivelata la ricerca da parte del candidato di quel consenso acquistabile da soggetti collegati alla ndrangheta. Voti comprati con denaro contante ma più ancora con la promessa di futuri favori o di una più generica, e insidiosa, messa a disposizione della propria amicizia e disponibilità.

Nei confronti della mafia  e della politica c’è bisogno, dunque, di una profonda bonifica sociale. E in questa direzione va la modifica dell’articolo 416 ter del codice penale, che punisce il voto di scambio politico-mafioso. Reato che nella formulazione in vigore è stato scarsamente applicato, vista la quasi impossibilità di dimostrare la compravendita del consenso attraverso la dazione di denaro, essendo piuttosto altre utilità – appalti, servizi, pubbliche forniture, assunzioni nelle partecipate – la moneta utilizzata dalla parte politica per ricompensare il procacciatore mafioso di consensi.  Nella formulazione licenziata dalla Camera, così come abbiamo evidenziato sin dal primo momento in commissione giustizia, il reato continuava a essere destinato alla non applicazione. Aveva sì esteso l’oggetto dello scambio aggiungendo le “altre utilità” già così indicate – per esempio – nell’articolato degli articoli 318 e 319 del codice penale che puniscono la corruzione; ma aveva introdotto altri termini, come il procacciamento o la consapevolezza della metodologia mafiosa utilizzata dal venditore di voti, che avrebbe obbligato il giudice a dimostrare l’effettività del procacciamento con l’uso delle armi o altri sistemi intimidatori, imponendo di fatto una probatio diabolica. Ancora, lasciava nel limbo dell’impunità quei comportamenti preparatori allo scambio e, ovviamente, l’accordo tra il politico e il mafioso, a prescindere dall’esito dello stesso. Accordo, vale la pena di ricordare, che rappresenta il vero vulnus, il momento di caduta verticale delle regole democratiche a vantaggio di quelle mafiose, e che presuppone la messa a disposizione del soggetto mafioso di beni che appartengono alla collettività.

Inchieste sempre più numerose della magistratura dimostrano che il voto di scambio diventa sempre più decisivo nel determinare gli equilibri della politica italiana. Ha assunto, inoltre, modalità e proporzioni sistematiche grazie alla mediazione assicurata dalla criminalità organizzata. Oggi non è più solo il singolo uomo politico a promettere qualcosa in cambio di un voto al singolo elettore: interi blocchi di voti, in alcuni casi decine di migliaia, sono venduti al miglior offerente dai clan mafiosi.

Chi si occupa quotidianamente di indagini sulla criminalità organizzata stima che l’incidenza del voto di scambio di matrice mafiosa sia quantificabile in un 5 per cento delle prefernze nelle regioni del nord. Sa anche che il il potere economico (ancor prima che militare) della criminalità organizzata sta proprio lì dove manca quello dello Stato, incapace di offrirsi come alternativa appetibile alla mafia ancor prima che di contrastarla efficacemente. Anche perché, come ha sostenuto Salvatore Lupo, c’è una “richiesta di mafia” in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico che ancora pretende di essere soddisfatto.

Le inchieste degli ultimi anni sono un segnale inequivocabile della necessità immediata di agire per contrastare il voto di scambio. Il compiuto esercizio del diritto di voto è possibile solo se la competizione elettorale si svolge nel pieno della legalità: obiettivo che nel contesto italiano passa necessariamente dal deciso contrasto della criminalità organizzata che con questo provvedimento avrà incassato un significativa e durevole sconfitta.

*intervento in Senato durante la discussione generale sulla modifica del 416 ter del codice penale

 

Comunali, voto di scambio a Maddaloni, intervenga il Prefetto

A Maddaloni (Caserta, ndr) sono in corso episodi di voto di scambio, con elargizione di denaro, in particolare nella zona di via Feudo. Invitiamo il Prefetto a disporre ancora più incisivi controlli, anche alla luce dell’inquietante episodio che ha riguardato un seggio a Cancello e Arnone.