Casamonica, pure il trash può essere mafia

Rosaria Capacchione*
C’è un filmato, tra i tanti che girano in queste ore sulla rete, che spiega come è potuto accadere e perché potrà accadere ancora. Non è quello del carro con il tiro a sei, non quello della folla e delle auto di lusso parcheggiate sul sagrato della chiesa, e nemmeno quella delle imbarazzanti dichiarazioni del parroco. No, è invece quello, più intimo e familiare, che riprende Vittorio Casamonica in tenuta da Soprano’s, con una improbabile cravatta larga una ventina di centimetri attraversata da fasce luccicanti, che canta My Way cercando di imitare la postura di Frank Sinatra. Tra i suoi amici ce n’è uno che giocherella con un orologio, un Rolex, di oro massiccio e brillanti. In apparenza è gente ricca che si diverte alla buona. In fondo, don Vittorio è zingaro e burino, culturalmente prossimo a quell’Antonio Polese, il “Boss delle cerimonie”, che ha imperversato per una intera stagione televisiva mettendo in mostra, su Real Time, il non plus ultra della cafonaggine matrimoniale e del camorra-style: cocchi dorati, abiti rinascimentali, vasellame simil reale. Impossibile non ridere, nell’uno e nell’altro caso.

Il fatto è che, per ragioni imperscrutabili, si tende a credere – a Roma come in certa parte della Campania – che un burino che strappa un sorriso sia sostanzialmente innocuo. Nei video non c’è traccia di lupare e pistole, di coppole – dritte o storte – nemmeno l’ombra. Non si sente parlare in siciliano, in calabrese, in casalese, in napoletano. Vittorio Casamonica, dunque, è solo la quintessenza dello zingaro ricco: magari ladro, magari strozzino, magari assassino, ma mafioso… ma dai, la mafia è una cosa seria.
Ecco, a Roma la pensano così. Un po’ tutti. La gente comune, poliziotti, carabinieri, finanzieri, pure qualche magistrato, pure la base dei partiti. I commercianti che pagano il pizzo no, ma in fondo in fondo don Vittorio Casamonica e i suoi figli e nipoti e cugini, ha garantito a molti liquidità di cassa, recupero di crediti altrimenti inesigibili, un minimo di tranquillità sociale in quella suburra che va dalla Romanina a Ostia, anche questa in mano agli zingari.
Ora, se l’invisibile Matteo Messina Denaro concede le stesse cose in Sicilia non c’è dubbio che stia esercitando il suo ruolo di capomafia; se nell’agro aversano Antonio Iovine e Michele Zagaria, silenziosi e vestiti con la sobria eleganza dei ricchi di lungo corso, taglieggiavano e assicuravano pace sociale, senza dubbio erano capicamorra. Nella Roma caciarona e superficiale si vorrebbe, invece, che i nuovi mafiosi avessero più stile, fossero lombrosianamente riconoscibili per consentire a chi non sa (e non ha tanta voglia di sapere) di capire al volo. Prendiamo il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco. Non è arrivato all’impudenza del collega di Oppio Mamertina, che un anno fa minacciò dal pulpito i giornalisti che avevano ripreso l’inchino della Madonna davanti alla casa del capomafia, ma è sulla buona strada. Lui, don Giancarlo Manieri, non sapeva che il morto fosse un delinquente (non legge i giornali, evidentemente), non ha visto e non ha sentito: non le gigantografie di don Vittorio affisse sul sagrato, non le scritte blasfeme (ma come dovrebbe conquistarlo, il vecchio Casamonica, il paradiso? con due minacce, con mazzette di denaro? ), non i petali di rose, non le pale dell’elicottero che volteggiava sulla sua testa, non le musiche de “Il padrino”. Il carro funebre sì, quello lo ha visto.

Lui non ha visto e non ha sentito, e con lui chierichetti, aiutanti, fedeli di passaggio. Lo so, è una illazione, ma sospetto che i parenti del defunto abbiano lasciato nella cassetta delle elemosine un’offerta degna del suo rango mafioso: in fondo, una piccola scorciatoia già battuta per diventare re di Roma e che potrebbe funzionare per la scalata dei Cieli. Secoli fa si chiamava vendita delle indulgenze.
A sud del Garigliano storie così sono storie di vita quotidiana. Funerali come quello di Vittorio Casamonica non se ne vedono più da almeno vent’anni (vietati dai questori per ragioni di ordine pubblico) ma le processioni con gli ossequi ai boss resistono al tempo e alle polemiche, in Calabria e in Campania soprattutto. La festa patronale, per esempio, in paesi ad alta densità mafiosa continua a essere il luogo privilegiato per l’esercizio del potere e per la ricerca del consenso. Prendiamo le gare dei “Gigli” (a Barra, Nola, Crispano): i capizona partecipano direttamente alle gare, finanziando la costruzione dei carri e accaparrandosi le migliori paranze di accollatori (gli uomini che portano a spalla le gigantesche macchine da festa).
L’esercizio del potere, appunto. Potere tirannico che assicura al popolino la festa, la farina e la forca. Potere mafioso che ha bisogno di simboli riconoscibili da tutti: in tempo di pace, non le armi ma l’ostentazione della ricchezza che si può ottenere entrando a far parte della stessa congregazione. I funerali, che per la Chiesa sono la Passione di ogni cristiano e che per questo, come nei riti pasquali, devono essere sobri, sono il momento di massima espressione di quel potere, con la chiamata alla partecipazione di quanti devono ossequio al defunto. Nei paesi del Mezzogiorno la morte del boss era accompagnata, sempre, dalla serrata dei negozi, obbligati a chiudere “per lutto”. E i sacerdoti che vietavano le celebrazioni solenni venivano puntualmente minacciati. Molti facevano buon viso, e accettavano l’offerta in denaro. Altri, ancora oggi, aderivano, compiaciuti o rassegnati: è il caso del parroco di Oppido Mamertina ma anche, per esempio, del viceparroco di San Cipriano d’Aversa che, una decina di anni fa, quando don Pino Puglisi e don Peppe Diana erano stati già uccisi da un pezzo, aveva benedetto una sala oratoriale intitolata a un noto riciclatore del clan dei Casalesi. La scusa? Che il morto era stato un benefattore.
Storie di mafia? Storie di mafia, certo, ma senza confini territoriali: non basta un fiume per mettere in salvo i romani da riti e tradizioni che hanno portato al disfacimento del Sud. E non serve liquidare il tutto come folclore da zingari. Però mettiamoci d’accordo: se l’ostentazione arcaica del potere mafioso attraverso i fasti di un funerale è solo folclore, se si grida allo scandalo se un professionista viene condannato per mafia e assolti, invece, i boss che con lui erano imputati; se fa ridere la mafia di ieri e non si riconosco i tratti di quella di oggi, non è che per caso, oggi più di ieri, c’è diffuso bisogno di mafia?

*pubblicato su L’Unità del 22 agosto 2015

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Camorra e politica, così funziona il mondo capovolto

Rosaria Capacchione

Avete pensato sul serio che la camorra si sia infiltrata nel cuore dello Stato con le minacce, le intimidazioni, l’ostentazione delle armi? Avete creduto, sia pure per un attimo, che i suoi rapporti con la politica siano stati mediati da faccendieri o imprenditori della terra di mezzo? Che vi sia una faccia presentabile dei Casalesi che si sia affacciata negli uffici della pubblica amministrazione “bussando con i piedi”, cioè con le mani occupate da bustarelle, regalie varie o magari una calibro 9? Ebbene, signori, archiviate per sempre queste convinzioni. Leggete le carte, ascoltate le conversazioni, e capirete cos’è davvero la camorra di nuova generazione. Camorra che non rapina ma che elargisce: consigli legali, suggerimenti amministrativi, prebende, incarichi, doppi incarichi, poltrone. E soldi, anche i soldi – in una sorta di voto di scambio al contrario – necessario a finanziare le primarie o il voto nei Comuni, alla Provincia, alla Regione. Camorra, come sempre, mediatrice di conflitti tra questa o quella corrente del partito che, di volta in volta, ospita quegli uomini funzionali ai suoi piani e ai suoi progetti. Uomini che non vengono contattati ma che contattano, chiedendo al capoclan, sia pur rappresentato dal cognato incensurato, il posto da manager, da dirigente sanitario, da addetto stampa, da capo dei servizi tecnici e informatici. All’occorrenza, anche un aiutino per la carriera politica di questo o quell’amico. Ce n’è per tutti: per l’Udeur, che a Caserta aveva il suo riferimento forte in Nicola Ferraro, poi travolto dalle inchieste (e dalle condanne) per concorso esterno, essendo l’interfaccia politica e imprenditoriale (è stato per oltre un decennio il dominus di Ecocampania, colosso dello smaltimento dei rifiuti) del gruppo Schiavone; e per il Pdl, che con Nicola Cosentino si era appropriato del controllo, politico e non solo, dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano”. Ma anche per il Pd appena nato – era il 2007 – sul quale una parte degli orfanelli dell’Udeur stavano scommettendo.
L’aspetto sorprendente dell’ultima inchiesta della Dda di Napoli – eredità qualificata che Antonello Ardituro ha lasciato ai colleghi prima di trasferirsi al Consiglio Superiore della Magistratura – è, però, un altro. E cioè il ribaltamento dei ruoli, lo sdoganamento di personaggi di dubbia moralità però promossi al rango di consigliere d’affari. L’interlocutore di funzionari, politici , imprenditori o aspiranti tali era (è morto tre anni fa) un signore a nome Francesco Zagaria, omonimo del capoclan ma anche e soprattutto suo cognato. Parentela strettissima e mai nascosta. Francuccio, come lo chiamavano, era il convitato di pietra di tutti gli affari e gli accordi che a nome dell’uno o dell’altro venivano raggiunti nell’ambito della sanità pubblica in Campania: dal 2003 e almeno fino alla fine del 2013, quando la Dia di Napoli ha chiuso le indagini. Morto lui, per un imprevedibile infarto che seguì di due settimane l’arresto di Michele Zagaria nel nascondiglio tecnologico di via Mascagni, a Casapesenna, il dominio sul più grande ospedale della provincia di Caserta è poi passato alla vedova, Elvira Zagaria, “femmina tosta” come la definiscono i sodali intercettati e i collaboratori di giustizia, che fino alla fine ha continuato a pretendere dagli imprenditori “della lista”, cioè i prestanome del fratello e del marito, i “soldi di sopra all’ospedale”.
Dunque, Francuccio: sempre presente ai pranzi e alle cene di Luigi Annunziata, il manager dell’ospedale morto anche lui qualche tempo fa; nella sua stanza; a casa sua a Terzigno, da dove fu organizzata la campagna elettorale per le primarie di Sandro De Franciscis, passato dall’Ulivo all’Udeur e poi al Pd, pretendente alla carica di segretario regionale sostenuto da Francesco Rutelli. La storia ufficiale ci racconta che fu sconfitto da Tino Iannuzzi e che arrivò ultimo; quella giudiziaria che Franco Zagaria mise mano alla tasca e pagò per quegli elettori che non avevano nessuna intenzione di lasciare la quota di un euro nelle casse del neonato partito. E poi al congresso dell’Udeur, che doveva certificare l’ingresso di Angelo Brancaccio, transfuga diessino travolto da un’inchiesta per corruzione. E, ancora, al fianco di Antonio Fantini, che fu potentissimo presidente della Regione Campania.
Dunque Francuccio, che in ospedale poteva contare sul dirigente dell’ufficio tecnico, Bartolomeo Festa, il cui incarico, scaduto ad agosto dello scorso anno, era stato stranamente prorogato dall’ultimo manager, arrivato dopo una controversa gestione commissariale e una commissione d’accesso che, chissà perché, in sei mesi di indagini non aveva scoperto neppure una delle gare d’appalto truccate evidenziate dagli atti d’indagine.
E con Francuccio, buona parte del management dell’azienda ospedaliera, che ne ha assecondato i desideri e chiesto e ottenuto il proprio tornaconto, economico o di potere, prestandosi anche a fare la guerra all’unico dirigente che ostacolava l’attività del comitato d’affari: durante la gestione di Annunziata e anche in quella successiva di Bottino, transitato dall’Asl all’ospedale.
Il romanzo nero scritto dai magistrati antimafia napoletani ha molte pagine non ancora scritte; altre, invece, annotate con l’inchiostro simpatico. In controluce, nelle dichiarazioni di imprenditori e manager coinvolti nel processo parallelo che nel 2013 portò al primo arresto di Bottino, si leggono altri nomi e altri abbozzi d’inchiesta. Si comprende meglio il ruolo di Nicola Cosentino nella scelta di persone di fiducia da collocare nei posti chiave dell’azienda, bancomat sempre pieno e imponente serbatoio di voti; si viene a sapere che l’attuale commissario provinciale di Forza Italia partecipò ai funerali di Franco Zagaria; che lo stesso aveva il badge per l’accesso agli uffici della Regione rilasciati dal consigliere Angelo Polverino; che con Francuccio anche altri uomini fidati di Michele Zagaria, come il consigliere provinciale Antonio Magliulo, erano della partita. E che gli imprenditori del “sistema Zagaria”, individuate da un’inchiesta giornalistica citata negli atti d’indagine, dopo l’arresto del capoclan provarono a truffarlo appropriandosi dei soldi che avevano in deposito fiduciario, per così dire, simulando un’improvvisa coscienza antiracket.
Pensavate davvero che i Casalesi fossero un branco di parvenu, rozzi ed essenzialmente violenti? Credevate davvero che la camorra in giacca e cravatta fosse solo quella di quattro imprenditori arricchiti e furbetti? L’imbarazzo è quello, invece, di trovarsi al cospetto del mondo capovolto, di un sistema tanto bene articolato da indurre a ritenere che sia lo Stato a cercare di infiltrarsi, faticosamente, in un pezzo di società completamente mafiosizzato. E che la strada da percorrere per riguadagnare qualche posizione è ancora lunga e difficile.

Le assoluzioni (sbagliate) e l’impunità dei Casalesi

Rosaria Capacchione*
Sì, lo so, ora diranno tutti che l’avevano capito. I più prudenti che l’avevano almeno sospettato. Ma quando accadde, non una ma una decina di volte, furono pochi a meravigliarsi in pubblico di quelle assoluzioni: pochi magistrati, pochissimi giornalisti. Tutti gli altri preferirono credere che quelle sentenze fossero solo la conseguenza di un eccesso di garantismo, del sistematico sminuzzamento del quadro indiziario che finiva per ridurre a zero il valore della prova, dell’ammissione di formidabili perizie foniche o balistiche che ribaltavano il quadro accusatorio. Forse è andata veramente così ma le parole di Antonio Iovine – parole come pietre, avrebbe detto Carlo Levi – danno invece sostanza all’ipotesi di compravendita della giustizia penale: l’assoluzione di un capoclan assassino in cambio di denaro. Mediatori, dice Iovine, alcuni avvocati appartenenti a una sorta di sistema specializzato nell’aggiustamento dei processi. Duecento milioni in un caso, duecentomila euro in un altro, pagati in due volte come nella migliore tradizione del voto di scambio: metà al momento dell’accordo, l’altra metà dopo il verdetto. Bugie di pentito? Millanterie di avvocato, magari più bravo o più fortunato dei colleghi? Oppure è vero, e dunque se il clan dei Casalesi è diventato mafia è stato perché della borghesia mafiosa hanno fatto parte anche alcuni magistrati?
L’unica cosa certa è che lo sapevano tutti che la IV Corte di Assise di Appello non credeva alla bontà delle dichiarazioni di Dario De Simone, il più preciso e pericoloso (per gli imputati) collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, il grande accusatore del processo Spartacus. Il presidente Pietro Lignola non gli credeva e lo metteva per iscritto, talvolta con una discreta dose di sarcasmo. Garantista con i Casalesi, giustizialista con i camorristi napoletani: evidentemente, suggerivano coloro che giuravano sulla sua buona fede, la qualità delle indagini sui “viddani” Casalesi lasciava molto a desiderare. Ma è un fatto che il sistematico scardinamento della credibilità di quello che era stato il numero tre del clan (e anche, a quel tempo, il più alto in grado dei pentiti) stava minando Spartacus nelle sue fondamenta. Per altro, su quel tema la IV Corte di Assise di Appello stava consolidando una corposa giurisprudenza di merito e proprio a quella sezione era destinato il maxiprocesso ai Casalesi.
Una volta, due volte, tre volte: Lignola aveva chiesto chiarimenti sull’isolamento disposto a carico di Francesco Schiavone-Sandokan, all’epoca (il 1998) capo dei Casalesi, che dal 41 bis era riuscito a far arrivare all’esterno lettere di minaccia. Aveva assolto tutti gli imputati dell’omicidio della psicologa formiana Paola Stroffolino e del suo amante Luigi Griffo, e cioè Michele e Vincenzo Zagaria, condannando il solo De Simone che pure aveva fatto trovare i cadaveri in una cisterna a mezza strada tra Parete e Giugliano, proprio di fronte al terreno sul quale oggi sono depositati alcuni milioni i tonnellate di ecoballe. Anche Antonio Iovine aveva beneficiato del garantismo dell’anziano giudice che compariva in aula indossando il tocco, impugnando un martelletto e lasciando in camera di consiglio il suo inseparabile cagnolino.
In tutti i casi la Corte di Assise di Santa Maria Capua aveva concluso l’istruttoria dibattimentale condannando quegli uomini, tutti pezzi da novanta del potentissimo e ferocissimo clan casertano.
Tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004 il primo incidente di percorso. Sulla scrivania del pm Francesco Curcio era arrivato un atto notarile trovato dalla Dia durante una perquisizione a Casapesenna. Documento trasmesso immediatamente al Csm con allegata una nota che segnalava la singolarità di alcune assoluzioni decise dalla IV Corte di Assise di Napoli e la possibile incompatibilità del suo presidente nel processo per il duplice omicidio Griffo-Stroffolino.
Nella relazione si riferiva che a dicembre del 1991 Lignola aveva venduto un appezzamento di terreno di due ettari, a Casapesenna, a una donna del posto, coltivatrice diretta. Quella donna era Maria Vicigrado, moglie di Domenico Zagaria, con il quale era in regime di comunione dei beni. Maria Vicigrado e Domenico Zagaria sono i genitori di Vincenzo Zagaria, boss dei Casalesi condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, all’epoca dei fatti già condannato, con sentenza passata in giudicato, per associazione camorristica nella qualità di appartenente al clan Bardellino. Opportunità avrebbe voluto, sottolineava la nota della Procura di Napoli, che il magistrato si fosse astenuto dalla trattazione del processo nel quale, ribaltando la decisione di primo grado, Zagaria era stato assolto.
Ad aprile del 2004 Napoli arrivarono gli ispettori del ministero della Giustizia: che acquisirono sentenze, ascoltarono testimonianze, tornarono a Roma senza decidere nulla ma invitando a una maggiore prudenza. Due anni e mezzo dopo, però, Vincenzo Zagaria era tornato di nuovo dinanzi al vecchio proprietario del terreno diventato dei suoi genitori. Era imputato, assieme al solito Dario De Simone, di uno degli omicidi più importanti della storia della camorra casalese: quello di Mario Iovine, braccio destro di Antonio Bardellino, ucciso in una cabina telefonica a Cascais.
Alla vigilia della decisione il parlamentare siciliano Beppe Lumia aveva chiesto al ministro Guardasigilli di accertare le ragioni della mancata astensione del giudice Lignola. Che quella volta fu costretto ad astenersi.
Il processo Spartacus, come da previsione, fu assegnato alla IV sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli ma non al collegio del presidente Lignola. La credibilità di Dario De Simone non è stata più messa in discussione, gli ergastoli sono diventati definitivi.

*pubblicato su Il Mattino del19 giugno 2014

Il pentimento del boss: imputato Iovine, ora confessi

Rosaria Capacchione*
Dunque, signor Iovine, ora ci dica come andò. Ci racconti lei, che nel clan dei Casalesi è entrato dal portone principale, come quel manipolo di delinquenti da strada è riuscito a trasformarsi in consorteria mafiosa, con quali complicità, con quali coperture. Parta dalla fine della storia, e non dall’inizio. E da quel «bar che lavora molto ed è sempre pieno di clienti» che vogliono «sfogliatelle fresche» sfornate a Caserta tutte le mattine. Non ci basterà leggere i retroscena di omicidi efferati, non ci soddisferà la ricostruzione dell’ennesima epopea camorristica fatta di piombo e sangue. Le basti sapere che noi sappiamo che Terra di Lavoro, grazie a lei e ai suoi amici, è diventata – ed è ancora – una sorta di Poisonville e che noi, noi cittadini testimoni di quasi trent’anni di gesta criminali, siamo pronti ad assistere all’ultimo atto di una lunghissima partita a scacchi, torneo in cui lo Stato è stato spesso sul punto di compiere mosse sbagliate, talvolta fatali, riuscendo però sempre a salvare la partita.
Dunque, signor Iovine, lei ha perso. Da giocatore, da scommettitore su scala industriale, potrebbe ancora accarezzare l’idea di tentare di strappare una patta, ma non ci provi. Perché tanto di lei si sa e tantissimo altro si vuole ancora sapere. Dicevamo del bar. Sì, proprio il bar di cui si parlava nella lettera anonima inviata a Michele Zagaria due anni fa, quella missiva in codice con il report di aggiornamento sui nuovi equilibri raggiunti dopo l’arresto del suo complice e sodale. Ci sembrò che l’Antonio citato fosse lei e che si parlasse di affari: investimenti commerciali, soprattutto, i soli che in tempi di stagnazione continuavano stranamente a funzionare. Negozi? Oppure l’inesauribile fila di clienti è quella, invece, degli imprenditori ancora in cerca di appalti? Di certo c’è la necessità urgente di sapere dove ha conservato i suoi soldi. E dov’è il forziere, mai trovato, del suo amico Francesco Schiavone. E dove gli investimenti della famiglia Zagaria. Non parliamo (non parliamo soltanto) di ville e villaggi turistici, come quelli sequestrati in Puglia qualche tempo fa, ma di soldi, di denaro contante, quello che è servito – per esempio – per pagare le vacanze a Montecarlo, a Parigi, sulle montagne dell’Alsazia e della Lorena. Quello accumulato durante gli anni della bella vita romana. A proposito di Roma: non sarebbe male se ci parlasse dei tempi di Gilda, e di come sia riuscito a mettere le mani sulla discoteca più famosa della Capitale strappandola alla Banda della Magliana. Amici suoi? Soci occasionali? È grazie a loro che aveva messo le mani anche sulle slot, sulla linea più redditizia dei Monopoli? È con loro che suo cugino Mario aveva aperto i caseifici sul litorale di Ostia? Ci parli di Gilda, di chi la frequentava, di chi la gestiva. E ci dica se davvero era affidato alle cure di suo cugino Riccardo, quello che coprì l’ultimo tratto della latitanza di Setola lo stragista.
Ma queste, signor Iovine, sono ancora piccolezze. Perché lei certamente conosce alcuni dei misteri di questa dolorante parte d’Italia. I rifiuti, per esempio, e le coperture che hanno consentito vent’anni e più di emergenza. Lei, signor Iovine, compirà cinquant’anni tra qualche mese. Ne aveva venticinque quando diventò socio di Ecologia 89, la ditta che faceva da stazione appaltante per la raccolta illegale dei rifiuti sull’asse nord-sud. Poco più di un ragazzo, ma già nell’affare del secolo. Per la verità era ancora più giovane quando partecipò (così si racconta) al suo primo omicidio importante, quello di Ciro Nuvoletta. Era il 1984 e a quel tempo si disse che accanto ad Antonio Bardellino e Mario Iovine c’era pure ’o ninno, quel ninno bello (il bel ragazzino, il ragazzino dalla faccia d’angelo) così iniziato ai rituali di camorra. A proposito di Bardellino: ce ne parli, signor Iovine. Ci dica come andò veramente la storia e, soprattutto, ci dica chi oggi conserva la sua eredità: soldi, aziende, immobili che nessuno, proprio nessuno, ha mai cercato ma che hanno arricchito all’improvviso oscuri cottimisti, piccoli faccendieri, forse lo stesso patron delle ecomafie, Cipriano Chianese.
Parlavamo dei rifiuti. Ecco, non sarebbe male capire una volta e per tutte come, da Ecologia 89, si è potuti arrivare alle piazzole di cemento armato su cui sono accatastate le ecoballe, quelle per le quali i fratelli Pasquale e Giuseppe Mastrominico sono sotto processo per aver favorito il clan dei Casalesi. Anzi, proprio lei, signor Antonio Iovine. Ne aveva altre di piazzole? E quali sono, signor Iovine? E se tanto era riuscito a fare, non ci nasconda allora chi sono gli uomini politici che in questi lunghissimi anni l’hanno aiutata a crescere e a diventare uno dei capi dei Casalesi. E chi ha lusingato fornendo appoggio elettorale. Solo sindaci e consiglieri comunali del suo paese, oggi ancora commissariato? Sarebbe assai strano, anche se il suo paese, San Cipriano d’Aversa, è lo stesso di Bardellino. E a Napoli? E a Roma? Non poteva bastarle un piccolo consigliere comunale per manovrare in Regione o per controllare appalti e forniture nell’Azienda ospedaliera di Caserta. Il servizio mensa, per esempio, sul quale i camorristi di Marcianise non potevano chiedere tangenti perché era roba che apparteneva a lei. E le nomine nella stessa azienda, tutte decise a Napoli o ancora più su, pure (almeno in parte) controllate da lei. Fu in quell’ospedale che morì suo padre Oreste, lo ricorda? A quel tempo era latitante (chi l’avvertiva, signor Iovine, quando riusciva miracolosamente a scappare?). Così, per curiosità, andò a salutarlo prima dell’ultima ora?
A lei, signor Iovine, piace il mondo della sanità. Lo avevamo capito tantissimi anni fa, quando dalle parti di Frignano – dove lei fu arrestato per l’ultima volta prima della lunghissima latitanza seguita all’inchiesta Spartacus – ogni tanto veniva trovato qualche deposito clandestino di medicinali. Poi ha fatto il salto di qualità, e ha acquistato qualche grande farmacia destinata, almeno in apparenza, a sua figlia Filomena: che ha studiato, è andata all’università, si è laureata appunto in farmacia. Sa nulla, signor Iovine, del grande affare dei farmaci ospedalieri? E delle forniture in nero alle cliniche private? Ci spieghi, signor Iovine, perché alla gente le questioni di salute interessano assai più degli omicidi di mafia. Però le tocca parlare anche di questi, di quelli mai scoperti e di quelli di cui si sa tutto. Per esempio, di quelli della stagione del terrore setoliano. E del via libera che arrivò in un’aula di tribunale attraverso un proclama che portava anche la sua firma. Ce lo dica ora o mai più: perché il piombo e il sangue hanno sempre una ragione ma i tempi lunghi della giustizia hanno significato solo se sono l’anticamera della verità. Non siamo in un hard boiled, signor Iovine. Non c’è un altro Dashiell Hammett a scrivere il lieto fine di un’enclave mafiosa e purulenta. Ma sappia che di verità questo pezzo d’Italia ha urgente bisogno. Per ricominciare.

*pubblicato su Il Mattino del 24 maggio 2014

Il contesto: il caso Cosentino e tutti gli altri. Ecco cosa frena lo sviluppo del Sud

Rosaria Capacchione*

Un metodo. Un sistema rodato e funzionante, che ha trasformato Cosa Nostra, la camorra e la ‘ndrangheta in holding affaristiche e interi settori (il calcestruzzo, il movimento terra, la logistica, la distribuzione delle derrate alimentari) dell’economia italiana in comparti para-mafiosi. E’ il tavolino a tre gambe descritto da Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, che la famiglia Zagaria ha successivamente raffinato fino a riassumere in una sola persona tutti i perni della stessa piattaforma. E’ lo schema che è possibile riconoscere negli atti d’indagine che hanno portato in carcere Nicola, Giovanni e Antonio Cosentino. Inchiesta in cui la contiguità con i Casalesi fa da sfondo ma che racconta, al di là delle contestazioni del giudice e i risvolti processuali, un sistema finanziario e politico che ha impedito e ancora impedisce il normale sviluppo economico del Mezzogiorno d’Italia. E’ un sistema talmente vantaggioso per chi lo adotta e ne fa parte da essere diventato contagioso, espandendosi in altre parti del Paese: in Piemonte, in Liguria, in Emilia Romagna, in Toscana, nella Lombardia che si appresta a rilanciare il prodotto Italia con Expo 2015. Ma è nel Sud, per la precisione alla periferia dell’area metropolitana di Napoli, che il tavolino a tre gambe (l’accordo tra politica, impresa e mafia) ha dato i suoi frutti più proficui. La sintesi è racchiusa nelle parole di Giovanni Cosentino, il più grande dei fratelli, il vero erede della fortuna accumulata dal padre Silvio nel dopoguerra con il commercio del carburante: “Chi ha più forza quello spara”…“Dove ci vuole la politica c’è mio fratello Nicola; dove ci vogliono i soldi ci sto io e dove ci vuole la forza c’è pure la forza”. Che l’abbia usata oppure no non ha alcuna importanza, perché in questa parte d’Italia a democrazia dimezzata è sufficiente sapere che l’uso della forza non è affatto monopolio dello Stato; e che tra i parenti e affini dell’interlocutore c’è effettivamente qualcuno che potrebbe usare la forza delle armi.
E’ impressionante vedere come il metodo mafioso del controllo del territorio sia stato applicato dall’Aversana Petroli al controllo della distribuzione del carburante. Non un solo impianto doveva e poteva sfuggire alla ditta. E non solo a Casal di Principe, dove poteva valere una sorta di tutela dell’onore, di lesa maestà di confine. No, la regola valeva per tutta la provincia, anche alle porte di Caserta, senza nessuna effettiva ragione commerciale, con il ricorso sistematico a prestanome: a Casagiove come a Casapesenna, dimostrando così una notevole sensibilità ai mutevoli equilibri della camorra che spara. In questo contesto il ruolo di Nicola Cosentino, il politico, appare servente rispetto all’impresa di famiglia. Se non ci fosse stato lui, ne sarebbe stato trovato un altro altrettanto disponibile a fornire gli stessi servigi.
Ma fa impressione anche un altro dato, che definisce il limite di tanto strapotere: l’incapacità di pensare in grande, nonostante l’interlocuzione quotidiana e la familiarità con i vertici delle grandi compagnie petrolifere e del comparto energetico italiano. Guardiamo, per esempio, all’evoluzione dei grandi capitali in America, soprattutto a quelli di origine dubbia: alle seconde e alle terze generazioni è toccato il compito di riscattare, almeno in parte, le ambiguità dei genitori restituendo alle università, alle fondazioni, alle organizzazioni benefiche, una quota del maltolto. Quei capitali si sono moltiplicati anche in virtù del consenso sociale guadagnato attraverso la distribuzione (non clientelare) di posti di lavoro o di assistenza. Ebbene, nel nostro caso nulla di tanto è all’orizzonte. Anzi. Nel sistema del tavolino a tre gambe non c’è spazio per chi non fa parte della stessa cordata: appalti, forniture, benefici, licenze, posti di lavoro sono le briciole riservate clientelarmente a chi partecipa all’affare e lo agevola. Tutti gli altri sono esclusi, emarginati, messi nell’angolo, costretti a difendersi in tribunale da denuncie strumentali, attaccati da giornali locali (emblematica la cena tra Giovanni Cosentino e l’allora direttore di un quotidiano casertano) che dello scandalo hanno fatto la loro ragion d’essere.
Il Far West? Qualcosa di molto simile. In realtà una terra di camorra è fatta proprio così, per quanto ostico possa sembrare ammetterlo. E in una terra così è molto più facile adeguarsi che combattere. Vale anche per i pezzi dello Stato che per lunghissimi anni hanno fatto finta di non vedere e di non capire cosa si nascondeva dietro alcuni potentati economici che hanno dominato a lungo tra Napoli e Caserta nei comparti dell’edilizia, della sanità, dei rifiuti, dei trasporti, dell’energia (come in questo caso); dietro il trasferimento o l’isolamento di poliziotti e di carabinieri; dietro l’inutile rincorrere carte altrettanto inutili; dietro gli infiniti depistaggi di denunce posticce. Potentati che hanno mosso molto denaro senza produrre vera ricchezza. Leonardo Sciascia ne ha fatto capolavori, di storie così. Lo ha fatto, talvolta, senza mai nominare la parola mafia ma di mafia, indubbiamente, parlando.

*intervento pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – ed. Napoli il 5 aprile 2014