Bagheria, la rivolta lenta contro i signori del racket

Rosaria Capacchione*
A veder scorrere il rullo delle agenzie di stampa sembra di essere tornati indietro di un quarto di secolo. Sono gli stessi titoli della rivolta dei commercianti di Capo d’Orlando, gli stessi della denuncia di Libero Grassi, gli stessi della vigilia della sua uccisione per quel suo “no” detto alla mafia del pizzo. C’è voluto tanto tempo, troppo tempo, perché trentasei commercianti e imprenditori trovassero la forza di rivolgersi allo Stato e di mettere la firma sotto l’atto di accusa contro boss di vecchia e nuova generazione. Qualcuno lo ha fatto perché si è fatto coraggio, qualche altro perché il coraggio lo ha trovato dopo la spintarella del pentito Sergio Flamia, che ai magistrati ha fatto i nomi di vittime e carnefici del racket in terra di Bagheria, il mandamento che fu il regno di Bernardo Provenzano, da nove anni ormai al carcere duro.

Leggo i titoli della “rivolta degli onesti” e immagino il sorriso amaro di Libero Grassi, che sarebbe stato contento perché la sua vita non era stata perduta invano e la vittoria finalmente arrivata: in ritardo, stentata, sospirata ma lungamente attesa. E spero che questa volta non sia un fuoco di paglia e che ci sia davvero, in Sicilia, la voglia di voltare pagina e chiudere per sempre un capitolo tragico della sua storia. Capitolo lunghissimo, segnato da lutti e da speranze tradite, da mobilitazioni collettive che sembravano destinate a sovvertire il sistema mafioso e che si sono scontrate con gli scandali degli ultimi mesi che hanno travolto i portabandiera di quella rivoluzione culturale che va sotto il nome di antimafia: da Montante a Helg fino al giudice Saguto.
Ecco, a Bagheria ha vinto quella parte di società civile che, nonostante tutto, ha continuato a credere alla possibilità di un mondo senza cosche, di lavoro senza tangenti, di una vita vissuta dignitosamente senza più sudditanza agli esattori delle tangenti. E che si è fidata dello Stato, dei carabinieri e della Procura. Per disperazione o per precisa volontà ha poca importanza, ma quei trentasei imprenditori e commercianti, insieme o in ordine sparso, hanno compreso che nonostante le brutte cose degli ultimi tempi, nonostante la rovinosa caduta di molti simboli della loro stessa battaglia, lo Stato colluso e ammiccante di qualche anno fa non esiste più e che le singole deviazioni non intaccano un sistema che combatte Cosa Nostra con costanza e grande professionalità.
Ma la storia di Bagheria impone delle riflessioni. La retata di ieri mattina ha confermato che la lotta al racket è lotta di squadra: il singolo imprenditore da solo fa poca strada, frenato nella denuncia dalla paura (umana e giustificata dalla violenza degli esattori), dall’ostracismo di chi non ritiene di fare la stessa scelta, dai tempi lunghi della giustizia, dalla preoccupazione per la sorte futura. Tutti insieme ci si fa compagnia, ed è per questo che da Capo d’Orlando in poi sono nate decine di associazioni antiracket. Che a Bagheria (e non solo) non hanno però centrato l’obiettivo o lo hanno fatto con estremo ritardo. Non è un dettaglio di poco conto il fatto che, salvo l’eccezione di tre imprenditori, tutti gli altri si siano rivolti ai carabinieri dopo la segnalazione del pentito Flamia, che del mandamento di Provenzano è stato il cassiere. Accade decine di volte anche in Campania, con la denuncia controfirmata solo dopo le confessioni dei camorristi che incassavano le rate del pizzo e dopo la scoperta dei libri mastri, con tanto di nome delle vittime e dell’importo pagato.

Non è un dettaglio da poco perché è rivelatore di sfiducia, di diffidenza nei confronti delle associazioni antiracket e, soprattutto, di rassegnazione. Evidentemente, gli indubitabili successi di investigatori e magistrati non sono riusciti, in venticinque anni, a rimuovere la sensazione di ineluttabilità della sudditanza alle mafie che anima lo spirito e la mente di chiunque faccia impresa o commercio al di sotto della linea del Garigliano. La lezione che arriva dalla Sicilia non può, dunque, essere sottovalutata. C’è bisogno di continuare a lavorare per riannodare i fili tra cittadini e istituzioni giudiziarie, c’è necessità di rimboccarsi le maniche e affinare l’offerta a chi trova il coraggio di prendere posizione contro le mafie: ampliando il ventaglio delle tutele – proposte interessanti sono contenute nella relazione presentata la settimana scorsa dal gruppo di lavoro sui testimoni di giustizia, istituito dal ministero dell’Interno, e in quella della commissione antimafia, approvata alcuni mesi fa – e riducendo al minimo il tempo per le provvidenze (non solo economiche) a chi ha bisogno e diritto alla protezione della legge. Che non può permettersi di non essere rapida ed efficiente. L’alternativa è che l’altra industria della protezione, quella mafiosa, che di rapidità ed efficenza ha fatto il suo marchio di fabbrica, prenda il sopravvento, piegando con le armi la disperazione e riducendo al silenzio chi rivendica il diritto alla libertà di essere cittadino imprenditore.

*pubblicato su L’Unità del 3 novembre 2015

L’Antimafia decaduta

Rosaria Capacchione*

Il campanello d’allarme era suonato già da qualche anno. Magistrati in ordine sparso, nomi pesanti della prima antimafia, da tempo andavano dicendo – inascoltati o, peggio, liquidati come vecchi tromboni – che lo spirito della “Primavera di Palermo” si era ormai dissolto, sacrificato a logiche di opportunismo o di interesse personale. Anche investigatori che avevano partecipato alla cattura di latitanti si univano al coro, avvertendo che si respirava un’aria strana in “certa antimafia”. Pure la cronaca suggeriva prudenza: imprenditori doppiogiochisti in Sicilia e in Campania, amministratori pubblici in Calabria. Pesci piccoli, certo, nomi noti solo agli addetti ai lavori, ma poi è iniziata la valanga: Antonello Montante, Lorenzo Diana, Roberto Helg, la messe di imprenditori dell’agro aversano che, dopo aver contribuito alle fortune del capo dei Casalesi, ha cercato di rifarsi una verginità confluendo, all’indomani dell’arresto del camorrista, in una associazione. Poi il caso di Silvana Saguto e l’accusa di essere lei, la presidente della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il capo di una sorta di cupola affaristica specializzata nella gestione domestica dei patrimoni confiscati a Cosa Nostra. E con lei, indagata e rimossa dall’incarico, rischia di crollare l’intera impalcatura che ha sorretto per oltre vent’anni il contrasto alla criminalità organizzata. Un’impalcatura fatta di leggi, che si sono via via affinate, ma soprattutto di consenso sociale.

Il fatto è che l’antimafia dei patrimoni ha intaccato in maniera tangibile il potere delle mafie ma ne ha creato un altro: non ovunque, non sempre, ma in maniera strisciante in mezza Italia è nato un fronte intangibile, insospettabile a prescindere, per troppi anni inesplorabile perché troppo rischioso e deflagrante sarebbe stato approfondire quei dubbi e quelle chiacchiere che giravano intorno alla gestione delle immense ricchezze sottratte alla criminalità organizzata. Gestione che troppe volte si è preferito ammantare di un alone di santità, trasformando in maniera dogmatica l’opera di quella nuova élite in attività sacrale e per questo non criticabile. Operazione che ha fatto proseliti e tifosi, inconsapevoli e in perfetta buona fede, che hanno contribuito a radicalizzare le posizioni: per manifesto bisogno di giustizia soddisfatto troppo spesso da simboli, vessilli e da una qualsiasi verità, non dalla verità.

Se n’era accorto anche don Luigi Ciotti, che l’antimafia sociale ha inventato: “L’antimafia è ormai una carta d’identità, non un fatto di coscienza. Se la eliminassimo, forse sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione”. Eppure si è preferito non guardare, girare la testa dall’altra parte. Nella migliore delle ipotesi, immaginare che le perplessità di taluni – è il caso del prefetto Caruso, durante la recente audizione in commissione antimafia, che aveva sollevato dubbi sugli incarichi conferiti dal giudice Saguto – potessero essere propedeutiche alla delegittimazione di personaggi molto esposti nel contrasto alla criminalità organizzata.

Ma il problema è un altro. Da qualche anno le organizzazioni mafiose hanno sostanzialmente deposto le armi, pur conservando integra la possibilità di tornare a sparare se e quando ne avranno voglia e convenienza. Hanno capito, infatti, che la mancanza di omicidi produce un progressivo abbassamento della tensione etica che si manifesta quando prevale l’orrore per la morte violenta e che, di conseguenza, si ingenera la convinzione diffusa che il pericolo sia passato. Hanno capito anche che la  crisi economica, alla lunga, avrebbe riportato sotto la propria amministrazione centinaia e centinaia di persone prive di lavoro, di denaro, di prospettive. Sanno di avere dalla loro il giustizialismo forcaiolo di quanti identificano l’antimafia con le politiche securitarie fatte di innalzamenti delle pene e di manette a ogni costo. E sanno pure che la generalizzazione populistica su ciò che è mafia finisce per produrre l’effetto contrario: se tutto è mafia niente più è mafia, e se diventa mafia anche ciò che mafia non è “allora sorge la pubblica protesta, ciascuno teme per sé”, scriveva Voltaire nel Trattato sulla tolleranza. Nulla ha insegnato la storia del secolo scorso, con gli interventi del prefetto Mori in Sicilia e del maggiore Anceschi in Campania: che misero nell’angolo Cosa Nostra e camorra salvo ritrovarsele più forti e pervasive di prima subito dopo la caduta del fascismo. Hanno capito, le mafie, prima ancora di tutti gli altri, che il tallone di Achille dello Stato era l’umana debolezza dei suoi rappresentanti, e che questo aveva al suo interno la proteina – sempre la stessa, la bramosia di denaro e di potere – che lo rendeva simile ai suoi antagonisti. Anche perché in buona parte del Paese lo Stato non è stato in grado di garantire quei servizi essenziali, e soprattutto il lavoro, capaci di restituire dignità ai singoli cittadini e di renderli, quindi, immuni dal contagio mafioso. Operazione economica ma anche culturale, che presuppone la consapevolezza – che dubito sia sufficientemente diffusa – di una mai superata questione meridionale.
Diceva Giovanni Falcone che la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano ma un organismo che «vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società». Aggiungeva che questo brodo di coltura comporta «implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione». Il consenso, appunto, che in quella parte di popolazione liberata dal dominio di Cosa Nostra e camorra ma non ancora libera, e che in Sicilia, Campania, Calabria non è mai venuto meno. Ora che tutti vediamo il re nudo sarebbe un errore tragico continuare a ignorare l’esistenza di una ancora diffusa empatia culturale verso il disegno eversivo della mafie, e l’esistenza di una parte di borghesia che impersona il «bisogno di mafia» di una parte del Paese. Ed è per questo che la verità, tutta e subito, su chi dell’antimafia ha fatto strame, è indispensabile: senza sconti e senza reticenze, ora più che mai intollerabili e pericolose.

*pubblicato su L’Unità del 26 ottobre 2015

Casamonica, pure il trash può essere mafia

Rosaria Capacchione*
C’è un filmato, tra i tanti che girano in queste ore sulla rete, che spiega come è potuto accadere e perché potrà accadere ancora. Non è quello del carro con il tiro a sei, non quello della folla e delle auto di lusso parcheggiate sul sagrato della chiesa, e nemmeno quella delle imbarazzanti dichiarazioni del parroco. No, è invece quello, più intimo e familiare, che riprende Vittorio Casamonica in tenuta da Soprano’s, con una improbabile cravatta larga una ventina di centimetri attraversata da fasce luccicanti, che canta My Way cercando di imitare la postura di Frank Sinatra. Tra i suoi amici ce n’è uno che giocherella con un orologio, un Rolex, di oro massiccio e brillanti. In apparenza è gente ricca che si diverte alla buona. In fondo, don Vittorio è zingaro e burino, culturalmente prossimo a quell’Antonio Polese, il “Boss delle cerimonie”, che ha imperversato per una intera stagione televisiva mettendo in mostra, su Real Time, il non plus ultra della cafonaggine matrimoniale e del camorra-style: cocchi dorati, abiti rinascimentali, vasellame simil reale. Impossibile non ridere, nell’uno e nell’altro caso.

Il fatto è che, per ragioni imperscrutabili, si tende a credere – a Roma come in certa parte della Campania – che un burino che strappa un sorriso sia sostanzialmente innocuo. Nei video non c’è traccia di lupare e pistole, di coppole – dritte o storte – nemmeno l’ombra. Non si sente parlare in siciliano, in calabrese, in casalese, in napoletano. Vittorio Casamonica, dunque, è solo la quintessenza dello zingaro ricco: magari ladro, magari strozzino, magari assassino, ma mafioso… ma dai, la mafia è una cosa seria.
Ecco, a Roma la pensano così. Un po’ tutti. La gente comune, poliziotti, carabinieri, finanzieri, pure qualche magistrato, pure la base dei partiti. I commercianti che pagano il pizzo no, ma in fondo in fondo don Vittorio Casamonica e i suoi figli e nipoti e cugini, ha garantito a molti liquidità di cassa, recupero di crediti altrimenti inesigibili, un minimo di tranquillità sociale in quella suburra che va dalla Romanina a Ostia, anche questa in mano agli zingari.
Ora, se l’invisibile Matteo Messina Denaro concede le stesse cose in Sicilia non c’è dubbio che stia esercitando il suo ruolo di capomafia; se nell’agro aversano Antonio Iovine e Michele Zagaria, silenziosi e vestiti con la sobria eleganza dei ricchi di lungo corso, taglieggiavano e assicuravano pace sociale, senza dubbio erano capicamorra. Nella Roma caciarona e superficiale si vorrebbe, invece, che i nuovi mafiosi avessero più stile, fossero lombrosianamente riconoscibili per consentire a chi non sa (e non ha tanta voglia di sapere) di capire al volo. Prendiamo il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco. Non è arrivato all’impudenza del collega di Oppio Mamertina, che un anno fa minacciò dal pulpito i giornalisti che avevano ripreso l’inchino della Madonna davanti alla casa del capomafia, ma è sulla buona strada. Lui, don Giancarlo Manieri, non sapeva che il morto fosse un delinquente (non legge i giornali, evidentemente), non ha visto e non ha sentito: non le gigantografie di don Vittorio affisse sul sagrato, non le scritte blasfeme (ma come dovrebbe conquistarlo, il vecchio Casamonica, il paradiso? con due minacce, con mazzette di denaro? ), non i petali di rose, non le pale dell’elicottero che volteggiava sulla sua testa, non le musiche de “Il padrino”. Il carro funebre sì, quello lo ha visto.

Lui non ha visto e non ha sentito, e con lui chierichetti, aiutanti, fedeli di passaggio. Lo so, è una illazione, ma sospetto che i parenti del defunto abbiano lasciato nella cassetta delle elemosine un’offerta degna del suo rango mafioso: in fondo, una piccola scorciatoia già battuta per diventare re di Roma e che potrebbe funzionare per la scalata dei Cieli. Secoli fa si chiamava vendita delle indulgenze.
A sud del Garigliano storie così sono storie di vita quotidiana. Funerali come quello di Vittorio Casamonica non se ne vedono più da almeno vent’anni (vietati dai questori per ragioni di ordine pubblico) ma le processioni con gli ossequi ai boss resistono al tempo e alle polemiche, in Calabria e in Campania soprattutto. La festa patronale, per esempio, in paesi ad alta densità mafiosa continua a essere il luogo privilegiato per l’esercizio del potere e per la ricerca del consenso. Prendiamo le gare dei “Gigli” (a Barra, Nola, Crispano): i capizona partecipano direttamente alle gare, finanziando la costruzione dei carri e accaparrandosi le migliori paranze di accollatori (gli uomini che portano a spalla le gigantesche macchine da festa).
L’esercizio del potere, appunto. Potere tirannico che assicura al popolino la festa, la farina e la forca. Potere mafioso che ha bisogno di simboli riconoscibili da tutti: in tempo di pace, non le armi ma l’ostentazione della ricchezza che si può ottenere entrando a far parte della stessa congregazione. I funerali, che per la Chiesa sono la Passione di ogni cristiano e che per questo, come nei riti pasquali, devono essere sobri, sono il momento di massima espressione di quel potere, con la chiamata alla partecipazione di quanti devono ossequio al defunto. Nei paesi del Mezzogiorno la morte del boss era accompagnata, sempre, dalla serrata dei negozi, obbligati a chiudere “per lutto”. E i sacerdoti che vietavano le celebrazioni solenni venivano puntualmente minacciati. Molti facevano buon viso, e accettavano l’offerta in denaro. Altri, ancora oggi, aderivano, compiaciuti o rassegnati: è il caso del parroco di Oppido Mamertina ma anche, per esempio, del viceparroco di San Cipriano d’Aversa che, una decina di anni fa, quando don Pino Puglisi e don Peppe Diana erano stati già uccisi da un pezzo, aveva benedetto una sala oratoriale intitolata a un noto riciclatore del clan dei Casalesi. La scusa? Che il morto era stato un benefattore.
Storie di mafia? Storie di mafia, certo, ma senza confini territoriali: non basta un fiume per mettere in salvo i romani da riti e tradizioni che hanno portato al disfacimento del Sud. E non serve liquidare il tutto come folclore da zingari. Però mettiamoci d’accordo: se l’ostentazione arcaica del potere mafioso attraverso i fasti di un funerale è solo folclore, se si grida allo scandalo se un professionista viene condannato per mafia e assolti, invece, i boss che con lui erano imputati; se fa ridere la mafia di ieri e non si riconosco i tratti di quella di oggi, non è che per caso, oggi più di ieri, c’è diffuso bisogno di mafia?

*pubblicato su L’Unità del 22 agosto 2015

Ciò che resta di latifondi, campieri, caporali e nuovi schiavi

Rosaria Capacchione*
Trent’anni dopo, il valore nominale del salario è invariato: a quei tempi, in Capitanata come nell’agro aversano o nel nocerino-sarnese, mille lire per ogni cassetta di pomodori, e fino a cinquanta al termine di una giornata di lavoro che iniziava quando ancora non era l’alba e finiva che era già il tramonto; oggi, due euro all’ora, che alla fine della giornata diventano venticinque. Oggi come allora, al lordo delle spese di trasporto, cioè la provvigione supplementare pagata dai braccianti al caporale, il venti per cento della giornata. Caporale che fa da intermediario esclusivo tra l’agricoltore e i braccianti, tra le organizzazioni mafiose e gli stagionali che si spostano da una parte all’altra dell’Italia per il raccolto di pomodori, uva, mele, fragole.
Non è storia di oggi, quella denunciata dal ministro Maurizio Martina: sono almeno settant’anni che mafia, camorra e ‘ndrangheta controllano il mercato delle braccia destinate all’agricoltura o all’edilizia con l’ausilio di padroncini e intermediari ai quali viene riconosciuta una provvigione. Attività interrotta solo in concomitanza con clamorose proteste di piazza. Era il 1989 quando dalla “Rotonda degli schiavi” di Villa Literno partì il primo sciopero dei manovali delle campagne: erano tutti centrafricani, tremila uomini che a luglio e agosto si trasferivano in massa nel paesino dell’aversano – neppure diecimila abitanti – che, a quel tempo, era la capitale del distretto dell’oro rosso. I caporali erano tutti tunisini, molti poi passati nelle file della camorra casalese con il ruolo di campieri, guardaspalle, killer. Due estati dopo, complice una virosi che distrusse il raccolto, gli stagionali cambiarono piazza e si concentrarono in Capitanata. Neppure il tempo di ambientarsi ed ecco, nel 1993, che latifondisti e caporali si coalizzarono contro i braccianti africani e li cacciarono in malo modo da Stortana, Stornarella, Orta Nova: erano troppi, contrattavano direttamente con i proprietari dei terreni, strappavano salari migliori. Poi la Calabria, Rosarno e la rivolta del 2010: un altro sciopero degli stagionali africani, che protestavano per le condizioni disumane in cui erano costretti a vivere dai soliti intermediari.
C’è un dato che decine e decine di storie tutte uguali che hanno contrassegnato la storia recente del nostro aere: le proteste e la richiesta di condizioni di vita e di lavoro dignitose sono arrivate solo dai braccianti stranieri, i soli ad aver osato sfidare camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita e i loro emissari. Mai gli italiani, che si sono accontentati di paghe da fame, ancora più basse dei loro compagni di sventura, piegati dal potere di assoggettamento e di intimidazione dei loro fornitori di lavoro, più rassegnati degli altri alle logiche criminali e al vincolo di omertà mai sconfitto nel nostro Sud.
Ha ragione Martina a dire che il caporalato si combatte con gli stessi strumenti utilizzati per combattere le mafie. Perché di un affare di mafia si sta parlando, affare che si nutre ancora oggi della disperazione, della fame, della concorrenza tra poveri.

*pubblicato su L’Unità del 21 agosto 2015

Mafia, politica e la crisi dei partiti: la palude che ingessa il Sud

Rosaria Capacchione*

Alcuni anni fa lo storico Paolo Macry riproponeva la questione meridionale attraverso un’analisi impietosa della classe dirigente del Sud, per nulla diversa da una arrogante e immutabile satrapia, ma includendo nella sua bocciatura anche le comunità di cui essa è espressione. Sosteneva, Macry, che “qualunque sia stato storicamente il ruolo dei governi centrali, molta parte del problema va addebitata alle classi dirigenti e alle comunità del Mezzogiorno”. Vale per eletti ed elettori, vale per i manager delle aziende strategiche, vale per l’élite della burocrazia degli enti locali, ciascuno portatore di un interesse autoreferenziale che dell’intermediazione politica ha un bisogno vitale. E questa si è rafforzata nel suo ruolo di interlocutore necessario in virtù della capacità esclusiva di intercettare (o di far credere di poterlo fare) risorse nazionali a vantaggio non di una politica volta al benessere collettivo bensì del proprio tornaconto elettorale. Il risultato è che, al posto dei governi locali, nelle regioni del Sud ci si confronta con comitati elettorali permanenti nei quali la selezione della classe dirigente è demandata alla singola capacità di aggregare consenso organizzato anche in totale assenza di programmi dettagliati o di riconosciute capacità personali. Anzi, in casi sempre più frequenti, anche in totale assenza di questi ultimi requisiti. Il tutto mascherato da una istintiva, quasi animalesca, capacità di comunicazione: aggressiva, provocatoria, piagnucolosa quanto basta a spacciarla per leadership fortemente popolare. E se questo accade in un’area del Paese la cui vita quotidiana è ancora fortemente condizionata dalla criminalità organizzata, ecco che le aggregazioni politiche, sempre più identificate con il leader e sempre meno con una idea di Paese, che hanno qualche chance di governo territoriale diventano fortemente attrattive per mafia, camorra, ‘ndrangheta o per i comitati di affari che si muovono secondo le stesse logiche e dinamiche.
Prendiamo Palermo e il caso Crocetta, senza cadere nella tentazione di analizzare i fatti di queste ore in chiave giudiziaria. E’ un fatto che il governatore siciliano si sia imposto sulla scena politica non per il suo programma – a eccezione di una declamata antimafiosità – ma per l’assenza di personalità credibili e lontane dai salotti lobbistici che hanno condizionato almeno cinquant’anni di vita di quell’isola (e dell’intero Paese). E’ un fatto che la sua forza di aggregazione, unita al consenso organizzato di spezzoni variegati di società siciliana, si sia infranta contro la mancanza di concretezza della sua azione di governo e alle mille contraddizioni che hanno segnato il suo mandato. E’ un fatto che la palude palermitana popolata da colletti bianchi e camici bianchi abbia invischiato e sporcato anche lui, complici le debolezze dell’uomo (e la conseguente ricattabilità) e la sua incapacità di tenere separate queste dalla gestione del bene pubblico.
E prendiamo Napoli, città metropolitana di oltre tre milioni di abitanti, capitale culturale del Mezzogiorno, ponte necessario tra la macroarea del Sud e la Capitale. In due settimane le inchieste della Direzione distrettuale antimafia hanno disvelato sistemi di potere che non appartengono al passato ma all’attualità, con il coinvolgimento (arresti, avvisi di garanzia, chiamate in correità) di persone che oggi siedono in Regione, in Parlamento, nei Comuni, in Europa, su poltrone dell’uno e dell’altro schieramento, appoggiati da uomini di camorra che hanno finanziato campagne elettorali personali. In qualche caso, nella stessa competizione, anche di schieramenti opposti. Cade l’ex senatore del Pd Lorenzo Diana, una vita dedicata alla lotta alla mafia; cade Carlo Sarro, uomo forte del Pdl cosentiniano (e oggi verdiniano) in provincia di Caserta; cade il sindaco della città della Reggia; vengono sfiorati un europarlamentare (del Pd) e un consigliere regionale eletto in una delle liste di appoggio al governatore De Luca. Cade l’ex senatore Tommaso Barbato, stratega della gestione privata dell’acqua pubblica, gran fabbricante di consensi (prima per l’Udeur, poi per il Pd o liste collegate): tutti collegati a una rete di imprenditori d’accatto che hanno fatto fortuna senza avere grosse capacità manageriali ma consapevoli di essere il terzo piede del tavolino, elemento necessario al prosperare di organizzazioni mafiose e politici in carriera.
In periferia accade ancora oggi l’inverosimile: nei consigli comunali vengono eletti non prestanome insospettabili ma, direttamente, i familiari dei capiclan; le campagne elettorali sono segnate da minacce, intimidazioni, pestaggi. Le aggregazioni politiche sono funzionali solo all’affermazione di una rendita personale di consensi e alla conta successiva in vista della prossima campagna elettorale. Oggetto del contendere è l’industria pesante del Sud, e cioè il mercato del mattone; in subordine, il controllo della sanità privata e dei servizi essenziali: acqua, gas, rifiuti. Da quei piccoli consigli comunali, da quei candidati eletti con una messe di voti poco conciliabile con le altissime percentuali di astensione e con la generalizzata disaffezione alla politica, nascono i portatori di consensi capaci di condizionare le assemblee di partito, l’esito della primarie (per il Pd) o la formazione delle liste (per tutti gli altri) e, di conseguenza, la composizione dei consigli regionali e del Parlamento ma anche le aziende sanitarie, i consorzi, gli Ato; e la politica di gestione industriale, di ripartizione delle acque, di mobilità. Il risultato è una casse dirigente mediamente inadeguata, mediocre.
E’ in questa maniera, per esempio, che per oltre vent’anni è stata gestita nel Sud la politica sanitaria, ambientale ed energetica. L’emergenza rifiuti è stata figlia di questa situazione nella quale la camorra (e nello specifico il clan dei Casalesi) ha avuto gioco facile a esercitare in maniera parassitaria il suo ruolo di supplenza delle strutture pubbliche statali e regionali. Emergenza sopravvissuta a se stessa in virtù dell’autonoma capacità di generare immense provviste finanziarie e di creare consenso da spendere nel voto amministrativo e politico ma anche in consulenze redditizie e prestigiose. A tutti i livelli, compresi quelli ministeriali.
Si è formato, dunque, una sorta di capitalismo politico che si è rafforzato negli ultimi vent’anni grazie anche a una proposta politica di stampo ultraliberista, assai affine a quel modello, che ha mortificato e talvolta annientato ogni speranza di libero mercato.
Seguendo il ragionamento di Paolo Macry, una politica così fatta “ha ingessato il processo di selezione delle classi dirigenti meridionali”, rafforzando quella molle satrapia di cui si diceva prima e politiche nepotistiche e clientelari. La contropartita è stata il silenzio, la non interferenza nelle scelte di governo sempre più spesso subìte, con la conseguenza del progressivo depauperamento del capitale di idee e di progetti che pure avrebbero trasformare in positivo il Mezzogiorno d’Italia.

Fare finta di niente per comodità elettoralistiche non è più possibile. Le indagini sulle grandi opere al Nord, sulle interferenze della ‘ndrangheta in Liguria, Piemonte, Lombardia, su Mafia Capitale a Roma hanno attualizzato le profezie di Leonida Rèpaci che, mezzo secolo fa, ammoniva: “La questione meridionale è tutta la questione italiana. Se la piaga della degradazione non si chiude, la cancrena che potrebbe seguirne non minaccerebbe solo la distruzione della parte malata ma l’intero organismo nazionale”. Con la linea della palma salita fino alle Alpi, sarebbe suicida non ripensare le strategie di selezioni della classe politica e della classe dirigente italiana. Guardando alle ferite del Sud ma alla crescita dell’Italia intera.

*pubblicato su L’Unità del 18 luglio 2015

Camorra e politica, così funziona il mondo capovolto

Rosaria Capacchione

Avete pensato sul serio che la camorra si sia infiltrata nel cuore dello Stato con le minacce, le intimidazioni, l’ostentazione delle armi? Avete creduto, sia pure per un attimo, che i suoi rapporti con la politica siano stati mediati da faccendieri o imprenditori della terra di mezzo? Che vi sia una faccia presentabile dei Casalesi che si sia affacciata negli uffici della pubblica amministrazione “bussando con i piedi”, cioè con le mani occupate da bustarelle, regalie varie o magari una calibro 9? Ebbene, signori, archiviate per sempre queste convinzioni. Leggete le carte, ascoltate le conversazioni, e capirete cos’è davvero la camorra di nuova generazione. Camorra che non rapina ma che elargisce: consigli legali, suggerimenti amministrativi, prebende, incarichi, doppi incarichi, poltrone. E soldi, anche i soldi – in una sorta di voto di scambio al contrario – necessario a finanziare le primarie o il voto nei Comuni, alla Provincia, alla Regione. Camorra, come sempre, mediatrice di conflitti tra questa o quella corrente del partito che, di volta in volta, ospita quegli uomini funzionali ai suoi piani e ai suoi progetti. Uomini che non vengono contattati ma che contattano, chiedendo al capoclan, sia pur rappresentato dal cognato incensurato, il posto da manager, da dirigente sanitario, da addetto stampa, da capo dei servizi tecnici e informatici. All’occorrenza, anche un aiutino per la carriera politica di questo o quell’amico. Ce n’è per tutti: per l’Udeur, che a Caserta aveva il suo riferimento forte in Nicola Ferraro, poi travolto dalle inchieste (e dalle condanne) per concorso esterno, essendo l’interfaccia politica e imprenditoriale (è stato per oltre un decennio il dominus di Ecocampania, colosso dello smaltimento dei rifiuti) del gruppo Schiavone; e per il Pdl, che con Nicola Cosentino si era appropriato del controllo, politico e non solo, dell’azienda ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano”. Ma anche per il Pd appena nato – era il 2007 – sul quale una parte degli orfanelli dell’Udeur stavano scommettendo.
L’aspetto sorprendente dell’ultima inchiesta della Dda di Napoli – eredità qualificata che Antonello Ardituro ha lasciato ai colleghi prima di trasferirsi al Consiglio Superiore della Magistratura – è, però, un altro. E cioè il ribaltamento dei ruoli, lo sdoganamento di personaggi di dubbia moralità però promossi al rango di consigliere d’affari. L’interlocutore di funzionari, politici , imprenditori o aspiranti tali era (è morto tre anni fa) un signore a nome Francesco Zagaria, omonimo del capoclan ma anche e soprattutto suo cognato. Parentela strettissima e mai nascosta. Francuccio, come lo chiamavano, era il convitato di pietra di tutti gli affari e gli accordi che a nome dell’uno o dell’altro venivano raggiunti nell’ambito della sanità pubblica in Campania: dal 2003 e almeno fino alla fine del 2013, quando la Dia di Napoli ha chiuso le indagini. Morto lui, per un imprevedibile infarto che seguì di due settimane l’arresto di Michele Zagaria nel nascondiglio tecnologico di via Mascagni, a Casapesenna, il dominio sul più grande ospedale della provincia di Caserta è poi passato alla vedova, Elvira Zagaria, “femmina tosta” come la definiscono i sodali intercettati e i collaboratori di giustizia, che fino alla fine ha continuato a pretendere dagli imprenditori “della lista”, cioè i prestanome del fratello e del marito, i “soldi di sopra all’ospedale”.
Dunque, Francuccio: sempre presente ai pranzi e alle cene di Luigi Annunziata, il manager dell’ospedale morto anche lui qualche tempo fa; nella sua stanza; a casa sua a Terzigno, da dove fu organizzata la campagna elettorale per le primarie di Sandro De Franciscis, passato dall’Ulivo all’Udeur e poi al Pd, pretendente alla carica di segretario regionale sostenuto da Francesco Rutelli. La storia ufficiale ci racconta che fu sconfitto da Tino Iannuzzi e che arrivò ultimo; quella giudiziaria che Franco Zagaria mise mano alla tasca e pagò per quegli elettori che non avevano nessuna intenzione di lasciare la quota di un euro nelle casse del neonato partito. E poi al congresso dell’Udeur, che doveva certificare l’ingresso di Angelo Brancaccio, transfuga diessino travolto da un’inchiesta per corruzione. E, ancora, al fianco di Antonio Fantini, che fu potentissimo presidente della Regione Campania.
Dunque Francuccio, che in ospedale poteva contare sul dirigente dell’ufficio tecnico, Bartolomeo Festa, il cui incarico, scaduto ad agosto dello scorso anno, era stato stranamente prorogato dall’ultimo manager, arrivato dopo una controversa gestione commissariale e una commissione d’accesso che, chissà perché, in sei mesi di indagini non aveva scoperto neppure una delle gare d’appalto truccate evidenziate dagli atti d’indagine.
E con Francuccio, buona parte del management dell’azienda ospedaliera, che ne ha assecondato i desideri e chiesto e ottenuto il proprio tornaconto, economico o di potere, prestandosi anche a fare la guerra all’unico dirigente che ostacolava l’attività del comitato d’affari: durante la gestione di Annunziata e anche in quella successiva di Bottino, transitato dall’Asl all’ospedale.
Il romanzo nero scritto dai magistrati antimafia napoletani ha molte pagine non ancora scritte; altre, invece, annotate con l’inchiostro simpatico. In controluce, nelle dichiarazioni di imprenditori e manager coinvolti nel processo parallelo che nel 2013 portò al primo arresto di Bottino, si leggono altri nomi e altri abbozzi d’inchiesta. Si comprende meglio il ruolo di Nicola Cosentino nella scelta di persone di fiducia da collocare nei posti chiave dell’azienda, bancomat sempre pieno e imponente serbatoio di voti; si viene a sapere che l’attuale commissario provinciale di Forza Italia partecipò ai funerali di Franco Zagaria; che lo stesso aveva il badge per l’accesso agli uffici della Regione rilasciati dal consigliere Angelo Polverino; che con Francuccio anche altri uomini fidati di Michele Zagaria, come il consigliere provinciale Antonio Magliulo, erano della partita. E che gli imprenditori del “sistema Zagaria”, individuate da un’inchiesta giornalistica citata negli atti d’indagine, dopo l’arresto del capoclan provarono a truffarlo appropriandosi dei soldi che avevano in deposito fiduciario, per così dire, simulando un’improvvisa coscienza antiracket.
Pensavate davvero che i Casalesi fossero un branco di parvenu, rozzi ed essenzialmente violenti? Credevate davvero che la camorra in giacca e cravatta fosse solo quella di quattro imprenditori arricchiti e furbetti? L’imbarazzo è quello, invece, di trovarsi al cospetto del mondo capovolto, di un sistema tanto bene articolato da indurre a ritenere che sia lo Stato a cercare di infiltrarsi, faticosamente, in un pezzo di società completamente mafiosizzato. E che la strada da percorrere per riguadagnare qualche posizione è ancora lunga e difficile.

Ergastolo a Setola, giustizia per Mimmo Noviello

Sei anni e sei mesi dopo, giustizia anche per Mimmo Noviello. Ergastolo, come dovuto, a Giuseppe Setola. La Corte di Assise ha spazzato via i suoi strumentali tentativi di collaborazione con la giustizia, tardiva e inutile per l’accertamento della verità sulla tragica stagione delle stragi firmate dal clan dei Casalesi